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Gualtieri, e ricevutone in risposta dai Legati (1), che i cardinal Borromeo per ciò nominava il Visconti, se n'era il Gualtieri attristato, quasi gli diminuisse presso il cardinal di Loreno l'opinion della confidenza col principe: la quale opinione valevagli d'onore insieme e d'autorità nel negozio. Onde riconfortossi quando per lui rimase quell'opera. Non finava (2) egli di travagliar con tutti i suoi ingegni per dissipar le nebbie, e per disacerbare l'acetosità in amendue le parti. A Roma fece sentire che la sinistra fama intorno ai pensieri del cardinale non avea solido fondamento, ma stava appoggiata o sopra qualche parola di suspizione profferita in Fiandra dal cardinal di Granuela, forse alterata nel rapporto, e almeno pronunziata da uomo poco autorevole in giudicar dei Francesi, o sopra qualche violento concetto uditosi in bocca del vescovo di Metz, e d'alcun altro prelato di quella schiera: i quali concetti

(1) Lettera del Gualtieri al cardinal Borromeo a 14 di dicembre 1562.

(2) Lettera del Gualtieri al cardinal Borromeo de' 17 di dicembre 1562.

nulla più conchiudevano, tale esser la mente del capo, che molti detti imprudenti d'alcun vescovo riputato confidentissimo dei presidenti, conchiudessero, conformarsi a ciò la loro intenzione. D'altro canto mentre la lingua del cardinale, il suo grado, la professione che facevano in Francia i suoi di propugnacolo alla religione, e l'altre sue qualità intrinsiche ed estrinseche promettevano un difensore della sede apostolica, qual regola di buon discorso volere che si credesse il contrario, solo perchè era contrario al retto? E, posto eziandio che si volesse di lui presumere il peggio, qual senno consigliare, che con l'ingiuria della palese diffidenza si facesse egli per sorte divenir avversario, o qual non sarebbe, o prima che non sarebbe, o più acerbo che non sarebbe? Vero esser ch'ei non si rendeva cotanto agevole a sopir nel silenzio il settimo canone, quanto in prima s'era mostrato; ma ciò essere avvenuto perchè i presidenti avevano lodata la nuova forma da lui proposta, ed invogliatolo della gloria, che 'I suo ingegno fosse riconosciuto per accordatore di sì alto e famoso litigio.

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Così studiava il Gualtieri di serenare l'animo del papa verso il cardinale: ma non meno di studio usava per serenar quello del cardinale, a cui venivano altronde perpetue nuvole per farlo adombrare verso il papa ed i suoi ministri. Fra Tommaso Stella (1)vescovo di capo d'Istria, che professava una somma parzialità della sede apostolica, ed era intrinsico del cardinal Simonetta, in una sua lunga diceria sopra la residenza avea profferito nell'assemblea, che i petitori della riformazione vedevano le paglie negli occhi altrui, e non le travi nei loro: e che sotto il velo d'emendare i cattivi usi ascondevano l'intendimento di suscitare una scisma. Ed eransi da lui replicate più volte quelle parole della Scrittura: ogni male dall'aquilone: il qual taglio di vesta fu tutto dal cardinale applicato al suo dosso. E perchè lo Stella avea conchiuso, che il papa è obligato dalla ragione divina di costrignere i vescovi a risedere, il cardinale prese quindi materia di proverbiarlo, quasi nel

(1) Tutto appare da lettere del Gualtieri al cardinal Borromeo segnate ne'dì 17, 19, 20 e 21 di dicembre 1562.

l'ostentarsi per gran campione dell'autorità pontificia, venisse, per non sapere, a pregiudicarle ed a legarla: il che niente più rilevava che si facesse o con un laccio, o con altro, purchè insolubile. Onde s'offerì, che se i presidenti volevano, avrebbe ottenuto che Spagnuoli e Francesi concordevolmente si fossero soscritti a cotal sentenza. Ma ciò non diceva il cardimale perchè il desiderasse, avendo egli men duri sensi intorno a quella obligazione. E i Legati, i quali, toltone il Simonetta, erano alieni dallo Stella, non tralasciarono di sferzarlo in ciò appresso al pontefice nell'instruzione data al Visconti. Più altamente lagnavasi il cardinale per quello che intendeva nelle lettere di Roma: ciò era, che Pio dopo la morte del re Antonio avesse deliberato di trarre in lungo il concilio, con isperanza, che fra tanto egli quindi si partirebbe, tornando in Francia alla participazione del governo. Là dove il cardinale, tutto bramoso che 'l papa lo riputasse necessario, e lo sperasse giovevole, adirandosi di tali concetti ripugnanti ad ambedue queste condizioni, diceva, che ciò ara un far di scorso a rovescio: però che in tal avvenimento i prelati francesi, privi di capo, sarebbonsi uniti agli spagnuoli, formando un corpo maggiore e più formidabile: al quale per avventura sarebbonsi accostati parecchi italiani. Anche uno degli ambasciadori veneti gli avea confermato, che l sospetto verso di lui era insanabile. E finalmente il duca di Guisa avealo ammonito con suoi caratteri da parte della reina, esser lei avvisata, che 'l papa avesse statuito di sicurarsi del cardinale col veleno o in Roma, dove intendea d'invitarlo, o eziandio in Trento. Onde il gran cancelliere, uomo avverso alla sede apostolica, lo stimolava ad operar sì fattamente, che quest'odio del papa non fosse indebito. Ma nelle calunnie interviene come nelle tragedie, che la soperchia atrocità dell'invenzione, levando la verisimiglianza, muove spesso in vece dell'orrore il riso. Ed appunto col riso quella enormità dal Gualtieri fu confutata, e quel riso senza più valse di purgazione. Anzi già il Lorenese avea rivelato in credenza quest'avvertimento mandatogli in nome regio col ritorno dell'ambasciador Fabri, al cardinal

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