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no, con un bel misto di senno, di gravità, di dottrina, e d'eloquenza fe pronosticare ai Legati, ch'egli era per avere molto d'autorità nel concilio non meno in virtù del suo dire, che del suo essere. I concetti suoi furon questi: che raccoglievasi dalla Scrittura, tre mali principalmente esser venuti per l'assenza di coloro ai quali da Dio era commessa qualche cura: il primo la tempesta nel mare, allora che Giona fuggiva di predicare alle genti a cui era mandato: il secondo l'idolatria, quando, assente Moisè, fabricossi il vitello: il terzo la dispersion delle pecorelle di Cristo, dicendosi nel capo decimo di san Giovanni: il lupo disperge le pecore. Tre mali corrispondenti vedersi avvenuti nella Chiesa per l'assenza dei prelati. La tempesta delle calamità, il corrompimento della fede nell'eresia, e l'errore del gregge nei dissoluti costumi. In quella causa essere a un'ora i padri e giudici e rei: onde tanto più erasi per imputare a loro se il rimedio non si usasse efficace. Professandosi pastore lo stesso Cristo, non doversi vergognare i prelati o di questo nome, o di quest'ufficio. Nel mentovato capo decimo di s. Giovanni tre cose noverarsi che appartenevano all'ufficio di buon pastore. Ciò sono, diss'egli: che le pecorelle odano la nostra voce: che ponghiamo la vita per esse: che le pasciamo bene, e troviamo lor buoni pascoli. Non essere dunque fuori di convenienza che 'l concilio nella prima entrata di questa materia insegnasse quali fosser le condizioni di buon pastore, affinchè i pastori dell'anime potesser vantar quella cura che vantò Giacobbe col suocero (1), quando in capo a vent'anni lasciò di pascolare il suo gregge. Che sopra quell'articolo della residenza sarebbe convenuto udir prima i teologi e i canonisti; e che lo stesso sarebbesi dovuto fare in tutti i capi più gravi della riformazione. Che per suo credere la residenza era di comandamento divino: in prova di che addusse molti luoghi della Scrittura portati con forza d'ingegnose ponderazioni. Aggiunse nondimeno, ch'essendo mandato affermativo, obligava sempre, ma

dell'arcivescovo di Zara al cardinal Cornaro ambedue in quel giorno, e Atti di Castello.

(1) Nel Genesis cap. 21.

non a sempre. Nel discorrere sopra l'escusazioni legittime, non fu contento di quelle sole ch'esprimeva il decreto: anzi ne accontò altre assai, e specialmente il maggior servigio o della Chiesa particolare o della universale, o della republica. Quest'ultima cagione esser convenevole, come partenente alla carità: d'altro modo non sarebbono potuti gli elettori ecclesiastici dell'imperio andare alle diete, nè i pari di Francia alla corte per gli affari del regno, com'eran tenuti, nè i vescovi esser chiamati ai consigli del re: il che sarebbe riuscito a danno gravissimo della Chiesa. E conchiuse, quanto era ai casi speciali, doversi queste cagioni lasciare al giudicio del papa, e nei paesi remoti, degli arcivescovi, o del vescovo più antico, sì come ordinavasi nel decreto fatto in tempo di Paolo III, o de concilii provinciali: i quali conveniva tornare in uso, e leggere in essi e ne diocesani il presente decreto. Ma quanto s'era detto delle cagioni, volersi intendere sì fattamente che l'assenza nè sia perpetua nè lunga: onde si conosca che l'abitazione del vescovo, quantunque lontano per accidente, è ferma nella sua chiesa. In trattar della terza cagione mentovata di sopra, disse, che, se ai cardinali in Francia per l'obligazione della residenza fosse disdetto lo stare appresso del re, e l'essere del suo consiglio, gli affari ecclesiastici rovinerebbono. Volersi cancellare quelle parole apparecchiate nel decreto, dove approvavasi, per giustificare l'assenza, la chiamata dei vescovi dal pontefice, purché essi non avessero procurato di esser chiamati. Render ciò un suono offendevole. Ma in vece di questo doversi cacciar da Roma e dalle corti dei re quei ve scovi che vi dimoravano a fine di lor proprio acquisto. Soggiunse, che molti ordini pareano a lui opportuni sopra le provvisioni de'beneficii, e sopra le qualità non solo de vescovi, ma de'minori curati, le quali cose montavano più che la residenza: con tutto questo, per non uscir dal tema, serbar lui ad altro tempo il parlarne. In discorrendo de privilegii che fosse in pro di concedere ai vescovi residenti, annoverò fra essi la facultà (1) d'assolvere eziandio dai casi contenuti nella Bolla nominata, in coena Domini: protestando che nol diceva per fine che ne scemasse punto l'autorità pontificale; ma perchè era certo, che coloro i quali commettessero sì fatti peccati in Francia, non anderebbono a Roma per l'assoluzione, onde tornava in meglio il poterla essi ricever quivi, che il lasciarglivi morir senza, e Non minor lunghezza (1) usavano i padri nei loro pareri sopra il nuovo decreto della residenza, di quella che avessero dianzi usata sopra l'instituzione dei vescovi. Ciascuno biasimava questa lunghezza nel dire altrui, ma ciascuno vi cooperava nel suo. I Legati osservavano un parchissimo uso della podestà, imitando Iddio che permette i peccati, per non ristrignere altrui la franchezza dell'arbitrio. Il cardinal di Loreno, fraudato dalla speranza del seguito universale che avanti s'avea promesso, imputava ciò a vizio de' contraddittori; dicendo esser lui ve nuto con opinione di trovare (2) un con

(1) Lettera del Visconti al cardinal Borromeo

de' 10 di dicembre 1562.
-T. X. 9

(1) Parlano di ciò tutte le lettere al cardinal Borromeo in que giorni.

(2) Lettere del Visconti al cardinal Borromeo a 14, e a' 7 di dicembre 1562.

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