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ritien volentieri l'affezione al ben posseduto finchè ritien la speranza di conservarlo, ma abbandonato da questo affetto, abbandona quello per quanto può, e solo cerca sollevamento ed onore dalla fortezza. Per tanto in riceverla sventurata certezza, gettatosi ginocchione disse rivolto a Dio: Signore, avete lasciato in vita il fratello colpevole, e levatone l'innocente. Non mancò il Gualtieri d'assicurarlo, che 'l papa avrebbe adoperata tutta l'autorità per sostegno della sua benemerita casa. A che non meno concorse con le dimostrazioni onorevoli la reina, collocando (1) nel giovane duca figliuolo del morto tutti i governi del padre, e dando sollecite commessioni, che fosse ben guardata la vita del cardinale (2). Imperò che attribuivasi l'opera a signori di Ciattiglione, e specialmente al cardinal di quella famiglia già divenuto ugonotto. Per la solenne cui privazione il Lorenese avea fatte, e rinovò in quell'accidente fervide instanze, ma come per zelo, non per nimistà : là

(1) Appare da una del Gualtieri al card. Borromeo de 13 di marzo 1565. (2) Lettere del Gualtieri de'9 e del 15 di marzo.

dove il pontefice se n'era tenuto per lasciare al reo l'uscio aperto di ritirarsi onoratamente dal precipizio. E di fatto l'uccisore, ch'era un privato gentiluomo ugonotto, nell'esaminazion giudiciale disse d'avere operato per commessione di Guasparre signore di Ciattiglione grande ammiraglio e fratello del cardinale. E benchè di nuovo esaminato poscia variasse, questo sospetto concorse a quel sanguinosi avvenimenti ne'quali fe maggior guerra all'ammiraglio il duca già morto, che non avea fatto vivo. Standosi adunque allora fra tali suspizioni, poteasi temere che i medesimi signori, per torre sì gagliardi nemici alla loro setta, e per deliberare da emuli sì potenti la loro famiglia, insidiassero anche alla vita del cardinale, non meno a loro formidabile nella toga, che già il fratello nell'arme. Ma egli disse al Gualtieri, che di ciò non era umana custodia che assicurasse: onde conveniva non vivere in troppa sollecitudine di vivere, ma lasciarne la cura a Dio, il quale ne ha il dominio. Per tanto passò nel colloquio dal privato rischio della sua persona al publico della Francia: e dopo molte parole fu conchiuso tra loro, che bisognava constituire il principal fondamento nel re cattolico, pregandolo a dichiarare di voler essere come tutore del cognato pupillo ed abbandonato. Là dove alcuni, i quali non posson credere in chi possiede stato altra regola d'operare che la ragion di stato, spargevano ch'egli fosse per approvare alla reina d'Inghilterra il procurar l'antico possesso di Cales riguadagnato alla Francia dall'ucciso duca di Guisa, e per confortare alla cedizione il consiglio regio, sotto color che sarebbe stato ciò bene speso per comprarne al re in sì debole età, e fra le turbolenze intestine la pace esteriore. Ma, come si vide, nè i pericoli della sua nazione, nè i lutti della sua famiglia distraevano il cardinale dal pensare agli onori della sua persona: o sia, che non ha forza verun oggetto fuor di noi a disgiugner l'animo nostro da noi: o sia che ne' gran dolori s'infiamma la cupidità del piaceri, quasi di medicina. Prima che pervenisse novella de'due Legati aggiunti, erasi (1) parlato in Tren

(1) Cifera del Gualtieri al cardinal Borromeo degli 8 di marzo 1565.

to di questa futura elezione; la quale pensandosi che sarebbe d'un solo, altri predicevanla nel cardinal Morone, altri nel Cicala. Contra il primo aveva riferiti il cardinal di Loreno al Gualtieri molti biasimi dell'imperadore: del secondo mostrava sinistra credenza propria, come impressagli dalle relazioni d'alcuni prelati per la fama da noi antidetta, che i suoi consigli impedissero in Roma le deliberazioni migliori. Ma il Gualtieri con destra forma erasi ingegnato di farlo ricredere, acciò che ogni elezione che per ventura seguisse d'alcun di que due, il ritrovasse coll'animo ben disposto. Nel resto il cardinale riteneva il suo parere, che convenisse al papa l'avvicinarsi a Trento con ispignersi a Bologna (1): maggiormente che alla morte del Legato Gonzaga era sopravvenuta in que giorni una gravissima infermità del Seripando. Imperocchè diceva, esser vano il pensare ad opera di qualche pregio e prosperità co'due Legati che rimarrebbono. Ma queste eccezioni da lui date a presidenti sani, e a'car

(1) Lettera del Gualtieri al cardinal Borromeo de 9 di marzo 1565.

dinali che potevano di leggieri venir surrogati al morto, o all'infermo se morisse; non tanto tendevano a risospignere in dietro altrui, tirando il pontefice ad accostarsi, quanto a portare innanzi se stesso, il quale o per appetito di procacciarsi gloria, o per zelo di giovare alla cristianità, era avidissimo d'esser piloto di quel navigio. E perchè a tal fine faceva mestiero purgar nel papa la sospezione verso i principi congiunti col cardinale, e verso la sua stessa persona; per l'uno e per l'altro usava tutti i suoi argomenti. Intorno al primo, testificavano egli ed i suoi più intimi un'ottima volontà dell'imperadore, dalla cui bocca narrò al Gualtieri l'arcivescovo di Sans aver sentito dire, che se dal pontefice gli fosse cavato un occhio, l'avrebbe mirato di buon guardo con l'altro. Ma più diligenza poneva egli nel secondo, come in più valevole al suo intendimento. Ed o fosse per gran fortezza, o per gran religione, o perchè, sì come scrisse il Gualtieri (1), la mestizia nell'animo del Francese non riceve al

(1) Lettera del Gualtieri al cardinal Borromeo de 13 di marzo 1565.

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