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e al pontefice: e desiderar sè oltre modo che sua maestà esercitasse anche nelle materie già dette la pietà esercitata nel rimanente da lei verso la sede apostolica, e'l pro comune, il quale pendeva in massima parte dalla felice riuscita del concilio, e questa dall'unione fra 'l papa e sua maestà ne voleri e ne pareri. Vide umanamente l'imperadore la ricordata lettera: e udì sopra gli stessi argomenti il Delfino. Dietro a ciò riscrisse il giorno immediato decimoterzo di maggio con molta laude sì del Legato, sì del nunzio: assicurando il cardinale che con niun uomo vivente di miglior grado che con esso avrebbe conferito di quegli affari. Intorno alle congreghe da deputarsi per rispetto di nazioni, essersi ciò da lui proposto al cardinale, perch'esso gli avea domandato consiglio sopra l'abbreviamento. Non aver sè inteso che uno o due inglesi fossero d'autorità uguale a trenta d'altre regioni, ma, che dopo l'opera de'deputati ella si portasse al sinodo, e secondo le più voci s'accettasse o si rifiutasse. Fra tanto se ne traesse questo profitto, che le nazioni più scarse d'intervegnenti, ma più bisognose di medicina, e perciò più esperte del male, non credessero sè neglette nelle deliberazioni. E tutto questo aver egli messo avanti per maniera di consigliare, non di volere.

Delle parole, proponenti i Legati, essersi da lui veramente desiderata l'espressa dichiarazione: ma che per dimostrare al Legato la volontà di compiacerlo, rimaneva contento di riserbarsi la facultà di far comunicare a presidenti quelle richieste ch'egli giudicasse a ben del suo stato: e udito lor senso, dov'egli perseverasse in desiderar la proposta, ed essi (ciò che non isperava) ricusassero il farla, potessela mandare ad effetto per suoi ministri: il che similmente agli altri principi intendea riserbato.

La Bolla del conclave piacere a se mirabilmente: nè altro richiedervi se non che 'l papa ne stabilisse con fermezza l'esecuzione, e che insieme si provvedesse, com'erasi fatto intorno a cardinali e a lor conclavisti, anche intorno a ministri de principi, e al popolo romano. Il che s'avvisava che ottimamente si potesse adoperare in concilio.

Finiva con parole di grand'amore e sommessione verso il pontefice: al cui giudicio, sì come anche a quello del sinodo e d'uomini meglio di se intendenti, dichiarava di sottoporre ogni suo concetto. La predetta risposta di Ferdinando fu lo stesso giorno de' tredici e data al numzio, e da lui recata al cardinale, ch'era passato a Motera, terra non lungi da Ispruch. E a lui soddisfece, però che intorno ad usare generalmente le nazioni in aver consiglio, parevagli ciò non pure nulla dannoso, ma profittevole per tenerle contente, e per agevolare in tutte l'accettazion del concilio: purchè non si volessero indistintamente agguagliare nell'autorità del far decisioni per abbassare il vantaggio dell'italiana. La facultà di proporre che si permettesse agli oratori con le limitazioni ammesse da Cesare, parevagli equa, e sapea, non dispiacere al pontefice. E ciò che apparteneva allo stendimento della Bolla, intendea non riuscire ad alcun pregiudicio del papa, ma più tosto a gravamento de principi, a cui ambasciadori avesse il concilio accomunate le pene. Ond'egli senz'indugio rispose all'imperadore con sensi di ringraziamento, d' allegrezza, e di speranza intorno al buon successo de'publici affari. E secondo quest'ultima significazione di Cesare fu racconciato il sommario delle cose stabilite fra esso e 'l cardinale, il qual sommario era stato a lui consegnato il diavanti, come narrossi. Fra questo tempo l'andata del cardinal Morone all'imperadore tenea sollecito il Lorenese, dubitando, non quel principe, come d'animo dolce e umano, condescendesse o a più del suo desiderio, o senza sua parte, sì che a se rimanessero i biasimi e gli odii delle passate durezze. Per ciò tre giorni dopo essere ritornato a Trento inviò il signor di Villemeur (1) a Ferdinando per dargliene contezza, e permandargli il parere de' suoi teologi sopra i ricordati articoli di sua maestà: confortandolo per acconcio modo a conservare in quel trattamenti col Legato i suoi zelanti sensi a pro della Chiesa: e pregandolo sì di comunicare a se ciò che in

(1) Vedi nel mentovato libro francese l'istruzione data dal cardinale il dì 22 d'aprile, e la risposta di Cesare a 5 di maggio,

quelle conferenze si divisasse, sì di non allontanarsi per qualche tempo, a fin di porger calore al sinodo con la sua propinquità, il che diceva, esser voto comune di que buoni padri. Gli feaver anche una lettera a se scritta dalla reina di Scozia, esprimente la costanza di lei nella religione. E finalmente significògli, che in adempimento della richiesta fattagli dalla maestà sua, egli avea proposto alla reina di Francia il trovar compenso alla difficultà fra gli ambasciadori, e che la risposta era tale. Amar la reina teneramente il re di Spagna suo figliuolo (così lo chiamava sì come genero), e desiderar non solo di conservargli, ma d'aumentargli le onoranze. Che s'egli fosse stato in possesso che i suoi oratori soprastessero a quei del re cristianissimo, non sarebbe mai alla reina entrato in pensiero di torgliene. Ma trovarsi in tutti i concilii, che gli oratori del re di Francia aveano seduto sopra ogni altro oratore dopo i ce sarei, e specialmente sopra quelli del re di Spagna. Così nel concilio di Gostanza il famoso Giovanni Gersone, come ambasciadore del re cristianissimo, essere stato

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