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nistra credenza o d'ingannatore, o d'ingannato. Benchè non aveva ommessi gli opportuni ripari per sottrarsi a tale accusa, con i far sentire in ogni sua lettera la natura del cardinale. Sopra cui ultimamente ricordò, che la sera innanzi alla elezione di Giulio III aveva quegli spinto un corriere al re Arrigo, significandogli molti capi gravissimi, che il ritenevano da convenirvi: e la mattina vegnente fe opera col cardinal Farnese per la sua esaltazione; e la trasse ad effetto. Era il cardinale, secondo il ritratto che ne figurava il Gualtieri, di temperamento fra l'aereo e l'igneo presto all'accension degli affetti, e non meno al rifreddamento: tutto sdegnoso, tutto placabile; ma nel tempo dello sdegno oltre misura intemperante in farne dimostrazione, e in minacciare altrui di ruine: onde se alcuno allora l' udiva, credendo che la sua lingua si conformasse al cuore, potea stimarlo di mal cuore: per contrario nel tempo del buon volere, sì liberal di promesse, che altri, contrapponendole poi con gli effetti, poteva imputare ad artificiosa dupplicità quel che era venuto da inconsiderata sincerità: in breve, quali i palazzi de'comuni, ove il più maestevole e 'I più vistoso suole star nella facciata, e nella sala. Ma gli ornamenti di questa facciata, e di questa sala erano molti, e rari: magnanimità, amorevolezza, beneficenza, pietà, dottrina, perspicacia, eloquenza, valore, e zelo del publico giovamento. E di tal sua natura cangiante annoverava il Gualtieri novelle prove ricevutesi pure in que giorni. Aveva scritto il cardinale, come si è narrato, che desiderava di ragionar col Legato Morone, prima che questi andasse all'imperadore, e che perciò sollecitamente verrebbe: di poi tardò la venuta; e publicò d'averlo fatto avvisatamente, perchè, se dall'altro

gli era comunicato il tenor delle sue com

messioni con Cesare, non si potesse mai sospicare ch'egli avesse applicata l'opera contro al felice successo. Altri nondimeno vi trovarono, o vi crearono più fina ragione ed arte; dicendo (1) che il Lorenese in Vinezia aveva estratto dal cardimal Navagero, distesosi alla patria innanzi di venire a Trento, il più delle commessioni date al Morone per Cesare, e che l'aveva prenunziato a Cesare per un corriere: onde però gli era cessata la fretta di parlare al Morone. Ma sì come (1) queste sottili conghietture d'intelletti politici le più volte sono errori; così in Roma per contrario, essendo stato imposto al cardinal Navagero, che stesse attento in Vinezia alle ree opinioni, le quali per avventura tentasse d'imprimere nel senato quel di Loreno, e vi s'opponesse; ebbesi poscia molta soddisfazione di ciò che quegli aveva trattato e col Lorenese, e con la republica. Non riuscì già da essa al Legato una delle imprese propostesi (2) in quel suo viaggio; ciò fu di ritornarle in grazia il cardinale Amulio: benchè a tal fine presentasse affettuose lettere del pontefice, avvivate dalla sua lingua con vigoroso spirito d'eloquenza, ond'era dotato sì per natura come per uso in quello stesso teatro. Così forte è la

(1) Lettere e polize del Visconti al card. Bor

romeo de 22 d'aprile 1565.
T. X. 27

(1) Cifere, e lettere del card. Borromeo al Navagero da 15 fin a 24 d'aprile 1565.

(2) Il Morosino nel libro ottavo della sua istoria veneta.

sodezza di quel senato nelle sue ordinazioni. Ma o il già detto procedere del cardinal di Loreno fosse levità, od arte, ingegnandosi egli di liberarsi da questa e da ogni altra nota per aver proposto sì caldamente ed iteratamente al pontefice il convenire a Bologna, e poi, ricevutone il consentimento, essersi da ciò ritirato; volle scusarsi con accusare. In proposta di tanta onoranza a sua santità, essere stato conveniente, che venisse una risposta libera, e non una lettera con mille simulazioni delle difficultà ch'ella ritrovava in quel viaggio: quasi non fossero meritati da se molti ringraziamenti per avere indotto l'imperadore a conservare al papa il possesso d' un tal diritto nel coronarlo; ed a spignersi per questo fine almen fino a Mantova. Nel che il cardinale già mutava ciò che tante volte avea divisato di Bologna. Aggiugneva, contenersi in quella lettera condizioni di somma sproporzione alla sua qualità: ciò erano, il dovere operar egli, che i principi rimanessero appagati della riformazione la quale il pontefice facesse; e che'l concilio si terminasse speditamente. Delle quali condizioni parea maraviglia che 'l cardinale facesse querela; da che sopra questi fondamenti aveva esso appoggiata la sua proposta. In breve, dimostravasi egli tutt'altro da quello di poco innanzi, e tutto cruccioso. Aveva ei mandato fin da Vinezia il Musotto a Roma: e divolgò, che l'intento era non solo il giustificarsi con Pio, ma l'impetrar grazia di saper gli speciali titoli delle imputazioni dategli, come affermava, da lui; che si facesse capo di parte, e spargesse mal seme tra sua beatitudine e l'imperadore: maggiormente che la reina gli avea notificata una simile querimonia del nunzio contra i prelati francesi del concilio, incolpandoli che ne impedissero il buon processo : la quale accusa pareva che in primiero luogo venisse a percuotere chi teneva la primiera autorità fra quel drappello. E qui rappresentando col solito vantaggioso ritratto le sue azioni, diceva: che se l'accusazion del pontefice fosse d'aver egli confortato l'imperadore, che s'intromettesse per ottenere al concilio maggior franchezza

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