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Il caso (1) avvenne in tal modo. L'arcivescovo d'Otranto avea ripreso, che in quella proposta forma si specificassero le particolari cure de'vescovi, e con ciò si mettessero a campo nuove quistioni in vece di levar le antiche: e più innanzi, mentre quivi si pronunziava, che 'l pascere e gli ufficii episcopali erano di mandamento divino, si venisse a dichiarar la residenza appartenere a ragione divina: la qual dichiarazione sapeva egli ripugnare alla mente de' più, nè a quella congrega essersi data podestà di fabricar nuovo de creto, ma d'assettare il già formato dai presidenti. A ciò ch'egli affermava intorno alla mente de' più, s'oppose il cardinal di Loreno, negando il fatto: onde convenne che 'l segretario andasse a pigliar la somma de profferiti giudicii: dalla quale rimanendo verificata l'affermazione dell'arcivescovo, anzi trovatosi che picciol numero avea chiesta la dichiarazione, il cardinale, ad uso de grandi ove si veggono stretti nel disputare, s'infiammò rispondendo: (1) Appare da una de'Legati al cardinal Borromeo de 24, e de 25 di gennaio, e da una dell'are civescovo di zara del 25 di gennaio 1565. '

che anch'egli aveva il sommario degli altrui ragionamenti, e che fra la nota sua e quella del segretario era molta la differenza: che quello non era buon modo per notare i pareri. E passò a riprender, che vi fosse un sol segretario, dovendo avervene più, e di più nazioni. Ma l'arcivescovo si fermò nel suo detto. Successivamente il Guerrero in suo luogo sostenne quella distinta espressione delle cure episcopali come dicevolissima: anzi solo spiacergli essa in quanto non era più ampia. E aggiunse, che chi diceva, non esser di comandamento divino il pascere, e gli altri ufficii episcopali, diceva eresia. Di che quel d'Otranto alterato, richiese, che i cardinali costrignessero alla modestia i parlatori, altrimenti che anch'egli l'avrebbe deposta: che si professava per buon cattolico a pari d'ogni uomo che stesse al mondo: e che non sarebbe più intervenuto in quella congregazione. Ripigliò il Granatese, che hen si poteva profferire una eresia senza essere eretico: in quella maniera che sarebbesi innocentemente affermata eresia da chi avanti alla dichiarazion della Chiesa avesse negato che lo Spirito santo proceda ancor dal Figliuolo: la qual ragione, benchè salvasse l'altro dall'impietà, nol salvava dall'ignoranza. Con tutto ciò il cardinal di Loreno, mostratosi appagato per la risposta del Guerrero, non fece altro movimento. E chi volesse assolverlo da parzialità, potrebbe credere che ei non avesse per conveniente nè avanti, di reprimere, nè da poi, di riprendere un segnalato arcivescovo di nazione emula della sua. Onde quel d'Otranto si ritirò da tali adunanze, e con esso ancora quel di Tortosa, che simile avea qualche querela col Granatese. Ma l'uno e l'altro per instanza de Legati poi ritornovvi. I più scrupolosi intorno a quel decreto erano il prenominato arcivescovo d'Otranto, il Castagna, e 'l Boncompagno. Il Marino rimase in forse. Ma comprovandolo tutti gli altri, ch'erano la maggior parte, il cardinal di Loreno, e 'l Madruccio io portarono a Legati, rendendo loro ragion distinta d'ogni parola, e mostrando che non ve n'avea veruna la quale importasse, che la residenza sia di legge divina, più che si facesse il decreto promulgato nel concilio fino in tempo di Paolo III. Poscia il Lorenese, tutto cruccioso per le provate durezze e contraddizioni, scoppiò in accuse atrocissime contro ad alcuni in ge, nere di quel prelati: volereglino per umani rispetti rovinar la religione, la Chiesa, e 'l pontificato, facendo perdere a pontefici la Francia, e forse con la Francia il resto delle provincie cattoliche: di che sentir egli estremo dolore, veggendo rimanere infruttuose le fatiche immense fatte daise e da fratelli per mantener quel regno nell'ubbidienza della sedia romana. Qualche prelato fervidamente praticare per la dissoluzione di quel concilio. Aver egli certezza, che tali azioni non erano volute nè pur sapute dal papa, in cui albergava la più retta mente che fosse al mondo: ma essere in obligazione i Legati di fargliene assapere: il che certo volea far egli come servidore amorevole e perpetuo della santità sua. Non potersi dubitare che tali uomini non fossero per usare ogni sforzo a fin d'impedire il decreto: ma voler esso mandarne copia a tutti i principi cristiani, perchè divenisse chiaro quanto sinceramente si fosse proceduto dal canto suo, e quanto poco negli altri fosse la cura di non conquassare la Chiesa e 'l mondo. In fine, spirando tutto sdegno e cordoglio, affermò, che avea proposto di non intervenire nella sessione, ma d'irsene a Riva di Trento. Dal che con molte ragioni, e più coll'autorità il distornò a gran pena il cardinal di Mantova, i Presero spazio (4) i Legati un giorno a rispondere sopra il decreto. E in principio sperarono che vi fosse picciola e superabile difficultà. Ma, di poi quanto più vi si avea consiglio, tanto più lo studio e la sottigliezza vi rinveniva, o vi poneva novelli dubbii: e l'amor proprio facea riputare a ciascuno, che 'l nodo da se trovato fosse insolubile agli altri. Non era il contrasto fra teologi; nè fra questi ei canonisti, ma fra canonisti divisi. E narrò (2) alcuno, che gli altri presidenti erano tra sei convenuti d'accettarlo, imponendo al segretario, che in tal tenore scrivesse a ia (t) Due lettere del Legati al cardinal Borromeo de 25, e due altre del 28 di gennaio 1565. t, (2) Di questa materia molto si scrive dal vescovo di Modona al cardinal Morone in una de'28 di gennaio, e in varie lettere antecedenti e seguenti, ed

anche in una da Legati al cardinal Borromeo de 25 di gennaio 1565.

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