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nel primo luogo, e dopo lui aver accettato di sedere Raimondo Floh conte di Cardona, ambasciadore del re Alfonso: e nell'ultimo concilio di Laterano sotto Leon X, mentre Ferdinando il cattolico possedeva tutti i reami dominati in questo tempo dal re Filippo suo pronipote, Girolamo Vich, ambasciadore di Ferdinando, aver liberamente ceduto nell'ottava, nella nona, e nella decima sessione a Luigi di Soliers oratore del re Luigi XII. Non poter la reina in questa puerizia del re Carlo rendersi inchinevole a novità con pregiudicio del figliuolo, e della nazione. Riferita una tal risposta, il cardinale pregava l'imperadore d'intramettersi, affinchè il conte di Luna s'appagasse del consueto: promettendogli nel rimanente, che esso cardinale, e gli oratori del suo re sarebbono concorsi a tutti gli onori del conte, e a tutti i vantaggi delle sue petizioni. Cesare, dopo il proemio degli usati ringraziamenti, rispose: intorno al negozio col Legato Morone, non esser lui ancora tant'oltre che vi fosse materia da farne partecipe il cardinale: ma che il certificava della sua perseveranza in procurare il ben della Chiesa. Che a questo fine sarebbesi fermato in Ispruch più lungamente che non avrebbono richiesto le altre sue cure. Del superior grado fra gli oratori non voler lui nè giudicare nè disputare: ma si ricordasse il cardinale di ciò ch' egli stesso gliene avea ragionato. Non dispogliarsi i Francesi della lor possessione quando si lasciassero nel luogo antico, e si desse un seggio fuori dell'ordine allo spagnuolo. Desiderar lui per tanto, che gli ambasciadori da per se stessi, e senza involgervi i loro padroni, trovassero amichevolmente, e fraternamente qualche partito, nel che pregava egli con grande affetto il cardinale di adoperare tutto lo studio. Queste cose Ferdinando. Benchè il primo Legato ancor dimorasse in Ispruch, non cessavano (1) i Francesi di rinovare i loro stimoli per la riformazione. E'l signore di Lansac disse al Navagero, che soggiornando egli ambasciadore del re in Roma per quegli affari, erasi da lui trovato il papa sì ben

(1) Lettere de Legati al card. Borromeo de 5, de 6 e de 10 di maggio 1565.

disposto all'emendazion della Chiesa, che tornato poscia in Francia avea rallegrato tutto quel regno con tal novella. Ora dolergli fin al cuore di vederne sì poco effetto. E che quando Iddio avea mandato il Navagero in quell'ufficio, il pregava che degnasse di sovvenir sollecitamente a sì gran bisogno e desiderio del cristianesimo, e in ispecialità della Francia. Così egli. A che il Legato: che non poteva l'ambasciadore raccomandargli mai questa cura quanto glie l'avea raccomandata il pontefice. Della tardità passata non saperei render ragione per esser nuovo in quel negozii, ma che ben si constituiva mallevador del futuro come prima tornasse il collega : e fra tanto apparecchiarsi le materie da deputati. Più ardore usò col medesimo, e nel medesimo il cardinal di Loreno. Perciò che, sì come la passione è impaziente, nè pur quietavasi all'indugio fin al ritorno del cardinal Morone. Tanto che, essendo durato sì fatto indugio alquanti giorni più della preceduta credenza per lo scritto mal di podagra che avea azzoppato il processo del suo trattamento, e del suo viaggio, di fatto convenne proporre le divisate emendazioni all'assemblea, innanzi che'l primo presidente v'intervenisse. Ma palesando il Lorenese la vera cagione della sua inquietudine, cominciò col Navagero dalle lodi del morto cardinal di Mantova: da cui disse che eranglisi fidati i negozii quanto il più gli era stato lecito: là dove gli altri Legati non avean fatto segno d'esser di lui stimatori più che d'un semplice vescovo. Promettersi egli trattazione diversa dal Navagero: e per converso assicurarlo, che oltre a rispetti della coscienza, quei della sua persona, e della sua casa non gli avrebbono mai permesso il tralasciare alcun servigio della sede apostolica, senza però dimenticarsi e del bene della sua patria, e del mandati del suo principe. All'ultima parte il Navagero rispose. Esser lui dispostissimo a crederla, perciò che le ragioni le quali poteano spingere il cardinale a star unito con la sede apostolica, erano sì forti e si manifeste, che non pur un signore cotanto accorto, ma occhio assai men perspicace avrebbe saputo vederle. Quanto poi era alla prima parte, essendo egli l'ultimo di grado, e d'autorità fra colleghi, poco avere in balia di promettere a nome suo proprio: ma ben confidarsi che tutti sarebbon concorsi a compiacerlo ed onorarlo. Non lasciò il Lorenese di tener alto in questo ragionamento il credito del suo potere, mostrando, aver egli legata un' intima confidenza e con gl'imperiali, e con gli Spagnuoli, e con gl'Italiani. E specialmente disse, che tra Franzesi e 'l conte di Luna era somma concordia, ed esser già eglino convenuti insieme intorno al luogo: onde niuno si fidasse di poter trarre quindi l'esca per accenderli a dissensione. E veramente ingegnaronsi i Francesi di nudrire (1) a tutta lor possa una tal credenza, facendo veder convitato prima dal cardinal di Loreno, e poi anche dal signor di Lansac il conte di Luna con ogni dimostrazione d'amorevole onoranza. Ma l'effetto poco stante femanifeste due cose: che questa unione era al contrario di quella ch'è fra le parti dei corpi gravi fuori del lor luogo, le quali

(1) Lettere del Visconti al cardinal Borromeo degli 8 e del 10 di maggio 1565.

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