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del nunzio. Giunse ai ventidue di novembre (1): e trovò che il cardinal di Loreno per una febre di catarro sopravvenutagli due giorni dopo il fine del viaggio, non era potuto andare fino allora nella congregazione. Porse il vescovo ai Legati lettere del cardinal Borromeo: aperse loro la cagione della sua venuta; e con partecipazione di essi fu subito a visitare il Lorenese, e gli rendette una epistola che il papa gli scriveva con molta onorificenza. Erasi avvisato il pontefice di dovere accompagnare il Gualtieri con altre sue lettere a Lansac, ed al Ferier, per non accrescer la diffidenza, che sapeva esserne ministri francesi di quel prelato; della qual diffidenza Lansac, ricevuta la lettera, die nuovo segno: scrivendo (2) al signor dell'Isola, piacergli di avere in Trento quel testimonio col papa delle sue azioni; nelle quali sperava che nulla troverebbe da biasimare. Ma il Gualtieri per non diminuire appresso al cardinale il pregio dell'onoranza che il pontefice ad esso faceva, con mostrarla egli

(1) Lettera del Gualtieri al cardinal Borromeo de' 25 di novembre 1562. (2) A' 12 di novembre 1562.

comune ai due oratori, gli aveva detto avanti quasi in credenza, essersi da lui procurate cotali lettere del papa, affinchè quei ministri che l'aveano veduto partir dalla nunziatura, non lo riputassero in picciola grazia di sua santità, e però il dispregiassero: e richieselo del suo giudicio intorno al presentarle. Il quale ufficio valse a far sì, che il cardinale si stimasse avvantaggiato in più maniere sopra gli ambasciadori; commendando l'avvedimento del Gualtieri, e consigliandolo di non tardar la presentazione. Dimostrògli insieme il cardinale piacer grandissimo d'avere quivi persona con cui per l'antica domestichezza potesse usare libertà : condimento senza il quale tutte le conversazioni hanno dell'austero e dell'insoave. E cominciò ad esercitarla in quell'ora stessa; aprendo il cuore ad una doglienza quanto più modesta, tanto più grave, pei giudicii bestiali fattisi in Roma dei suoi pensieri e dei suoi propositi. A che il Gualtieri s'ingegnò di soddisfare, negando che la credenza del papa si fosse mai lasciata occupare da quelle voci. E quindi prese materia di ragionare sopra

il disordine che il cardinal troverebbe in concilio, di consumare il tempo in disputazioni sì aliene dai bisogni presenti, e altrettanto opposte alla sollecita conclusione, quanto ella era necessaria e desiderata in ogni parte della cristianità. Ma disse, che questo medesimo partorirebbe al cardinale un'immensa gloria, se con l'eloquenza e coll'autorità sua imprendesse e ottenesse di levar tanto sconcio, Egli, come savio e circuspetto, rispose che questa doveva essere opera dei presidenti, e non di lui ch'era un privato in quell'assemblea. Ma ripigliò il Gualtieri: che tutti insieme non potevano in ciò quanto egli solo potrebbe. Non altro ave re incoraggiati gli Spagnuoli ad intentare cotali macchinazioni, che la speranza di aver lui favorevole insieme coi suoi prelati francesi; e così di fabricarsi una maggiore autorità nelle chiese loro. Ove si vedessero non solo non invigoriti ma repressi da un tant'uomo, si ridurrebbono entro ai segni onde erano trascorsi. E qui ricercollo, e ne trasse quasi promessa, che nel suo primo ragionamento publico esortasse i padri a materie più giovative e più sustanziali. Anzi il cardinale fesegno, che alle parole congiugnerebbe l'opere, astenendosi dai conventi, ne'quali sì fatte inutili disputazioni si proseguissero. Disse ancora di voler mostrare al Gualtieri le sue instruzioni: accennando contenervisi qualche domanda disconveniente; ma che avrebbe significata la maniera onde il papa soddisfacesse di leggieri alla Francia, e interrompesse una certa inclinazione che si scorgea me più di quel regno, a partirsi dall'ubbidienza della sede apostolica. Propose, che a fine di stabilir quietamente i canoni, e di celebrar la sessione il dì prenunziato dei ventisei, i presidenti chiamassero lui per la chiesa gallicana, due Spagnuoli per la ispana, e chi loro fosse a talento per la italiana: i quali fermassero i predetti canoni di concordia. Promettersi lui, che i Francesi nulla contraddirebbono all' opera sua; e che lo stesso con qualche industria si potrebbe ottenere dall'altre nazioni. Riferì, che gli Spagnuoli assiduamente il combattevano affinchè si giugnesse loro; eziandio con venire eglino a leggergli i pareri da essi apprestati per l'adunanza. . . . .

Mentre il cardinale rimase indisposto, non durò lungamente la pausa delle congregazioni, avendo pregato modestamente egli medesimo (1), che per lui non si ristesse. La prima adunanza fu spesa in assegnare (2) i luoghi ai nuovi prelati: e come i litigii surgono più fra parenti che fra stranieri, venne contesa di grado tra (3) Girolamo della Souchiere francese, abate di Chiaravalle, che dal seguente pontefice fu promosso al concistoro dopo iterata repulsa della sua umiltà, con guiderdone tanto più onorevole, quanto più violento, e tra gli abati della congregazione Cassinese; apportando per se l'uno, che gli altri non erano contenuti nell'antica religione di san Benedetto, ma nella congregazione di santa Giustina confermata all'età moderna da Eugenio IV, e che però la famiglia di Chiaravalle gli superava d'antichità: a che aggiugneva altre prerogative degli abati Chiaravallesi, - - . . . - - - o o ti (1) Lettera dell'arcivescovo di Zara del 19 di novembre 1562. (2) A 16 di novembre, come in una lettera del Modonese al cardinal Morone in quel giorno. o

(5) Atti del Paleotto.
T. X. 3

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