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causa come sua propria, e la difesa quanto più ardua, più onorata. L'altro: se convenisse d'annullar nel futuro i matrimonii clandestini, il che fin allora da niuno si negava che fosse in poter della Chiesa. Fu chiamato frettolosamente su quel tempo da Cesare, ancora il cardinal Madruccio (1): il quale prese (2) il cammino a diciassette di febraio. Ed appunto nello stesso giorno ritornò (3) il Commendone: a cui non era seguito di trattar col Lorenese (4) alla corte, ma solo di parlargli in un breve incontro per via. Diè quegli relazione (5) a Legati del suo negozio, ed essi gl'imposero che la scrivesse per mandarla, come fecero, al cardinal Borromeo. A che si condusse l'altro di mala voglia,

(1) Lettera del Visconti al cardinal Borromeo . . . di febraio 1565.

(2) Il Diario a 17.

(5) Lettera dello Strozzi al duca di Firenze, e del Foscarario al cardinal Morone de 18 di febraio 1565.

(4) Appare dalla sua relazione, ch'è fra le scritture de'signori Borghesi.

(5) Lettere de'Legati al cardinal Borromeo dei 18, e de 19 di febraio 1563.

imperò che il suo giudicio, come pendente a temere, si scostava da quello del nunzio Delfino, ministro allora più riputato e più pratico della natura e della corte di Ferdinando. Ed essendo stato ingiunto da Legati al Commendone, che si regolasse dal consiglio del nunzio, questi l'aveva ritenuto dal fare a Cesare, quasi non necessaria, l'instanza la qual gli si era commessa in precipuo luogo, come narrammo: di esser contento, che le cose appartenenti al capo della Chiesa si riformassero dal medesimo capo, e non dal concilio. Tal che non essendo proceduto il Commendone a speciali proposte, nè altresì avea riportate se non generali risposte. E non richiamossi l'imperadore con lui specificatamente d'altro, se non che in concilio fosse un segretario solo: cosa più volte messa (1) in discorso dal cardinal di Loreno co' Legati, e da loro scrittasi al cardinal Borromeo, ma sostenuta dal papa: considerando che tal era l'usanza, e che nell'alterazione potea nascondersi qualche sinistro proponimento.

(1) Lettera del cardinal Borromeo a Legati dei 10 di febraio 1565.

Il tenor della mentovata relazione che il Commendone scrisse, fu tale. Essere in Cesare tanta pietà cristiana, che divisa fra tutti i principi ecclesiastici e secolari di Alemagna, sarebbe stata sufficiente per restituire alla religion cattolica quelle provincie. Nulla dimeno potersi dubitare della sua mente e delle future sue opere inverso il concilio e la sede apostolica: imperò che pareva che le ragioni appresentategli da tal'uno gli avessero altamente impresso nell'animo, che 'l sinodo e 'l papa mancassero al debito e al necessario intorno alla riformazione, e che però a se convenisse di strignerli, come a primogenito ed avvocato della Chiesa. Aver lui scritto in questo concetto poco innanzi ai suoi oratori. Farsi a credere alcuni che sua maestà non fosse per richiedere dal concilio decreti partenenti alle cose del papa, essendo egli e 'I Seldio nella sentenza, che 'l papa sia superiore al concilio: ma di tal opinione in Cesare niente aver tratto il Commendone da tenuti ragionamenti. Esser disceso l'imperadore a dirgli in credenza qualche segreto sopra il re de'Romani, per significare, come avvisavasi, che voleva non perdonarsi nella riformazione al medesimo suo primogenito. Apparecchiarsi colà una convocazion di teologi, dalla quale poteasi temere assai: per ciò che se que pochi avessero approvato all'imperadore come lecito e pio alcun fatto verso di se appariscente, posto innanzi dal consiglio del ministri, e creduto profittevole alla Germania, egli sarebbesi tenuto sicuro in coscienza. E però in mal punto andare allora colà i Sorbomisti. Aversi gran ventura, che fra teologi convocati fosse Pietro Canisio della compagnia di Gesù, uomo, com'egli il nomina, di grandissima bontà e dottrina, e gran difensore dell'autorità pontificia: ma potersi aver timore, che questi per poco sarebbe solo. Del cardinal di Loreno esser quivi altissima estimazione, e avidissimo aspettamento: sì che, apparendo in lui gli stessi concetti gagliardi sopra il riformar la Chiesa, rendersi credibile, che scambievolmente si conformerebbono nel parere, e si prometterebbono unione nell'operare. Taluno (accennava egli per avventura il Delfino) opporre a ministri ce sarei contra quella da loro sì domandata riformazione, la malagevolezza che si farebbe incontro nel mandarla ad effetto per ogni luogo, massimamente in Germania. A ciò essi dar tre risposte. La prima, così egli scrive: che i gesuiti hanno ormai dimostrato in Germania quello che se ne possa sperare in effetto, poichè solamente con la buona vita, e con le prediche, e con le scuole loro vi hanno ritenuta e vi sostentano tuttavia la religion cattolica, onde non è dubbio che quando si facessero molti collegi e molte scuole onde si potessero avere molti operarii, se ne caverebbe frutto incredibile: ma bisogna cominciare una volta. La seconda: che essendosi cagionata ogni ruina della Chiesa da peccati de' suoi ministri, e bisognando al ristoro molta misericordia di Dio, questa non poteva impetrarsi senza loro emendazione e penitenza, che che poi facessero gli altri. La terza: ch'essendo buono il riformar la sua propria vita, dovea ciò farsi, posto eziandio che non ne venisse altro frutto. Dopo aver esposti il Commendone i sentimenti del suo giudicio, aggiugneva: essergli stato commesso alla sua partenza dal Delfino, che confortasse i Legati a star di franco animo; però

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