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giorni prescritti a stabilire il termine per la futura sessione (1). Vedevasi la necessità di prorogar nuovamente, ma dubitavasi di trovar durezza ne'padri: onde, come suol farsi nelle deliberazioni più forzevoli che gradevoli, i Legati vi chiamarono il cardinal di Loreno, perchè, approvando egli in privato consiglio ciò che appena cadeva in consiglio, poscia in publico ne agevolasse l'effetto, e ne difendesse gli autori. Confermati dunque i presidenti col suo parere, fecero che'l Seripando, benchè presente il Mantovano, proponesse di nuovo: come, rimanendo ancora molti a dire, e però non potendosi antivedere quando precisamente sarebbesi in appresto di celebrar la sessione, riputavasi ben fatto il dilatar questo spazio ad altri quindici giorni, fra quali senza fallo e tutti sarebbonsi uditi, e le cose mostrerebbon tal faccia, che ne apparisse con certezza il giorno possibile per quell'atto. E così fu statuito, con farsi la prorogazione quinta. Alla quale tutti consentirono semplicemente: salvo, che il Guerrero disse, convenire a Legati provvedere al gran getto del tempo onde cagionavasi questa necessità di prorogazioni, col partire il concilio in classi, ed a ciascuna commettere il suo lavoro particolare: facendo assai più speditamente ciascuno ciascuna cosa, che tutti tutte. Continuavansi le assidue congregazioni, quando finalmente gli ambasciadori francesi il di terzo di gennaio portarono (1) a Legati le aspettate loro domande: e le lessero, mandandone copia la mattina appresso, ed affrettandone incredibilmente la proposizione: con affermare, che'l re sarebbesi rimesso al giudicio del sinodo. I Legati preser agio a deliberare : e lo stesso giorno parlarono dopo la congregazione al cardinal di Loreno, ristrignendosi a tre punti. Il primo fu d'interrogazione, se tutte quelle richieste facevansi di suo parere. Il secondo, di maraviglia, come, avendo lui promesso, che avanti di proporle al concilio, il tutto sarebbesi comunicato al

(1) Il Diario, ed una de'Legati al cardinal Borromeo, e un'altra dell'arcivescovo di Zara nell'ul

timo di dicembre 1562.
T. X. 44

(1) Lettera de'Legati al cardinal Borromeo a 4 di gennaio 1563.

pontefice, ora gli ambasciadori così frettolosamente gli spronassero alla proposizione. Il terzo, di preghiera, che non si divulgassero, finchè non se ne intendesse la mente del papa. Ma questa preghiera riuscì più veramente a querela, che già molte copie ne andassero per le mani. Il cardinale con le più fine maniere di gentilezza, e di candidezza rispose. Al primo, che alcune di quelle petizioni non gli piacevano : e ch'egli l'avrebbe aperto nell'assemblea il giorno seguente, ove il giorno seguente gli convenisse di pronunziarne il giudicio. Se poi altri il domandava, perchè non le aveva impedite essendo egli del consiglio segreto reale, ed avendo autorità sopra gli ambasciadori, dava in risposta che tale autorità erasi da lui mandata ad opera in caso di necessità maggiore, nel vietar che gli oratori non proponessero nè cose più dure, come il toglimento delle annate, nè altre pregiudiciali alla religione: che simile avrebbe fatto per innanzi sopra tutto ciò che offendesse la coscienza; contro alla quale non sarebbe andato mai, eziandio se il re gliel avesse comandato. Ma che non essendo le presentate proposizioni di tal natura, ed avendole approvate concordevolmente il consiglio regio, non avea voluto impedirle, perciò che, sì come il mondo si varia, qualcuno in altro tempo gliene avrebbe potuto chieder ragione: quale gli era stata chiesta d'alcune sue azioni fatte in vita del re Arrigo, e di Francesco II: il che gli stava sempre davanti agli occhi. Al secondo punto disse, che gli ambasciadori affrettavano per le commessioni di ciò ricevute, e per cancellare in se stessi la nota di cagionar la lunghezza al concilio: ma che, non ostante questo, i Legati comunicassero innanzi le materie al pontefice: imperò che nè il cardinale nè i prelati franzesi sariansi mai discostati dal conveniente. Sopra il terzo affermò, che sarebbe stato conforme al suo desiderio il segreto delle petizioni, finchè si fosse ricevuta la risposta del papa: ma che gli ambasciadori avevano giudicato migliore il divolgarle, a richiesta di molti prelati, massimamente italiani, i quali stavano con ansietà di ciò che ne avea sparso la fama : come fra l'altre cose, che domanderebbesi un patriarcato di tutta la Francia per collocarlo nella persona del cardinale. Onde a fine d'estinguer simili ciance, ne avevano accelerata la publicazione.

Finì con dare molta speranza di buon successo, e con promettere ch'egli a tal line non avrebbe schifato verun travaglio sì di corpo sì di mente.

I Legati le mandarono a Roma la sera stessa, e coll'interponimento d'un giorno inviaron al papa il Gualtieri (1), il quale gli esprimesse quel che avea in credenza dal cardinale.

La somma della scrittura contenente le domande è qual segue. Dicevasi nel principio: che s'era tardato a darle, perchè Cesare in un suo scritto avea proposte quasi le medesime cose: ma veggendosi quel negozio allungarsi, il re non avea più voluto indugiare: affermando nondimeno di ben sapere, che la cognizione e'l giudicio di quegli affari s'apparteneva liberamente al concilio. Poi venendo a particolari capi, i quali erano trentaquattro, chiedeva.

(1) Lettere de'Legati al pontefice, e al cardinal Borromeo de 5 di gennaio 1565.

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