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cantico d'Ezechia: rispondi per me: ch'io patisco forza. Altri richiedere in esse moderazione: e questi parere che dicessero qualche cosa, mentre ricordavan loro le regole della prudenza, il cui uso è sì necessario alla vita. Ma darsi a costoro due risposte. L'una, il detto di Cicerone contra ciò che afferma Neottolemo appresso Ennio : doversi filosofare, ma brevemente: Erra, il corregge Tullio, chi desidera temperamento, mediocrità, e modo in una cosa ottima, e tanto migliore quanto maggiore. L'altra risposta contro a quei tiepidi moderatori, esser ciò che dinunzia lo Spirito santo: comincerò a vomitarti: deh fossi tu o caldo o freddo. Si recassero in memoria i padri ciò che avesse fruttato la moderata emendazione fattasi nel sinodo di Gostanza, o nel seguente (significando quello di Basilea) il cui nome voleva egli tacere per non offender le dilicate, e tenere orecchie d'alcuni, e nei seguenti di Ferrara, di Fiorenza, di Laterano, e nel Tridentino primo : o vero, per parlare secondo quelli i quali volevano che fosse uno stesso concilio, ciò che avessero fruttato i decreti tridentini

di diciott'anni addietro. Quanti regni fra
tanto si fossero separati dalla Chiesa cat-
tolica. Non trattarsi qui sopra la salute
de' soli Francesi: misurassero gl'Italiani,
e gli Spagnuoli i proprii lor pericoli da-
gli altrui mali. A chi essere di maggior
pro il farsi una vera e soda emendazione,
che al vescovo romano, pontefice massi-
mo, sommo vicario di Cristo, successore
di Pietro, e che avea suprema podestà
nella Chiesa? Conchiuse, che sarebbesi
più disteso in questi conforti, se non aves-
se conosciuto, che i padri erano sponta-
neamente incitati allo stesso corso. Onde
finì con ringraziarli della pia lor volontà
verso il re e la Francia.
Avea ricusato il Ferier di comunica-
re (1) innanzi a Legati la sua orazione,
perchè se le apparecchiasse adattata rispo-
sta; ma solo eransi da lui predette al se-
gretario alcune di quelle cose che prepa-
rava, ed altre taciute. V'ebbe chi la riputò
vantaggiosa al pontefice, imperò che, sì
come l'orecchio spesse volte s'abbaglia,

- (1) Lettera de' Legati al cardinal Borromeo, ed altre apportate del Visconti, e del Foscarario agli 11 di febraio 1565.

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e talora ode col desiderio, dissero e scrissero, ch'ella gli aveva attribuiti que titoli di podestà de'quali si quistionava. Ma nell'orazione poi consegnata in carta questi non si trovarono. E perchè a ciascuno il men verisimile de' passati accidenti dubbiosi pare che sia l'aver sè fallito, il Visconti (1) ed altri con esso, che in voce, e in lettere avevano ciò narrato, stimarono che la copia si fosse alterata dal primo originale. Ma sinceramente parlando, non ha sembianza di vero, o che il Ferier senza veruna special cagione usasse quelle parole che dianzi avea sì agramente impugnate a nome di tutto il regno, o che di poi ardisse di commetter falsità sì notabile, della quale potea rimaner convinto da dugento testimonii superiori ad ogni eccezione. Più intimamente considerarono fin da principio quel parlamento i Legati, avvisandosi che a grand'arte sotto i fiori d'una umile, e riverente favella vi fossero ascoste molte nocive ortiche. Il segretario, com'era uso, avea for

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(1) Lettere del Visconti al cardinal Borromeo de' 15 di febraio 1565.

mate le parole da rispondersi. E perchè in quel barlume datogli a voce dal Ferier gli era apparsa qualche ombra di torva faccia, le avea composte per modo, che totalmente si riferissero alle lettere del re, e nulla al ragionamento dell'oratore: giudicando che la più grave, la più cauta, e insieme la più mite risposta sarebbe stata il non dargli risposta. Finita dunque l'orazione, uscirono gli ambasciadori, e rimasero i padri ad aver consiglio della risponsion divisata alle lettere regie, la qual era dettata in sì fatti sensi: congratulavansi col re della vittoria: ringraziavanlo della significazione: animavanlo a proseguire l'impresa, chiudendo le orecchie a velenosi consigli di tali, che avendo per misura di tutte le deliberazioni l'umana utilità, il sollecitassero ad una pace la qual non fosse vera pace: affermavano che 'l concilio fra tanto darebbe opera e all'emendazione generale di tutta la Chiesa, e alle provvisioni particolari opportune alla Francia, nè sofferirebbe mai, che in se altri con ragione ricercasse la diligenza e l'industria, non potendosi dimenticare del proprio suo debito, e per qual cagione coll'autorità del santissimo pontefice Pio IV si fosse colà raunato. Il Lorenese, che fu il primo a dir suo parere sopra questa risposta, diello in tal senso. Il rispetto e de' suoi genitori, e della sua patria, e della sua famiglia tanto congiunta con la reale, richieder da lui, ch'egli alcuna cosa aggiugnesse all'esposizione degli oratori. Rammemorò l'esempio di Roboamo, che, pregato d'alleviare alquanto il gravissimo giogo imposto dal padre, nel qual caso i popoli gli promettean perpetua ubbidienza, prese spazio tre giorni a deliberare: e poi abbracciando il consiglio più tosto de giovani che de vecchi, die la repulsa, e ne seguirono molte calamità. Confortar egli per tanto i padri a rimettere alcuna cosa del loro diritto, acciò che e'l regno di Francia, e tutti i cristiani rendesser loro piena ubbidienza. Essere già passati i tre giorni, il primo de'quali era stato quando s'erano fatte loro le prime instanze per parte del re al venir degli ambasciadori: il secondo, quando eransi rinovate al giugner di lui: il terzo essere il presente nel qual elle si replicavano. Non dir lui: obe

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