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terrore dello stuolo ottomanno. E che finalmente la sua andata a Trento sarebbe riuscita a danno, parendo rivolta ad opprimere la libertà del concilio. Ben offerivasi d'ire a coronar l'imperadore in Bologna; dove forse il concilio spontaneamente saria venuto: e quivi il pontefice avrebbe stabilita la riformazione ad arbitrio in gran parte della maestà sua. Ma nel tutto si rimetteva a ciò ch'egli più ampiamente le avrebbe fatto ascoltare dal nuovo Legato Morone. Questa fu la contenenza delle due scambievoli lettere publiche. Alla segreta sua lettera dava principio l'imperadore dal ridurre in mente al papa l'umana mortalità, e però la convenienza d'accelerar la riformazione avanti che altro infortunio precidesse il lavoro: anzi troppo essersi anche tardato per addietro nella convocazion del concilio. In primo luogo parergli, che si dovesse pensare a forma per cui l'elezion de sommi pontefici si facesse con perfetta santità e rettitudine, e massimamente senza verun'ombra di simonia: perciocchè dal capo sano deriva la sanità in tutto il corpo.

Quindi facea passo all'assunzione dei cardinali e de'vescovi; ricordando quali prerogative fossero in loro opportune, e quanto dall'opera, dall'esempio, e dalla riputazione di tali pendesse il bene e l'onor della Chiesa. E ciò non ostante vedersi così degli uni come degli altri, alcuni inferiori al grado, poco onorevoli e poco giovevoli alla medesima Chiesa. E, poichè fra vescovi altri erano scelti dal papa, altri nominati da principi, altri eletti da capitoli, e i primi e i secondi si sperimentavano le più volte migliori de'terzi, potersi dubitare sopra la sincerità di tali elezioni, e però convenire di provvedervi. Appresso, dolevasi con maniere alquanto men ritenute delle usate da lui nella publica lettera: che tutto si ponesse a consiglio in Roma, e quivi se ne trattasse nella congregazione del papa, avanti che a Trento nella congregazione del sinodo: onde parea che vi fossero due concilii. Meglio dover essere per opposto, che 'l pontefice prendesse il consiglio del concilio generale in vece della sua congrega particolare, e coll'approvamento di esso constituisse eziandio le leggi

appartenenti al conclave, ed alla riformazione di Roma. Dimostrava susseguentemente il bisogno estremo della residenza episcopale. Intorno alla quistione combattuta in quel tempo, s'ella fosse o no di ragion divina, avervi fondamento di suspicare, che molti vescovi si piegassero a quella parte, la qual riputassero più gradita a sua santità. Senza che, tre maniere di vescovi distingueva: altri aspiranti al cappello: altri poveri: altri dotati di ricche chiese, e contenti di esse. Non doversi aver dubbio, che gli ultimi non fossero per esporre schietti loro pareri: ma ben darsi luogo a sospetto, che a primi e a secondi la residenza fosse discara. In brevità, pregar egli la santità sua, che, ov'ella conoscesse di poterlo fare secondo Dio, lasciasse proceder quella diffinizione. E bench'ei non negava a sua beatitudine l'autorità del dispensar nella residenza, supplicavale nondimeno, che per acconcio universale non l'esercitasse. Togliesse Iddio, soggiugneva, che da lui s'intendesse di contender al papa la podestà datagli da Cristo, per la qual egli dopo il medesimo Cristo era capo della Chiesa in terra. Contuttociò dover la santità sua difender ben sì l'autorità pontificia; per cui di nuovo offeriva tutto il suo vigore, ma difenderla di tal modo, che si conoscesse, nient'altro cercarsi in ciò fuor che la gloria di Dio, l'aumento della fede, e'l pro della Chiesa. Tutta questa lettera, sì com'era piena di forme libere e significanti, così nel principio, nel mezzo e nel fine sentivasi mollificata con parole di scusa, di riverenza, di sommessione, e specialmente serbavaillesa da qualunque leggerissimo cenno sì la persona, sì la balia del pontefice, anzi d'amendue ragionava con infinita osservanza. Diceva quivi l'imperadore, d'aver separata la presente epistola dall'altra, però che sapeva che quella sarebbe andata per molte mani. Non aver egli scritta questa di suo carattere per non affaticare con la scabrosa forma di esso gli occhi del papa; ma ben avervi adoperato un ministro fidatissimo, e la cui penna egli usava ne' più gravi segreti. Pregar ei la santità sua, che per opera d'un simigliante ministro gli desse risposta. In fine aggiunse alcune linee della propria sua mano con espressione di grand'amore ed ossequio, iterando quivi l'invito a Trento. Il pontefice rispose di tal concetto. Saggiamente ammonirlo sua maestà, che pensasse al vicino transito di questo mondo. Tenervi egli fissa la mente; e fra gli altri apparecchi per quel terribile viaggio attendere con sollecito studio alla riformazion della Chiesa a se confidata da Cristo. Dirvero sua maestà, che montava inestimabilmente al bene del cristianesimo la retta e candida elezione del papa. Sopra ciò aver fatte i concilii e i pontefici passati sì sante e sì savie leggi, che nulla parea potervisi aggiungere. Nondimeno per diradicarne ogni reo uso, essersi da lui promulgata dianzi una nuova Bolla, di cui gli mandava copia. Che volentieri avanti di statuirla avrebbela comunicata col sinodo, publicandola poi con approvazione di esso; ma di ciò essersi trattenuto per la sperienza delle passate discordie, la quale gli avea predetto, che a gran fatica sarebbesi quivi mai nulla conchiuso in affare di tanta mole, di tanti capi, e di tante considerazioni: onde il rimetterla al con

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