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mone posta innanzi dal Lorenese, i deputati di Roma, e principalmente i teologi sentivano varie difficultà, e desideravano varie alterazioni, le quali per la gravità della materia non si potevano aggiustar così tosto. Per tanto proponea tre partiti. Il primo e 'l più gradito a lui era il messo a trattato per addietro dal cardinal di Loreno, cioè di smorzar quella quistione sopra l'instituzion de vescovi, sì come inutile, intrigata, e pericolosa: parendo strano il fare un articolo di fede in mezzo a tante contraddizioni, e nel quale fosse mestier condannare o dall' un canto, o dall'altro l'opinione di molti buoni e santi scrittori. Sperarsi che 'l cardinale promoverebbe di ciò l'effetto, com'era stato autore del consiglio, tal che a se vedrebbe ridondarne tutto l'onore. Il secondo, tanto nell'ordine della lettera, quanto nel desiderio del papa, era, che, ove i padri non potessero indursi a questo tralasciamento, almeno per non esser l'affare ancora smaltito, si ponesse da lato nella imminente sessione. L'ultimo fu, che, se nè pure a ciò consentissero gli animi riscaldati, si ritardasse la sessione medesima, secondo che anche per altro avea consigliati il pontefice i presidenti, affinchè ella seguisse più ricca, e splendida, comprendendo ancora gli articoli del matrimonio. Ma ora, oltre a un tal rispetto, il moveva la regola di ricorrere all'efficacia del tempo, quando fa bisogno di temperare il bollor della moltitudine: essendo natura del tempo raffrenare tutto il violento, e ridurre al mezzo gli eccessi. Onde scriveva, potersi indugiar la sessione fino alla metà di gennaio: e posta la brevità delle giornate vernali, non costrignere i prelati al travaglio di duplicate congregazioni cotidiane. A che anche fuor di questo necessitò i presidenti la stanchezza, e la querimonia dei padri. In ultimo porse loro a considerare, che trattandosi nel sacramento dell'Ordine di tutta la gerarchia ecclesiastica, parea conveniente di non tacere intorno al capo di essa, ch'è il vicario di Cristo, ma di parlarne o con le parole medesime poc'anzi usate dal concilio fiorentino, o con altre non inferiori. Ricevute queste commessioni, avvisarono i Legati che non si scorgeva possibile nè il tralasciamento della quistione,

nè l'arricchimento della sessione (1), quantunque prorogata, con aggiunta d'altre materie. Anzi, prevedendo essi che la necessaria lunghezza avanzerebbe di troppo e la voglia, e l'opinion del pontefice, e non confidandosi di fargli intendere il ve ro con la breve, e languida esposizion delle lettere, deliberarono di prevenire il tempo, e cambiare il fine nella messione del Visconti, inviandolo senza aspettar le richieste del Lorenese, le quali poi riserbarono di mandare o coll'Antinori, o con altro messo. Imperò che si fero a credere, che niuno avrebbe potuto rappresentare vivamente agli occhi del papa e del cardinal Borromeo la presente immagine del concilio a pari di quel prelato, come di tale ch'era stato aspettante insieme del più intimo, ed autore del più arduo; ed a cui non si negherebbe credenza o dal pontefice al quale era confidente (2), o dal cardinal Borromeo, al quale anche era parente. (1) Lettera de'Legati al cardinal Borromeo dei 14, e de 17 di dicembre 1562. (2) Atti del Paleotto. i

Fra tanto il giorno decimosesto di dicembre (1), cui seguiva immediatamente il deputato alla funzione, il cardinal Seripando disse nell'adunanza: ch'egli sarebbe forsennato, se mettesse in discorso il potersi tenere o no la sessione il crastino giorno. Solo il dubbio cader sopra la cagion del prolungamento. I Legati essere accusatori ed insieme accusati: accusatori dell'altrui prolissità, accusati per la tolleranza di questa prolissità. Non venir grave ad essi il titolo di tale accusa, la qual finalmente apponeva loro un eccesso di umiltà e di pazienza. Ma che ben essi ripregavano i padri con sommo affetto di cuore ad emendarsi per innanzi. Aver lui letto in sua gioventù presso non so qual poeta, in riprensione d'un pastore che imprendeva opere superiori al suo mestiero: pastorem, Tityre, pingues pascereoportet oves. Parergli ciò acconcio al loro proposito. Si ricordassero che 'l pastore dee pascere il gregge, e non gli altri pastori; quali erano quelli alle cui orecchie ciascun de'padri ragionava, allungandosi in dottrine a

(1) Diario a 16, e lettera de'Legati al cardinal Borromeo de 17 di dicembre 1562, ed Atti.

tali uditori notissime. In queste frequenti prorogazioni essersi cercata dagli amici materia di lode, e non averlavi trovata: essersi cercata dagl'inimici materia di biasimo, ed averlavi trovata; significando elle discordia, contrasto, pertinacia. Due cose potersi fare al presente. L'una era il ritardar la sessione a giorno incerto, per dichiararlo quando si fosse in punto. A ciò da un legista opporsi, che la giornata della sessione, come di sentenza, convien che sia certa e prenunziata. L'altra era il riserbarsi a constituirne il di certo fra lo spazio di quindici giorni, quanti appunto ne rimanevano di quell'anno. Eleggessero i padri ciò che giudicassero per lo migliore. Il secondo modo fu antiposto ad una voce: sì come sempre fra due partiti il più accettevole è quello che lascia maggior potere agli accettatori. E così fecesi la quarta prorogazione. Avvenuto ciò, mentre i Legati stavano in punto d'accommiatare il Visconti, entrò in loro speranza (1) ch'egli potesse portare insieme le petizioni de' Francesi;

(1) Lettera de'Legati al cardinal Borromeo ai 21 di dicembre 1562.

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