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andare a Trento, secondo l'invito di Cesare; e confortava sua maestà di venire a Bologna. Le scuse, come già riferissi nella risposta della lettera, si riducevano a cinque capi: alla vecchiezza e all'infermità di Pio, non tolleranti del rigido cielo tridentino: alla incapacità di quel luogo, già occupato dal concilio, per due sì gran corti: alla indegnità con cui vi starebbono il papa e l'imperadore, posta la presente licenza: a pericoli per la vicinità degli eretici alemanni, e per le collegazioni che avea con essi il principe di Condè capo degli ugonotti francesi: alla necessità che avea Roma allora del pontefice propinquo cagionata dallo stuolo turchesco. Per contrario niun di questi rispetti applicarsi a Bologna. Poter Cesare venirvi disarmato, e con picciola spesa, camminando nel suo fin a Mantova; ed offerivagli il papa, che in Bologna fosse padrone quanto egli stesso. Non dover temere sua maestà della Germania; lasciandovi il figliuolo amato, stimato, e già eletto a re de Romani. Potersi ciò porre in effetto con buona pace degli Alamanni, facendo sua maestà quel viaggio per la riformazione tanto da loro domandata: la qual di fatto si manderebbe ad opera con traslatare a quella città il concilio. Conchiudevasi questo capo, e l'instruzione con dire, che sì come il pontefice aveva seco proposto di non guardare in riformando la Chiesa nè al sangue nè all'utile; così, ove si trattasse d'offendere quell'autorità che non dagli uomini soli, ma da Dio gli era data, ne sarebbono avvenuti gravissimi turbamenti; non essendolo egli per tollerare, sì come nol potea senza gran peccato. Sopra la venuta del papa a Trento riscrisse al Legato l'imperadore, che quantunque ne avrebbe sperati amplissimi beni; contuttociò, intendendone le difficultà, cesserebbe di stimolarlovi. Dell'andata sua a Bologna: che se fosse stata per la semplice coronazione, e se la qualità de'tempi gliel'avesse permessa, non l'avrebbe ricusata per corrispondere al suo dovere, all'esempio de' suoi maggiori, e alla grata osservanza verso un pontefice della cui paterna benivolenza avea tanti preclari segni: ma dovendosi quivi far la riformazione di tutta la Chiesa, esser questo un lavoro arduo e lungo, e non di leggiera mano, e di fretta: e pure nè ancora per breve tempo concederglisi allora di voltar le spalle alla Germania, bollendo colà molte occulte macchinazioni; le quali se non si smorzavano con sollecita cura, potevano opprimer tutto l'imperio. Nè bastar la presenza del re de'Romani; così perchè i bisogni dell'Ungheria il richiedevano in quelle parti, come perchè sempre era costume, che i negozii più rilevati dell'imperio si riferissero al capo. E perciò che il pontefice dopo la partenza del Legato aveva introdotto qualche ragionamento col nuovo ambasciadore spagnuolo, come narrossi in rapportando la risposta al suo memoriale, che parimente il re Filippo convenisse a Bologna; e il Legato per commessioni ricevute di Roma ne avea fatto cenno all'imperadore, quasi ciò valesse con lui per argomento attrattivo a quel viaggio: Ferdinando rispose, sembrargli assai difficile che un colosso di tanta mole sì di lontano vi fosse tratto: ma che avvenendo, questo medesimo avrebbe recata maggior necessità di lunghezza; e però tanto meno sarebbe potuto egli venirvi, posto il bisogno di guardar la Germania con la presenza. Ringraziar esso il pontefice dell'altre benigne offerte; ma l'andarvi lui con poca spesa, e con picciola comitiva, parergli disconvenevole alla dignità imperiale. Anzi far mestiero in tal caso, che seco menasse i principali prelati della Germania; il che in quel tempo sarebbe stato assai disconcio alle chiese loro. Senza che, malagevolmente gli avrebbe egli potuti indurre ad un concilio fuor d'Alemagna. Ben prometter lui a sua santità, che come prima il potesse, non ostante l'incomodità del dispendio, così anderebbe a renderle quest'ossequio di pigliar da lei la corona. A ciò il Legato quietossi, o disperato di muover l'imperadore, o contento che l'imperadore non usasse altri sproni a muovere il papa: essendo assai più solleciti gli uomini di schifar il male, che bramosi di conseguir nuovo bene: e per ciò provandosi massimi fra piaceri sì del corpo, sì dell'animo involto nel corpo, quelli che sono in verità medicine. Le mentovate materie furon suggetto di molte raddoppiate risposte per amendue i lati. Ma perchè nelle scritture vicendevoli si pone assai di superfluo, e si tralascia molto di necessario; l'uno e l'altro de'quali non si discerne se non all'aperta luce del colloquio, efficacissimo strumento alla conclusion de più intrigati negozii; desiderò il Legato di trattare a presenza ed a voce coll'imperadore: sì veramente che non v'intervenissero i consiglieri; i quali per mostrar zelo ed accortezza, sempre intrecciavano nuove difficultà; contra il fine d'ogni trattato, che è la concordia. Avea posseduto il cardinale per altri tempi assai della grazia, e della stima di Ferdinando, presso cui era dimorato molti anni come nunzio di Paolo III, assistendo alle diete più celebri, e più operose tenute per affari di religione. E di poi nella corte romana erasi da lui sempre mostrato parziale affetto e in generale verso la casa d'Austria di cui era suddito, e in particolare verso la persona, e gli affari dell'imperadore: onde benchè taluno si fosse ingegnato in questi ultimi anni di renderlo odioso a quel principe, quasi da consigli di lui procedesse la gelosia, e la strettezza di Pio nell'ope

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