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molta commendazione de'vescovi francesi: considerando essi, che questo sarebbe riuscito ad aprimento d'un canale onde in breve si votasse tutto il patrimonio della Chiesa. Nè rimase il Gualtieri di ricordare ciò che leggevasi rimproverato da un eretico tedesco a sorbonici: che fosser mali dialettici, mentre, consentendo agli altri principii della Chiesa romana, negavano la preminenza del papa sopra il concilio, la qual ne venia per legittima conclusione. Or con tutto che nel ragionamento col Gualtieri per tali maniere libere da questo usate, si fosse dimostrato dal Lorenese qualche accendimento, aveva egli poi detto all'arcivescovo di Sans, che volea confondere le diffidenze del pontificii con le sue contrarie azioni. E di ciò vedevano già i Legati qualche (1) indizio, parendo lor, che ne suggetti di contenzione, e di gelosia intorno alla residenza, e alla giurisdizione episcopale, egli fosse volto a farsi autore di calma, e non di tempesta. Onde si confidavano di tenerla " (1) Lettera delegati al cardinal Borromeo ai 26 di novembre 1562.

sessione avanti al Natale. E ciò credeasi da loro il sommo della brevità possibile: quando la lunghezza de'padri in dir le sentenze, oltre alla lentezza usatasi anche in grazia del cardinale, non solo avea tolto di celebrarla il di prescritto de ventisei di novembre, ma eziandio di far gran viaggio. Nel giorno dei ventiquattro (1) fra Guasparre da Casale vescovo di Leiria empiè solo tutta la congregazione, vago che il cardinale di Loreno udisse da lui l'intero stato della controversia presente. In sentenza così discorse. Che i vescovi erano successori agli apostoli, non in tutto e per tutto, ma nella giurisdizione ordimaria. Essere loro dunque in rispetto del papa come erano gli apostoli in rispetto di Pietro prima che fossero mandati. Avere obligazione per legge divina il pontefice di far vescovi nella Chiesa: nè potere egli distruggere l'ordine episcopale. Non però essere eguali al pontefice i vescovi nè separatamente, nè tutti insieme: per

(1) Oltre agli Atti di Castello, è nel Diario ai 24, e a' 25, e in una del Visconti al cardinal Borromeo de 26 di novembre 1562.

ciò che la podestà di lui è moderativa dell'altre podestà, concorre con tutti i vescovi nei loro vescovadi, ed ha quivi maggior diritto che essi non vi hanno. Potere essere una cosa di ragione divina in due modi, o immediatamente, o per interposito mezzo. I primi vescovi, cioè gli apostoli, essere stati da Cristo immediatamente: tutti gli altri vescovi di poi avere la podestà e dell'ordine, e della giurisdizione principalmente da Cristo, ma mediante il papa suo ministro: imperò che se il vescovo non fosse consacrato dal papa, e da lui non avesse il gregge, Cristo nol conoscerebbe per vescovo. Ora nella consecrazione una cosa darsi da Dio solo, che è il carattere: un'altra principalmente da Dio, strumentalmente dal papa, che è la giurisdizione. Al vescovo consagrato nulla mancar se non la materia, acciò che quella giurisdizione si ponga in atto. Conchiuse riprovando che nel settimo canone si dicesse, aver Cristo instituito che nella Chiesa fossero vescovi: però che questo accennava l'opinione del Turrecremata, che Cristo avesse instituito un sol vescovo, cioè Pietro. Volersi più tosto condannare chi dicesse: non dover essere i vescovi nella Chiesa di Dio. Il dì a canto udironsi tre soli prelati: e poscia dal cardinal Seripando fu proposto l'indugio della sessione. Perchè quest'atto si facesse dal secondo e non dal primo Legato, il quale rimase quel giorno assente, la ragione fu per avventura ciò che scorgesi in uno scritto mandato a Roma dal Mantovano (1) sopra la maniera acconcia di trattare sì col Lorenese, sì fra'Legati medesimi: ov'egli significava tra l'altre cose, essere stati da se richiesti i colleghi, che quando occorreva di proporre materie pertinenti o alla teologia, o ai canoni, o anche di parlarne per incidenza mentre se ne di ceano i pareri; fosse ciò azione loro quantunque egli tenesse la prima sedia: imperò che bene era noto, che il pontefice aveva colà mandati essi perchè indirizzassero il concilio con la perizia di sì fatte dottrine; e lui (così ei parlava modestamente) solo a far numero. Aggiugnendo egli loro, che ove a ciò ripugnassero, avrebbe procura(1) Segnato a 9 di novembre 1562, e approvato to, che ne venisse comandamento dal papa; o sarebbesi ritenuto dalle congregazioni per non impedire il pro del sinodo con sua presenza. Allora per tanto dovendosi ragionare in quella proposta, come vedremo, sopra la maniera di profferire i giudicii in un articolo di teologia, ne fu da lui lasciata l'opera al Seripando. Non era lungi dalla notizia dei Legati, che la publica fama gli lacerava (1) come artificiosi prolungatori: quasi essi, e con loro molti dei vescovi, fossero intenti a schifare lo stretto più travaglioso delle riformazioni severe, il quale in fine sarebbe convenuto solcare. E questa opinione, allignata tanto o quanto ne publici rappresentatori, s'era poi dilatata ed appresa con indegnità del concilio nella turba più vile: onde, come gli uomini più ignoranti sono più proni ad immaginare infingimenti in tutte le azioni dei grandi; così fin gli artieri si ridevano di quelle congregazioni, quasi di scene, riputando stoltizia il credere che si operasse da senno, e che (1) Appare da due lettere dell'ambasciador fio

interamente con lettere del cardinal Borromeo a 18 di novembre 1562. I

rentino al duca Cosimo de' 16, e del 23 di novem

bre 1562.

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