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dite al re nostro: Dio il guardasse da ciò. Pregare il re, e supplicare: e però il cardinale esortargli ad alleggerire il giusto dolor di sua maestà, ed a ritrovar compenso di ridurre a migliore speranza le anime turbate d'alcuni. Se più s'indugiava, ruinerebbe la Francia, traendone questa ruina tant'altre, ch'era d'orrore il pensarvi. Doversi al re la risposta coll'opere: onde, intanto approvar egli quella delle apprestate parole, in quanto poi tosto la seguitassero i fatti conformi. Ed allegò quel verso: promissis dives quilibet esse potest. Il re cattolico, il pontefice, e molti principi aver dato soccorso alla Francia; ma il re, la reina, e'l regno attender da padri il precipuo aiuto. Molti parlarono nella medesima sentenza intorno al procedere all'opera con istabilir le riformazioni: ma i più con un semplice, piace, approvarono la risposta: ed ella fu data qual recitammo. In quel convento, appresso di ciò si propose d'eleggere i padri a raccogliere i corrotti usi, ed a preparar l'altre cose per venire all'effetto di quella riformazione che gli oratori chiedevano. Ed essendo ciò generalmente approvato con rimetterne l'elezione a presidenti, il Ciurelia (1) vescovo di Budoa, invanito del recente applauso alle sue giullerie, e non distinguendo tra il dilettare, e l'esser lodato, quando gli toccò la volta, disse poco saviamente quelle parole del Savio: ogni cosa è vanità. Onde i Legati s'accesero a scriver di lui una lettera ignominiosa, e particolare al cardinal Borromeo: affermando ch'erano costretti a fare per dignità del concilio quel che non aveano mai adoperato davanti. Gli raccontarono i buffoneschi suoi motti, e la sua contumacia alle ammonizioni. Porger egli a molti suggetto di ridere, a molti, e specialmente agli oltramontani, di contristarsi, che si profanasse quasi scena di comedia un luogo sì grave, sì santo, e sì reverendo. Alla prudenza, e all'autorità del pontefice appartenere il recar riparo allo scandalo con la degna animavversione. Così essi. E'l papa non fu lento a ordinare contro alla protervia dell'uomo tal disciplina, da fargli mutar l'importune risa in lagrime:

(1) Lettera de Legati al cardinal Borromeo degli 11 di febraio 1565.

rispondendo, che, ove non trovasser luogo alcune più coperte maniere di quindi rimuoverlo da se proposte, il mandassero via (1) espressamente, come scandaloso, e poco degno di quel consesso. Ma dovendo (2) esserne esecutori gli stessi Legati, cominciarono a sentire quella malagevolezza al fare che non si prova al dire: e stimarono ad animo quieto minor male qualche biasimo di languidezza, che qualunque tenue ombra di violenza. Però, sconsigliando il papa di ciò di che poc'anzi avevanlo consigliato, riscrissero: che il ridurre ad effetto i modi a loro proposti di gastigarlo, si trovava difficile, e che non ve n'essendo altri, meglio giudicavano il contenersi in una piacevole riprensione. E veramente avean essi maggior ne cessità di spender le cure in placare i grandi, che in gastigare i piccioli. Il Visconti al suo ritorno avea ritrovati di tristo animo i cardinali di Loreno e Ma

(1) Lettera del cardinal Borromeo a Legati dei 20 di febraio 1565.

(2) Lettera de'Legati al cardinal Borromeo del primo di marzo 1565.

druccio (1). Quel di Loreno, perciò che gli pareva d'aver perduto d'onore là onde speravane grande acquisto, da che nè i canoni da lui divisati sopra l'instituzione de vescovi, nè il suo decreto sopra la residenza eran riusciti ad approvazione, anzi, in vece d'appianare la marea in bonaccia, avevano eccitata maggior procella : onde appunto col linguaggio degli scontentati, diceva che da indi innanzi non velea pigliare alcun carico, ma far gli ufficii di privato : che non rimarrebbe tuttavia di servire a Legati dove potesse, intromettendosi con gli altri per la concordia. Il cardinal Madruccio non tanto attristavasi per la poca felicità del decreto, nel cui aggiustamento era stato egli collega del Lorenese, ben sapendo che a questo, come a principale architetto, ridondava la lode o'l biasimo del lavoro, quanto perchè gli era avviso d'esser negletto da presidenti, e star quivi per poco in tal digiuno d'informazione, e in tal bassezza d'autorità, qualconvenisse ad un ordinario vescovo, e non a un nobilissimo porporato.

(1) Lettere e scritture del Visconti al cardinal Borromeo de'3, degli 11, e del 15 di febraio 1565.

E troppo vedea rimanere oscura quella forma del suo intervenimento al concilio mirata in rispetto del cardinal tridentino suo zio, e del cardinal Pacecco in tempo di Paolo, anzi pure allora del cardinal di Loreno. Ma dove i lamenti del Madruccio eran brevi e in suon basso, come di addolorato, quei del Lorenese eran prolissi e ad alta voce, come di sdegnato, sì veramente che lo sdegno non violasse la modestia. Amplificava il disonore da lui sofferto: ma non tanto mostrava che gl'increscesse per privato, quanto per publico rispetto. Rammaricavasi del danno che portavano al papa con affettate diligenze a suo favore alcuni Italiani: significando, com'esplicò il Pelvè al Visconti, l'arcivescovo d'Otranto, il qual veramente parve smoderato e nel dire e nel fare, e più infaccendato che circuspetto. Alzava l'estimazione del suo potere, e del suo merito col papa; ma in sembianza di racconto, non di vanto, mentre narrava che gli ugonotti domandavano concilio nazionale, e che 'l vi aveano invitato, mostrando essi, che con questo sarebbesi finita la guerra e racquetata la nazione: ma ch'egli l'avea

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