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destinata congregazione, egli uscì nella stanza dov'erano raunati, e publicò i nuovi eletti: nondimeno tutto ciò gli fu poco. Imperò che presentendone qualche odore il cardinal della Bordisiera, penetrò al pontefice la stessa mattina innanzi al fatto: e gli pose avanti le congruenze di commetter quella condotta al Lorenese per l'autorità, per la dottrina, per la pietà, per l'accortezza, per la perizia, e per la grazia presso tutte le corone, e tutte le nazioni cristiane. E con tanto maggiore spirito usò queste ragioni quel cardinale, quanto più glien'era bisogno per fare apparire che, intendesse di persuadere: imperò che avendo altre volte il papa statuito di comunicare a lui quella legazione, potea sospettarsi che o la concorrenza o l'invidia gli rendesse poco appetibile l'elezion d'un altro francese. Dal papa gli fu risposto, ch'essendo venuto il cardinal di Loreno come capo d'una parte, non conveniva dargli una presidenza, la qual richiedeva sopra ogni cosa ed affetto ed opinione di non parziale. Un dì avanti a questa elezione il cardinal Osio ebbe lettere dal cardinal Borromeo (1), onde intese che nella sua diocesi allignasse qualche eresia: e propose mediante il Visconti al papa, che gli fosse mutata la legazion di Trento in quella di Pollonia, dove assai più avrebb'ei conferito alla Chiesa, che nel concilio. Ma n'ebbe egli la repulsa per titolo della sua necessaria presenza in Trento. Prima che avvenissero queste cose, avea finalmente il pontefice rimandato il Gualtieri: avendo premesse alla partita di lui (2) per corriere le osservazioni da se notate, come accennossi, alle richieste dei Francesi, affinchè i Legati potessero con minore indugio in proporle soddisfare alla fretta che ne mostravano gli oratori: ma rimettendo interamente l'affare al giudicio degli stessi Legati, e dichiarando di consigliare, non di prescrivere: la qual dichiarazione raffermò egli anche dipoi, quando essi gli comunicarono alcune lor considerazioni a quelle sue note, ed ei per ciò nuovamente significonne il suo

(1) Lettera del Visconti de 6 di marzo 1565.

(2) Tutto sta nelle sudette lettere del cardinal Borromeo a Legati, de 17, del 21 e del 25 di febraio 1563.

parere. In breve, tutte le lettere che venivano a Legati dal papa in queste materie, contenevano, o rimessioni, o querele, che di sì fatte rimessioni non procedessero ad uso. E specialmente nella morte del Mantovano rispondendo (1) il cardinal Borromeo ad una lettera particolare del Seripando, espresse con maniere gravissime il gran dispiacere che si recava al pontefice con voler da lui le ordinazioni per qual si fosse accidente, il pregiudicio che ciò apportava per la lunghezza, la quale era poi cagione di tutti i disturbi, e l'infinito suo desiderio, che operassero nel futuro secondo il proprio lor senno. Una simile rimessione recò ad essi il vescovo di Viterbo (2) intorno al decreto sopra la residenza. Onde i Legati, che in ciò avrebbono amato meglio l'aver sicurtà di esecutori, che autorità di arbitri, se ne rammaricarono. Giunse il Gualtieri a Trento il giorno quinto (3) di marzo, e trovò in mala tem

(1) A' 10 di marzo 1565.

(2) Lettera de' Legati al card. Borromeo agli 8 di marzo 1565.

(5) Appare da una de' Legati a 6.

pera il cardinal di Loreno: imperò che il dì avanti gli ambasciadori veneti gli avevano significata una funesta novella (1) scritta loro dall'ambasciadore della republica in Turino, ciò era, che 'l duca di Guisa, fratello del cardinale e sostegno della sua casa, fosse stato ferito sotto ad Orliens nella schiena a tradimento con pe ricolo della vita. Quest'annunzio stordì si fattamente l'animo del cardinale, che quantunque intervenisse all'adunanze de teologi ed all'altre funzioni col corpo, vedevasi nondimeno che suo mal grado gran parte dell'animo stava altrove: nè bastava tutto il velo della costanza, perchè non gli si leggesse nel volto la sospensione e l'agitamento del cuore. Fu indi a poc'ore divolgata dagli stessi veneti per nuove lettere lor sopraggiunte la morte ancora del duca, seguita dopo l'infermità di sette giorni. Ma questa seconda voce si procurò di tener lontana dall'udito del cardimale per non tormentarlo con un dolore per ventura immaginario, quando non so

(1) Appare da una de'Legati al cardinal Borromeo degli 8 di marzo, e da due del Gualtiero degli 8 e del 9, e dal Diario de 10 di marzo 1565.

pravveniva confermazione del fatto per altro lato. Nondimeno, secondo che la fama publica s'apre l'entrata da mille parti, non si potè impedire che anche di ciò non gli pervenisse qualche susurro. Stando allora il cardinale in questa mal idonea disposizione, a primi ragionamenti del Gualtiero rispose sì mozzo (1) e svogliato, come se poco il gradisse: di che poi ripensando avvedutosi, mandò a scusarsi. Ed egli però s'astenne dall'entrar per quel tempo in ogni altro argomento che dilettevole, ed acconcio a divertir la mente del cardinale dal noioso pensiero: soltanto aspergendovi di publici affari, quanto conferisse alla varietà, sommamente opportuna per non affisare (2). Ma poco indugiò ad aversi certitudine del fatto per uno spedito messaggio. Ed in essa egli mostrò franchezza maggiore che avanti nel dubbio: o perchè questo avesse preparato l'animo al colpo, e disfogato in gran parte il dolore nel timore, o perchè l'uomo

(1) Appare da una scrittura del Visconti al cardinal Borromeo degli 8 di marzo 1565.

(2) Lettera del Gualtieri al cardinal Borromeo a 9 di marzo, e de Legati del dì 11 di marzo 1563.

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