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cilio migliore, e non ostinato. Ma come niun crede la superfluità nel suo dire, così nè ancora l'ostinazione nel suo sentire: onde ciascuno ha per ostinati i contrarii, come inflessibili dal falso, per costante sè, come fermo nel vero. Ora il cardinale mostrava di queste maniere tanta abominazione, e ne faceva sì tristi augurii, che al segretario Pagnano, quando prese commiato per andare a Milano a festeggiar Natale coi suoi, commise, che riferisse al marchese di Pescara, non solo da questo concilio non potersi sperar buon effetto, ma qualche scisma. Ch'egli e i suoi Francesi erano poco stante per dipartirsi, ma protestando innanzi, come prima ne fosse data loro cagione. Affliggevansi di tali discordie molti uomini pii, considerandovi il disonore della Chiesa cattolica. Altri, penetrando più a dentro, scorgevano in queste permissioni di Dio un'aperta confermazione della medesima Chiesa, il cui articolo fondamentale, e divisorio da tutte l'eresie è il conoscere un capo visibile, e soprano della religione: imperò che l'esperienza dimostrava a che starebbe il governo ec

clesiastico s'ei fosse tolto da un capo, e constituito in podestà di tutti i vescovi franchi e non dependenti; quando eziandio allora che sottostavano a un capo, seguiva tanta confusione, perchè il capo, condescendendo al tempo, esercitava in loro la podestà rimessamente. Sopra il decreto erano tre le principali sentenze (1). Alcuni desideravano la dichiarazione, che la residenza fosse di ragione divina: ma il numero e 'l fervore di questi era assai scemato; non perchè molti nol riputassero vero, avendo saputo il Visconti (2), che tenutasi dal cardinal di Loreno un adunanza di teologi sopra quell'articolo, aveano conchiuso per questa parte: ma perchè veggendosi la necessità di rimetter le ragioni legittime dell'assenza al giudicio del pontefice, ben s'intendeva, che tal diffinizione farebbe gran rumore, e picciolo colpo. Altri non voleano, che si passasse ol

(1) Lettera del Visconti al cardinal Borromeo e del Foscarario al Morone de 14 di dicembre 1562, ed altre lettere di quel tempo.

(2) Lettera del Visconti al cardinal Borromeo a 17 di dicembre 1562.

tre a quanto erasi stabilito in tempo di Paolo IIl, solo aggiugnendovi le speciali escusazioni. La terza opinione approvava il decreto nella forma proposta, ma con richiedervi ciascuno tante e sì varie mutazioni, che quasi ogni parer di costoro proponeva un decreto particolare. Il cardinal di Loreno diceva al Gualtieri cose mirabili intorno agli stimoli che riceveva dai prelati spagnuoli (1) per unirsi con loro: e fin raccontava ringraziamenti che taluno avea fatti al vescovo di Metz per la predetta libertà usatasi in parlare da quel prelato. Aggiugneva, che l'amsbasciador Fabri, già tornato dalla corte, aveva portate novelle commessioni di proposte dispiacevoli a Roma; e ciò quasi per isdegno delle condizioni, sotto le quali il pontefice avea mandato in Francia coll'abate Nichetto il sussidio de'centomila scudi. Prometteva con tutto ciò, ch'egli avrebbe impedite così fatte domande. Ma suspicossi che 'l cardinale con amplifica

(1) Varie lettere, e cifere del Gualtieri al cardinal Borromeo de giorni 7, 9, 10, 12, e 15, di dicembre 1562. - a

zioni volesse alzare il pregio della sua potenza, e 'l merito della sua opera: là dove per altra parte il Gualtieri venne a chiarezza, non essere lui arbitro dei prelati francesi, quando fu presente a un fervido contrasto fra tre di essi che riferivano totalmente, e senza limitazione la residenza a legge divina, e fra il cardinale che ciò impugnava. Sopra le doglienze contro al pontefice per le condizioni poste al sussidio, non lasciò egli di far vedere al cardinale, esser cose troppo fra loro disconvenevoli e ripugnanti, che 'l re chiedesse aiuto ad un braccio, e nello stesso tempo ne traesse il sangue per cui si rendeva robusto, con torre alla sede apostolica l'antichissima esazione di varii diritti nei beneficii di Francia. Nè la provvisione fatta contro a quel nuovo editto esser sufficiente, anzi vedersi quivi taciute con insolita ed affettata maniera alcune circostanze, il cui silenzio lasciava sì fatta provvisione di nulla forza. Ma non così aggiudicava il Gualtieri la ragione ai pontificii nella rea credenza che ritenevano contra l'animo del cardinale. E ciò il facea vivere in perpetuo travaglio, mentre ad ogni ora ei trovava il cardinale innasprito o per nuove lettere di Roma, o per nuove relazioni in Trento, le quali gli rapportavano i sempre rinascenti sospetti quivi nel pontefice, qui nel cardinal Simonetta, e in due vescovi con cui più egli si ristrigneva, cioè nel Castagna e nel Boncompagno: contra i quali è incredibile quanto sdegno il cardinal dimostrasse: non prevedendo in quei due prelati la futura grandezza cui ascondea nella presente mediocrità di lor condizione l'incomprensibile Provvidenza. Già soprastava il dì stabilito per la sessione: e avendo parlato sì pochi sopra il decreto intorno alla residenza, e rimanendo ancora sospesa la più combattuta quistione della dottrina, i Legati scorgevano necessità di novello indugio. Ed appunto giunsero loro in quel tempo (1) varie lettere da Roma che portarono la risposta sopra i due canoni proposti dal Lorenese, e sopra tutto l'affare. Significava il pontefice, che nella forma del ca

(1) Lettere del cardinal Borromeo al Mantovano in particolare, e a Legati in comune de'5, e dei 12 di dicembre 1562.

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