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Finalmente, che, non essendo allora tempo opportuno d'andar l'imperadore a Bologna per coronarsi, come il pontefice l'invitava, non avrebbe però trascurato di seguir, quanto più presto gli fosse le cito, quella giusta e laudabile usanza dei suoi maggiori. Oltre a queste cose poste in iscritto, composero a voce: che ove fosse avvenuta la vacanza della sedia romana durante il concilio e vivente Ferdinando, egli avrebbe applicata tutta la sua potenza a patrocinio del collegio, affinchè ritenesse pacificamente l'antico diritto di creare il nuovo pontefice. Di che il cardinale in tutto lo spazio della sua legazione era stato con gelosia, dubitando, non tendessero a mutar ciò alcune delle richieste. In tre cose però, le quali tosto soggiugneremo, non consentirono interamente, come apparve più chiaro da una scrittura che in virtù di questo parlamento fu poi consegnata al Legato in nome dell'imperadore su la partenza. Onde quegli ricevendo onori per altro in ogni più riguardevol maniera, eziandio con esser visitato (1) da Cesare per levargli il disagio di farsi portare a lui mentre aveva i piedi annodati dalla podagra, e sentendosi richiamato dalle necessità del concilio, nell'accommiatarsi la mattina dodicesima di maggio non ristette di ribattere su que'chiodi che vedeva non ben saldati. Ma perchè la brevità del tempo e la natura di quell'ufficio non gli diedero agio di soddisfare al suo animo ed all'affare; scrisse a Ferdinando una lettera il giorno stesso, e gliene fe presentare dal nunzio Delfino. La somma era questa. Essergli testimonio Dio, che dopo l'ossequio dovuto da se come da cardinale al pontefice e alla sede apostolica, non era persona a cui portasse più osservanza, e professasse più obligazione, che alla maestà sua. Perciò volerle scrivere allora, si come a principe a cui era debitore d'infinite grazie, ed in cui era conoscitore d'infinita benignità: e sì come atale, averle parlato quella mattina più liberamente dell'uso, ma forse più brevemente dell'uopo, in tre capi rammaricandosi dell'ulti

(1) Appare da una lettera de' Legati al card. Borromeo de 10 di maggio 1563.

mo scritto recatogli per parte della maestà sua. L'uno essere di deputar le adunanze a riguardo di nazioni, sopra che in quella risposta facea segno sua maestà di rimaner ferma. Non potersi in ciò far più oltra di quello che già i Legati facevano, com'egli le aveva significato, e come la maestà sua potrebbe conoscere, intendendo dal nunzio il vero stato del concilio, e'l rispetto che dovevasi avere al numero de'prelati. E qual equità volere, che uno o due inglesi o ibernesi ottenessero pari autorità con trenta francesi o spagnuoli, per non parlare degl'italiani? Non essere in balia del principi, anzi nè ancora del papa stesso l'introdurre contra voglia de' più in concilio un costume nuovo, e sol usato in qualche maniera dal sinodo di Gostanza, quando non ci avea pontefice nella Chiesa, e da quello di Basilea che non era accettato. Senza che, proponendosi questa come una via compendiosa, era certo per contrario, che la sola discussione di tanta novità avrebbe divorato assai maggior tempo di quanto poi se ne avanzasse per così fatto spediente. Nè bastar che sua maestà dicesse di rimettersi al giudicio del papa, de Legati, e d'alcuni altri; imperciocchè la sola fama, che la maestà sua portasse tal sentimento, sarebbe assai per suscitare gran turbolenze, delle quali alcuni spiriti avidamente prendevano ogni occasione. L'altro esser la dichiarazione da sua maestà richiesta delle parole: proponenti i Legati. Che ciò sarebbesi giustamente domandato, se i Legati trascurassero di proporre le petizioni venute da varii principi ad acconcio de'loro stati: ma che cessandone questa necessità, cessava insieme ogni ragione d'insistervi. Che tal dichiarazione sarebbesi interpretata per una coperta mutazione, il che non poteva accadere senza molto disturbamento insieme ed avvilimento del sinodo. Nè le parole, sì come allora sonavano nel decreto, richiederla, quasi pregiudiciali al diritto de'principi, però che in esse davasi potestà di proporre a Legati, non toglievasi agli oratori. Nel resto, se ad essi oratori ella espressamente s'aggiudicasse, come potersi la medesima negare a vescovi? Dal che sua maestà ben vedeva quanta confusione in tanta moltitudine risulterebbe. L'ultimo essere intorno alla Bolla del conclave, sopra la qual sua maestà facea nuova instanza, che si proponesse al concilio. Non convenir che 'l pontefice sommettesse al giudicio altrui ciò ch'egli maturamente, e col parere di solennissimi uomini avea stabilito, specialmente essendo i padri del concilio poco o nulla esperti di quell'opera non meno ardua che singulare. Non essersi di ciò mai trattato ne' sinodi, se non presente il pontefice: nè potersi far questa innovazione senza gran pregiudicio della sede apostolica, oltre all'allungamento, alle contenzioni, e a rischi che ne sarebbon divenuti. Se la maestà sua riputava, non provvedersi in quella constituzione agl'impedimenti che mettevano i principi, e giudicava buono che fosse proposta qualche ordinazione in concilio sopra ciò che essi toccava, facesse quello che la prudenza le dettasse. Aver voluto il cardinale porre in mente alla maestà sua queste cose, perchè forte gli pesava che quella sua legazione

non dovesse pienamente soddisfare a lei, T, X, 30

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