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Roma, se non che il cardinal Simonetta ricusò di segnar la lettera. Ora affaticandosi essi con ogni sollecitudine di conchiuder l'affare, spesso avvisavansi di essere giunti alla concordia, e di toccarla: poi d'improviso fuggiva loro non sol di mano, ma di vista, sì che ne disperavano affatto. Sentendosi in un sì torbido agitamento perpetuo sopra negozio che tenevan sì a cuore per zelo di religione e di riputazione, scrissero che talora furon vicini ad aver noia della vita. . . i i Nè questo travaglio era alleggerito da maggior prosperità negli altri affari. Avevano essi comunicate agli oratori deprincipi, come s'è raccontato, le obbiezioni dei prelati francesi alla forma dettata dal cardinal di Loreno sopra l'autorità del papa, e sopra l'instituzion de vescovi, con pregarli de'loro aiuti e del loro consigli per la concordia. Or la sera del ventiquattro di gennaio (1) vennero a Legati gli ambasciadori di Francia: e cominciò Lansac a mostrare, che gl'impedimenti del concorde processo dispiacevano ad essi

(1) Lettera del Legati al cardinal Borromeo dei 24 di gennaio 1565.

oratori non meno che a Legati. Che a fin d'agevolarne la riuscita non aveano mai tralasciati, nè tralascerebbono per avanti gli ufficii generali; ma non già userebbono i particolari per l'accettazione di quel decreto e di que'canoni, non avendo data lor, commessione il re cristianissimo di strignere i prelati in ciò che involgesse la coscienza, anzi di lasciarli in pienissima libertà. Sopra il consiglio da Legati richiesto, non sovvenir loro altro, se non che si tenesse lungi così dalla dottrina, come da canoni ciò che potesse cagionar dissensione. E soggiunse, che lascerebbe a suoi colleghi l'opera d'esporre il resto. Qui prese a dire il Ferier: e presuppose quasi certissimo, che'l conciliò era sopra il papa: che la religione e la chiesa di Francia non solo il teneva, ma il professava, e il giurava come articolo necessario. E ciò a gran ragione per l'autorità del concilio gostanziese. Prescriversi ver ramente loro nelle instruzioni regie di non appiccar sì fatta controversia; ma insieme di non dar libero il passo a parola contraria a quella lor religione. E però averessi tardato a farne dichiaramento finchè il tempo e l'affare gli costrignesse. Ricordò appresso le petizioni recate: e aggiunse, che avendo il papa già detto di rimettere interamente queste materie al concilio, non consentirebbe no essi che di nuovo il concilio le rimettesse al papa. E in dicendo tutto ciò, espresse un caldo e fermo volere. ai i riti i riot e Riprese il primo Legato, con rendere loro grazie pel buono affetto. Del consiglio rispose, che non potevano i presidenti nè abbracciarlo nè lodarlo: anzi, che non sarebbonsi mai ritenuti di porre nella dottrina e ne'canoni ciò che dichiarasse la suprema autorità del pontefice. Che se gli oratori erano intenti a difender la loro opinione, i Legati erano intenti a mantener la verità, la quali essere, chè il papa fosse superiore al concilio. Non pensassero di mettere il contrario in trattate; nè di chiedere al sinodo, che il diffinisse; imperò che i Legati aveano la loro sentenza per così certa, che prima di lasciar che si rivocasse ciò in dubitazione, avrebbon lasciata la vita. Qui intromessosi il cardimal Seripando, e voltosi al presidente Ferier, disse: che il fondamento da lui regionamenti avrebbon trattato col già detto cardinale, gli ambasciadori rendettero una inopinata risposta, che, non aveano che far con esso, nè da ubbidire a lui; ma solo da mandare ad effetto le commessioni del re come venivano loro imposte. Il che unito a preceduti successi fece sentire ai presidenti, che 'l cardinale non possedea quell'autorità la qual essi avevano immaginata, ed egli s'era attribuita. E appunto su que (1) giorni dal signori dell'Isola erasi scritto alla reina con diffidenza del cardinale: mostrando che 'l Gualtieri aveva recati al pontefice segreti suoi avvertimenti, e larghe promessioni: e che pe rò, là dove quel vescovo prima d'andare a Trento parlava pessimamente del cardimale, ora esaltavalo con molte lodi. A tanto duro partito stanno i ministri d'un principe ne' trattati coll'altro. Se rompono con questo, operano contra'l fine, e son biasimati per impetuosi ed imprudenti: se con maniere amorevoli e temperate procurano la concordia, incorron la nota o di deboli, o d'infedeli. E pur gli uomini

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(1) A' 14 di gennaio 1563.

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