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trimento il cardinale a questi concetti sopra la sua intenzione: anzi a Brescia, oltre all'amplissime significazioni contrarie fattene al Grassi con la voce, prese opportunità di raffermarle al pontefice con la carta (1). Onde gli scrisse, ringraziandolo che, sì come gli aveva testificato l'abate di Manna, da sua beatitudine si fosse ne gata fede ai romori diffusi in Roma di lui, e ritenutane la buona espettazione. Avergli ciò confermato il vescovo Grassi mandatogli dalla santità sua incontro; il quale anche aveagli testimoniato, quanto ella di bene si promettesse dai fratelli del cardimale, e da tutta la casa, e specialmente dall'opera sua in Trento. Esser lui per conservare eterna memoria di tante grazie; non facendo cosa avvedutamente che fosse per dispiacere a sua beatitudine. Ed apparecchiarsi a corrisponder tosto coi fatti a questa propizia opinione ch'ella degnava portar della sua persona. Nè diversamente avea parlato il cardinale coi ministri degli altri principi, e specialmente col marchese di Pescara nel suo transito

(1) Di novembre, mandata a Legati dal cardina Borromeo a 14 dello stesso 1562. o ,

per lo stato di Milano. Confidavasi molto il pontefice del marchese: ed era cresciuta la confidenza per gli ottimi ufficii da lui adoperati coi vescovi dependenti dal re nel breve tempo della sua ambasceria al concilio, e di poi ancora mediante il segretario Pagnano (1). Onde il papa in quell'accidente avea fatti notificargli per lettere da interposita persona i sospetti suoi dei Francesi; e mostrargli, che questa era opportunità degna di lui per illustrare la sua pietà, e quella del suo signore in sostenere la religione, e l'autorità pontificale. A che aveva risposto (2) il marchese sì zelantemente, e con tante profferte, che più non sarebbesi potuto aspettare da un nipote del pontefice: scrivendo lui di conoscere, che il sostenimento di quella santa sede era conforme in ogni parte al servigio di Dio ed alla mente del re cattolico. Supplicare egli a sua santità, che sì come l'onorava col comanda

(1) Molte lettere in originale del Pagnano, al marchese sono appresso l'autore.

(2) Da Milano agli 11 di novembre, mandata dal cardinal Borromeo a Legati a 14 di novem

bre 1562.

mento generale, così l'illuminasse intorno ai modi particolari. Fra tanto per mandar le profferte vestite di qualche effetto; significò d'aver già fatto ciò ch'era in se, e coi vescovi spagnuoli in Trento, e col cardinale nel suo passaggio. Che al concilio sarebbe egli pronto di ritornare eziandio con pericolo della vita, se gli affari necessitosi del re non l'avessero tenuto a forza nel suo governo. Ma oltre alle commissioni caldissime iterate al segretario Pagnano, essersi da lui mandata persona la quale opererebbe coi prelati spagnuoli niente meno di ciò che avesse potuto adoperare egli stesso. Col cardinale aver lui parlato delle materie sinodali: e il cardinale essersi riso del gran romore sparso, ch'egli venisse per confondere, o per turbare il concilio, o per recare alcun diservigio alla sede apostolica: dicendo, unico suo intento essere il rappresentar vivamente le miserie della sua nazione, e il supplicare con le ginocchia in terra a quella santa adunanza, che ne procurasse il ristoro: per ciò ch'elle erano tali, che, ben sapute, avrebbono intenerita di compassione ogni mente umana, non che cristiana. Onde soggiugneva il marchese, che se il cardinale per sorte lavorasse in animo qualche altro fino disegno, con questo colore l'avria dipinto. Fra tanto il pontefice, applicando novelle industrie a proporzione delle novelle gelosie, spigneva perpetuamente al concilio nuovi prelati italiani. Nel che, quantunque intendesse a non lasciar negli oltramontani l'arbitrio delle determinazioni, con tutto ciò non poteva sostenerne ragionevole accusa: non usando in ciò egli altro modo che il costrignere i vescovi all'adempimento del loro dovere. Tra i prelati che il pontefice mandò al concilio in quel tempo, il più riguardevole fu Bastiano Gualtieri vescovo di Viterbo, nominato da noi altrove mentre esercitava la nunziatura di Francia. Il cui fratello fu avolo di Carlo Gualtieri oggi vivente, litterato, ed onoratissimo cardinale. Era egli poco amato dai ministri di quella corte, come colui che avea sempre scritto in biasimo della tiepidezza usata dalla regina contro gli eretici, secondo che allora contammo: e dopo il ritorno con severità di zelo e con diffidenza verso l'animo dei Francesi porgeva consigli opposti alle loro domande. Sì che a lui attribuì (1) l'ambasciadore dimorante in Roma certi discorsi dati al papa in quei giorni sopra il concilio, dove parlavasi reamente del loro pensieri. E scrisse, che ei si era procacciata questa messione con dare a credere che penetrerebbe colla perspicacia nell'animo del cardinal di Loreno, e lo svolgerebbe; facendo ragionare da molti teologi contra il suo detto; e così ponendolo in angustie, e di poi confortandolo. Sciocchezze, che s'egli avesse proposte al pontefice, sarebbono valute ad escluderlo, non ad eleggerlo. Ma il papa veramente lo scelse considerandolo bene esperto (2) degli animi francesi, e specialmente del cardinale, con cui aveva trattato assai e con mutua soddisfazione. Egli menò seco Lodovico Antinori, nel quale concorrevano in parte le medesime condizioni; per essere l'Antinori rimaso in Francia alla cura degli affari nella partenza

(1) Lettera del signor dell'Isola alla reina de 29 di novembre 1562. (2) Lettera del papa a Legati, e del cardinal Borromeo al Mantovano a 15 di novembre 1562.

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