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senza aspettarsi d'ogni minuzia le commessioni di Roma; che si provvedesse alla residenza, e si stabilisse l'instituzione dei vescovi; e che si purgassero i pravi usi: poteva sua santità per sì fatti capi chiamarlo all'inquisizione, qualor ne avesse talento. Ma se non ascrivesse a diffalta questi consigli; e per altro ritrovasse che egli nella controversia intorno alla residenza aveva usato tutto l' arbitrio per giovare alla sede apostolica, e che non meno in altri punti avea rotte le commessioni del suo re nel servire al pontefice; gli era avviso che dovesse onorarlo, non caricarlo. Andava dicendo col linguaggio degli scontentati e sdegnati, che avendolo Iddio già sciolto da tutti gli umani affetti con la morte de fratelli, volea per innanzi profferire il suo parere in concilio con quella libertà a cui fosse unica norma l'onor divino e la coscienza. Non tanto però davano timore al Gualtieri queste sue irate denunziazioni, posta la natura dell'uomo, quanto il sentire come il grancancellier di Francia, ministro qual già si disse di poco zelo, avesse adoperato sì fattamente che nell'uf

ficio di grammaestro del palazzo, vacato per morte d'un de fratelli, fosse surrogato il nipote del cardinale in concorrenza del contestabile che v'aspirava per la persona d'un suo figliuolo (1), e che il senti così gravemente che assentossi dalla corte con eccitar gelosia. Il che aveva in qualche forma racconciato col gran cancelliere il cardinale; e riaccesa in lui con la speranza la cura d'aver propizia la reina, senza gittar l'ancora meramente nella protezione della sede apostolica: come prima si discorreva che gli fosse mestiero. Per tanto il Gualtieri, volgendo l'assalimento verso la parte più arrendevole, narrò al cardinale ciò ch'era vero: molti prelati francesi dolersi di lui, che per troppo compiacere agli Spagnuoli nella controversia dell'Ordine, trascurasse i capi ch'erano più a cuore alla Francia: onde venia pericolo, che avendo egli tanti nemici ed aperti e celati in corte, questa sì stretta unione sua con gli Spagnuoli valesse loro per arme da mandarlo a ruina. La qual considerazione, benchè da lui

(1) Oltre alla prenominata, una del Gualtiero al card. Borromeo de 5 di marzo 1565.

con le parole sprezzata, rispondendo, come si suole, sicurarlo sofficientemente la coscienza; parve che gli penetrasse altamente nell'animo. Il presidente Ferier mostrava di convenire nel medesimi sensi contra il cardinale, biasimandolo di volubilità ; ed opponendogli, che non curasse se non P utile della sua casa. E nel resto dicea concetti favorevoli alla sede apostolica: e sì come uomo d'intendimento profondo, recava ragioni validissime onde il proporre fosse lecito a soli Legati, e onde il papa soprastesse al concilio: nella qual sentenza concorrevano alcuni Francesi, e specialmente Girolamo della Souchiere (1) abate di Chiaravalle, religioso che meritava e otteneva esimia riputazione di probità e di dottrina. Anzi il Ferier dimostrandosi, come talora interviene, riprovatore del presente governo nel suo paese, non si ritenne dal dire che in quelle circustanze avrebbe desiderato d'esser vescovo per dare in concilio un parere a suo grado; e fare aperto, che i Francesi

(1) Appare da una del Gualtieri al card. Borromeo de 26 d'aprile 1565.

mentre domandavano instantissimamente la correzion de'rei usi, ne introducevano essi a tutt'ora de nuovi scandalosissimi e dannosissimi. Non però si fidava a pieno il Gualtieri, ch'ei (1) parlasse secondo l' animo; perciocchè al suo ritorno da Roma, trovando ch'esso gli consentiva in tutto, non gli credette in niente, e suspicò che simulasse a fin di trarre dal pontefice qualche construtto. Ma per qualunque sospetto non si può fare, che quando si sente per alcun dire con efficacia in vantaggio nostro quello ch'è vero, e che vale a persuaderlo altrui, non sia da noi creduto dir daddovero, e persuaderlosi egli stesso. Avvenne in quel tempo, che fra Pietro Soto, il qual era in somma estimazione di severa probità e di soda scienza, ed avea sempre sostenute le due sentenze de' suoi vescovi spagnuoli: che sì la residenza, sì l'autorità episcopale fossero di ragion divina: caduto gravissimamente infermo, il giorno diciassettesimo d'aprile, dopo il quale tre soli rimase in vita,

(1) Appare da una cifera del Gualtieri al card. Borromeo degli 11 di marzo 1565.

scrisse per mano altrui una lettera al papa: e parole simiglianti al tenor di essa testificava d'avere udite dal Soto poco innanzi fra Vincenzo Giustiniani allora suo generale, e poi cardinale. Questa lettera (1) tosto divolgatasi in Trento, per la qualità della materia e dell'uomo divenne poi celebre in tutta Europa. Confortava egli quivi il pontefice, per la fedeltà e per la gratitudine la qual gli doveva in quell'estremo, a dar opera che si diffinisse di qual diritto fosse la residenza così de vescovi, come degli altri ministri ecclesiastici: ed a farla osservare; provvedendo a cardinali con altro che con vescovadi. E non meno a far dichiarare, che l'instituzione e l'autorità de vescovi sia di ragion divina. Non conferire alla dignità della sede apostolica l'altrui abbassamento. Affermar lui vivendo e morendo, che 'l papa è superiore a tutti i concilii; nè può da loro in alcuna maniera esser giudicato. Riputar egli opportuno, che ciò similmente in aperto modo si diffinisse; però che il contrario

(1) Oltre alla lettera del Soto, una del Visconti al card. Borromeo. . . d'aprile 1565.

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