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lerate dagli uni per non impedir negli altri quella che alcuni chiamavano libertà. Ora, poichè il re, e molti principi volevano sì fatta libertà, la quale al fine non sarebbe se non una disciolta licenza, egli, quanto era a se, rendersene contento: ma che ben si traeva fuori di colpa per qualunque pregiudicio che ne ridondasse a sua maestà: come fin a quell'ora sarebbe avvenuto, s' ei non avesse ripugnato con forte mano in suo acconcio; volendo intendere di varie concessioni sopra materie ecclesiastiche in profitto del re, le quali volentieri sarebbonsi rivocate in concilio da vescovi spagnuoli. La residenza esser voluta da se più che da ogni altro; e però aver già dinunziato eziandio a cardinali che aveano chiese, l'andarvi. Intorno all'uso del calice; esercitando egli la solita confidenza di parlare con sua maestà, non ritenersi dal dire, che gli pareano domande opposte: che a tutti fosse libero di proporre: e insieme che s'impedisse dal papa la suddetta proposizione, la qual Cesare, il re di Francia, e'l duca di Baviera aveano determinato di portare in mezzo per loro ambasciadori, eziandio contra il voler de Legati. Intorno al fare egli la concessione, essere ito procrastinando. Prenunziargli i principi ruine grandi ove ne desse la repulsa: e specialmente, che i loro sudditi, per altro cattolici, se questo fosse lor negato da Roma, il prenderebbon da per se stessi, congiugnendosi con gli eretici: da quali in sì fatti casi erano costretti a rinegar la religione. Che sopra questi e sopra molti altri affari sarebbesi concordato di leggieri fra il papa e'l re, ove avessero potuto ragionarne senza interposite persone; e che parimente di gran pro sarebbe stato l'unirsi a parlamento il pontefice coll'imperadore, dovendo pur questi ricever da lui la corona. Per sicurtà del continuamento averne già il re un Breve, un altro il Vargas: che un simile ne manderebbe egli al marchese di Pescara. Per tanto essere in balia di sua maestà il farlo presentare a Legati quando le piacesse; e così terminar la faccenda. Nel che il papa venne a significare, che non volea rimaner debitore al re d'una condiscensione di cui nè gli caleva punto, nè il re per effetto vi s'era piegato in grazia sua, ma di Cesare. Ed è consueto, che ogni debito d'obligazione sia grave alla naturale alterigia degli uomini, e massimamente del principi: ma poi quello paia insoffribile, a cui soscrivendosi, par loro di non divenirne laudevoli come grati, ma dispregevoli come ingannati. Così erano disposte le cose, quando il Legato Morone eletto per nuovo principal reggitore s'avvicinava al concilio. E benchè fosse noto per voce universale (1), che egli prima di fermarsi in Trento dovea passare ad Ispruch; pertuttociò non intendendolo i Legati dalle lettere di palazzo, nol potevano affermare senza rischio di mostrarsi errati e leggieri. Onde eleggevano per men rea la condizione d'esser creduti o poco prezzati dal papa nella comunicazion degli affari, o troppo cupi in dissimularla con darsene a veder per incerti. Ed appunto in simil concerto fecero di ciò una tacita doglienza, quando risposero al cardinal Borromeo; il qual finalmente l'avea loro significato insieme con la seguita partenza d'ambedue i colleghi.

(1) Lettera de'Legati al card. Borromeo del 1 d'aprile 1563.

Di che il Borromeo si scusò (1) rispondendo che la contezza del fatto era trasvolata a Trento per un corrier mandato di Roma a Cesare dal suo ambasciadore; e che in palazzo non costumavasi di fidar le lettere a corrieri altrui: onde quest'uso aveva impedito che quegli ne portasse l'annunzio autentico a presidenti: il qual esempio vaglia perchè i ministri sieno tardi ad affliggersi quasi contra'l merito spregiati in qualche accidente da lor signori; essendo innumerabili ed inopinabili le circustanze, le quali per sorte abbiano rendutonecessario o conveniente ciò che pareva inragionevole. Il cardinal Morone, festinando più del compagno, pervenne a Trento il giorno decimo (2) d'aprile, ch'era il sabato santo. Stette in forse d'introdursi a privato modo, ma gli antichi Legati furon d'avviso, che per decoro e per letizia

(1) Al Simonetta a 7 d'aprile 1565.

(2) Lettera de'Legati al cardinal Borromeo degli 11 d'aprile 1565, e Atti di castel s. Angelo, ove parimente si registrano l'entrata del card. Morone, e le sue parole in congregazion generale, la prorogazion della sessione fatta a 21 d'aprile, l'entrata del cardinal Navagero, le lettere della reina di Scozia, e la risposta del concilio,

il facesse con pompa e solennità. Onde gli furon incontro ad onore ed essi e 'l cardinal Madruccio tornato per quell'ufficio, e tutti gli oratori, eccetto il veneto ch'era infermo, e tutti i prelati (1). Entrò pontificalmente sotto baldacchino: e i due Legati, i quali gli erano occorsi per un miglio in rocchetto e in mozzetta, il seguivan dietro insieme col cardinal Madruccio. Grande fu l'allegrezza, al pari della speranza venuta al venire di sì riputato soprastante intorno al buon riuscimento di quell'impresa; la cui arduità ne aveva partorita ormai la disperazione. Ed accrebbesi negli animi l'uno e l'altro giocondo affetto colla giunta (2) seguita due giorni appresso di Claudio Quignones conte di Luna, ambasciadore spagnuolo; il quale, perchè troppo aspettatovi, comparve già quasi contra l'espettazione. Il suo incontramento ebbe qualche difficultà, ma non seco: imperocchè il Drascovizio in

(1) Oltre alla mentovata lettera de' Legati, una del Visconti al cardinal Borromeo de 15 d'aprile 1563.

(2) Lettera de'Legati al cardinal Borromeo degli 11 d'aprile 1563, eAtti del vescovo di Salamanca.

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