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ricusato, dicendo che ciò era illecito, mentre l'ecumenico stava aperto. Che in Francia erano ite di lui querele, perchè avesse operato rimessamente, e in particolarità sopra la dichiarazione, che la residenza fosse di ragion divina. Toccò l'andata, a cui s'apprestava, in Ispruch, accennando ciò ch'egli avrebbe potuto adoperar coll' imperadore. Affermò che l'unica via la qual conducesse il concilio a presto e prospero termine, sarebbe il soddisfare a principi in poche cose, di cui rimarrebbon contenti, sì come avea significato al pontefice mediante il Gualtieri, e massimamente intorno all'uso del calice: a che sempre il cardinale s'era mostrato prono: e'l Gualtieri ne avea conteso (1) con lui, ricordandogli che non portavan questo parere tutti i Franzesi, e che 'l capo ecclesiastico della città capo del regno, cioè il vescovo di Parigi, vi si era opposto. Ora il cardinale, fermo in ciò, assertivamente prenunziava, che nè gl'imperiali nè i Francesi sarebbonsi mai quietati senza questa concessione, benchè il (1 ) Appare da una cifera del Gualtieri al cardimal Borromeo, a 47 di dicembre 1562.

e LIBRO VIGESIMO 287 concilio fosse dovuto prolungarsi due anni. E dall'altro canto dinunziava la sua partenza, ove non avesse fine alla PenteCOSte. i Ritrovò il Visconti anche, secondo la consueta e infelicità de'principi, e infedeltà del ministri, ch'era venuta al Lorenese la copia di varie lettere scritte in suo biasimo dalle persone di Trento al cardinal Borromeo, e non meno la contezza di varie segrete commessioni mandate da Roma a Legati, e specialmente, che, sì come rapportammo, consentissero a mutare in altre le parole: la Chiesa universale. Ma questa contezza (1) fu come quella che dà il tuono del fulmine, cioè di cosa che fu, ma non è però che il pontefice, ricevuto o più di lume, o più di cuore dalla opposita risposta de'Legati, aveva in quel tempo ricusato già di mandare il Breve chiesto da essi per loro perpetua giustificazione, con rivocare il comandamento, prescrivendo che in trattarsi dell'autorità sua, nulla meno o men chia(1) Appare da due lettere, del crimi iere meo a Legati del 10, e del 24 di febraio, e da una risposta de Legati a lui de 18 di febraio 1565. ramente si dicesse di quanto dicono il sinodo di Fiorenza, e i concilii e i padri più antichi, anzi pure alcuni de'medesimi eretici, avendo scritto con questo titolo più volte al papa l'elettore di Brandeburgo. Ed aggiunse, che avea prontezza di mantener con lo spargimento del proprio sangue quelle prerogative della sede apostolica, le quali erano stabilite non solo con la dottrina, ma col sangue di molti santi. Più tosto, secondo gli ordini da se dati altre volte, si tralasciassero amendue le materie, cioè della giurisdizione episcopale, e della pontificale. Il qual nuovo mandato a Legati mirabilmente soddisfece. Per altra parte il Visconti raccolse dal cardinal di Loreno ed altronde, che i Francesi non sarebbonsi mai piegati alle già dette parole in favor della podestà pontificia : nè valer con essi l'autorità del concilio fiorentino, come di celebratosi in concorrenza e in opposizione con quello di Basilea, il quale dall'accademia parigina era sostenuto. Nè avea trovato il Visconti molto ben disposto il nuovo ministro spagnuolo Martino di Gastelù, il quale stava in Trento con maggiore autorità del Pagnano, sì come quegli ch'era mandato immediatamente dal re, e per effetto più a fine d'informar lui, che di servire il conte di Luna, la cui venuta si mostrava ogni dì più lontana ed incerta. Ora il Gastelù, come avviene a non esperti ne'primi giorni, bevuti i concetti i quali trovò ne più della sua nazione, diceva, che'l concilio non era libero interamente pe'trattati che facevano gl'Italiani. Quasi gli Spagnuoli e i Francesi tra loro se n'astenessero: e quasi i trattati non dimostrassero più tosto che levassero la libertà: non si procurando mai con ragioni o con preghi la voce di chi ha serva la lingua. Esaltava egli il Granatese come sì riputato dal re, che vacando l'arcivescovado di Toledo avrebbe vi promosso lui. Ma non andò molto che 'l Pagnano gli cominciò ad instillare altri sentimenti. Nè mancavano dottori principali spagnuoli che fossero canali per cui si trasmettessero acque più limpide e insieme più dolci in quel regno, e specialmente Guasparre Cardillo di Villalpanda quivi procuratore del vescovo d'Avila.

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Ma più di tutti rivolgeva a se i pensieri e le cure l'imperadore avvicinatosi al concilio. Aveva già dichiarato il cardinal di Loreno (1) a Legati, che dalla reina avanti alla sua partenza gli era stato commesso di visitarlo; ma che la sua lontananza non sarebbe stata oltre a dodici giorni. Di poi loro aggiunse, che l'imperadore stesso per lettere del vescovo delle cinque chiese il chiamava sollecitamente a fine di trattar seco affari ch'assai montavano benchè: il Seldio, ministro principale di Cesare, negasse (2) al Commendone quella chiamata. Onde i Legati, avvisandosi che Ferdinando avrebbelo fatto consapevole delle significazioni a se recate dal Commendone, fecero consiglio di prevenire con informarnelo essi, o per addolcirlo con pegni di confidenza, o per non innacerbirlo con dimostrazione di diffidenza. E di tutto questo ammonirono il Commendone, acciò che osservasse uniforme te. nore nel trattar seco. Il cardinale, o per

i (1) Lettere de'Legati al cardinal Borromeo de-
gli 8, e 11 di febraio 1565.
(2) Appare dalla relazione del Commendone da

allegarsi, -
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