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mamente: a segno che 'l Granatese gli disse, che dove a se fosse paruto che la coscienza l'obligasse a dissentire dai più, l'avrebbe quetata con rimetterla a quella del cardinale. Questi, facendo in suo cuore il giusto diffalco all'offerta, rispose con ugual cortesia: rallegrandosi di ve dere in quella significazione, che anche i più contrarii cercassero darsi a vedere amorevoli; il che (discorreva egli) almen sarebbe valuto acciocchè contrariassero rimessamente. Con tal saggio de'negozii, e degli animi mosse da Trento per Ispruch il nuovo Legato. Non minor sollecitudine diede a'colleghi un'altra lite degli Spagnuoli pendente davanti a loro, che la dianzi narrata la qual moveasi contro di loro. Era essa l'antica intorno alla preminenza dei luoghi co' Francesi. Cominciò a strigner l'affare (1) il conte di Luna dopo la partenza del cardinal Morone: ed in somma propose, che ove non avesse potuto ottener grado sopra l'ambasciador di Francia, sarebbesi renduto contento di sedere

(1) Lettera de'Legati al card. Borromeo de 19 d'aprile 1563. e

rincontro ad esso o dall'una parte o dall'altra ad elezione dello stesso francese: ma protestando che perciò non s'intendesse pregiudicato alle ragioni del suo signore: ed anche avrebbe accettato altro sito che gli assegnassero i Legati, pur che tale ch'ei non si manifestasse per inferiore. Se poi gli fosse dinegato ogni luogo in cui potesse star con dignità del suo principe, aver egli commessione di presentare all'assemblea le lettere regie, e incontamente partirsi. E non era ciò simulazione a fin di conseguire miglior partito, ma verità; essendosi nel re per senso del suo consiglio mutata quella disposizione di non curar vane cerimonie, la quale aveva egli prima significata al pontefice. I Legati, inteso ciò, discorsero fra di loro, che pel nuovo accordo stabilitosi in Francia con gli ugonotti, quanto scemava ne'Francesi il bisogno degli Spagnuoli alla tutela della sustanza, tanto sarebbevi cresciuta verso di loro la durezza nelle gare dell'apparenza. E d'altro lato giudicavano che non convenisse di far alienare il re cattolico: il cui favore più d'ogni altro era di mestiero al concilio; possedendo egli somma autorità non solo co'prelati di Spagna, ma con molti italiani. Onde se i Francesi ricusassero i mentovati compensi, ne' quali sembrava che pure si riserbasse loro qualche segno di maggioranza; inclinavan l'animo a non impedire l'assenza di tali, la cui presenza, come diceano, recava al concilio quanto di splendore, altrettanto d'inquietudine. Ma di tutto ciò scrissero in cifera al papa; e da lui attendevano le direzioni. In questo tempo accostandosi il di prenunziato per la sessione, ch'era il ventesimo secondo d'aprile, e veggendosi (1) la necessità di prolungarla, quando nulla era conchiuso, e due Legati mancavano; gli altri due presenti divisarono fra loro, che si potesse destinare a quell'opera il di terzo di giugno, che sarebbe il quinto nella settimana di Pentecoste: al qual tempo facean ragione di poter essere in acconcio. E significarono (2) questo loro intendimento a tutti gli ambasciadori, al

(1) Lettera de Legati, e del card. Borromeo de 22 d'aprile 1563. (2) Il dì 20 d'aprile.

cardinal Madruccio, ed anche a quel di Loreno: il qual era colà tornato quel giorno. Da tutti rimase approvato; sì che portaronlo alla congregazione il dì appresso con fidanza dell'assenso universale. Ma lo sperato effetto ingannolli. Il cardinal di Loreno, com'era vario ne'suoi giudicii, così allora il mutò; avvisandosi che quella nuova destinazione di giorno certo avrebbe posto il concilio in rischio di nuovo disonore, ove questa denunziazione a simiglianza di tant'altre precedenti cadesse a voto. Onde fattasi dai Legati la proposta, egli disse, meglio parergli il prorogare a termine incerto: sì che la congregazione a se riserbasse fin a venti di maggio il determinar la giornata ferma. Che allora sarebbesi ciò potuto fare o per lo stesso giorno terzo di giugno, come ora i Legati pensavano, o per altro, ma senza dubitar dell'adempimento. Sì fatto discorso accostossi all'animo al cardinal Madruccio, e alla maggior parte eziandio de' più congiunti col pontefice, e co'Legati, facendosi a credere che a loro similmente dovesse ciò riuscire a grado; e che si fossero tenuti dal proporre la prorogazione con quell'incertezza, perchè l'aveano riputata spiacente a molti del padri. Tanto che nella sentenza del più concorse fra gli altri il Gualtieri: di che specialmente i Legati fecer lamento, perchè egli il di avanti era stato il mezzano di portare al Lorenese il loro concetto, e di riportarne ad essi l'approvazione. Questo accidente, che fu leggiero inverso di se, avvenne nondimeno grave a Legati, allora più gelosi della riputazione, quando la stima e il disprezzo rimaneva tutto in loro, e non si dividea fra compagni. Più ponderosa cagione tenea passionato il Gualtieri. Ciò era la poca (1) fermezza la qual parevagli di vedere nel cardinal di Loreno: onde avveniva ch'egli nel tesser con assiduo lavoro legami di buona corrispondenza fra esso e'l pontefice, dopo lungo ordito sempre si scorgesse da capo nella sua tela. E però dubitava, che in Roma veggendosi frequentemente successi contrarii alle sue recenti speranze, potess ei cadere in si

(1). Lettere, e cifere del Gualtiero al card. Borromeo de' 12, 19, e 22 d'aprile 1563.

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