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LIBRO DECIMONONO 7 Carlo l'autorità contra i ribelli. Non essere già mai per rimaner contenta la corona di Francia, infin a tanto che non rendesse a quella di Spagna il merito di sì gran beneficii. Ma non dettando la gratitudine, la quale è una delle più onorate virtù, che in esercizio di lei si offenda l'onore, non volersi ciò fare a costo della real sua dignità. Il cardinal di Mantova s'affaticò a fin di piegare i Francesi, ponendo avanti, che quando essi ritenevano il luogo loro, non dovevano opporsi alla soddisfazione altrui: e che l'operar diversamente potrebbe dar segno di non aver quell'ottima volontà verso il prospero seguitamento del sinodo la qual professavano. Ma essi in contrario: che l'altrui soddisfazione sarebbe lor cara, qual volta che non pregiudicasse all'onoranze del loro principe. Tutti questi partiti andarsi ritrovando dagli Spagnuoli per mettere in dubbio quello che la dignità del re cristianissimo ricercava esser chiaro, ciò era, che a sua maestà si dovesse il primo grado appresso l'imperadore. Nè potersi imputare a rea volontà verso il concilio il non consentire

a perder l'antico possesso, e ad alterare il consueto. Soggiunse allora il Mantovano, consapevole del segreto, e volonteroso d'accordar modo meno spiacente al re Filippo, che non era il collocare l'orator suo appresso, e sotto il francese: e che direste, signori, se l'ambasciador di Spagna eleggesse di porsi dopo tutti gli ambasciadori? Intendereste voi di costrignerlo a prender luogo migliore ch'ei non volesse? All'improvisa proposta risposero i Francesi, che in questo caso vi penserebbon sopra. I Legati, senza ristrignersi a quell'ultimo partito, posero fine al colloquio, pregando in universale gli ambasciadori a deliberare più posatamente. E interposero gli ufficii del Gualtieri col cardinal di Loreno; il quale dall'un lato avea molto d'autorità con quei ministri; dall'altro credevasi che desiderasse l'unione col re di Spagna sì per la prosperità della guerra con gli ugonotti, che ad esso e ai fratelli molto caleva, e rilevava, sì per la quiete del concilio, il cui disturbo avrebbe tolto onore e felicità alla sua impresa. Ma la conclusione fu il risponder lui: che gli ambasciadori non potevano contravvenire alle loro commessioni di fermarsi nell'usitato: i nuovi temperamenti doversi proporre in Francia al consiglio regio. E scrivendo sopra ciò Lansac all'ambasciador francese in Roma, gli mostrò e saldezza immobile in in questo punto, e insieme disposizione di onorare in tutto il resto con ogni più fina maniera d'ufficii il conte di Luna, ma con quella sorte d'onore per cui nulla ne scemasse all'onorante. E perchè era venuto (1) a Roma per parte del re cattolico Luigi d'Avila, e ad alcuni andava per la mente, ch' egli dovesse procurare a Filippo dal pontefice la dinominazione d'imperadore dell' Indie, come titolo splendido per la vittoria in quella lite, Lansac scrisse, che ciò niente avrebbe pregiudicato alla preminenza del suo signore: però che l'imperador delle Gallie, il qual non riconosceva superiore in terra, e i cui antecessori aveano fondato l'imperio d'Occidente, non cederebbe mai nell'Europa ad un nuovo imperadore dell'Indie. Senza che, esser fama che Leone X, quando convenne

(1) Lettera del signor di Lansac al signor dell'Isola agli 11 di novembre 1562.

col re Francesco I in Bologna, avesse investito lui e i suoi successori dell'imperio di Costantinopoli. Ma non parer verisimili nel saggio e virtuoso animo del re Filippo questi pensieri di ciò che nulla sarebbe montato ad accrescere la sua grandezza. Il pontefice, udita dai presidenti la durezza dei Francesi, riscrisse, (1) non essergli giunta inopinata: ed aver egli voluto mandar quel corriere, più per soddisfare a se e ad altrui con tentare ogni argomento, che per alcuna speranza di conseguire il fine. Non sapersi da lui ai Legati dire altro, se non raffermare, che facendo i ministri spagnuoli le loro protestazioni, essi le ammettessero: e nel rimanente rendersi lui certo della bontà e della religione del re cattolico in posporre ogni suo privato rispetto al servigio publico; al quale non vorrebbe che tali vanità recassero impedimento. E di vero, sarebbe maraviglioso che ciò di fatto avvenisse tra savii uomini, se non avvenisse cotanto

(1) Lettera del cardinal Borromeo a Legati in comune, e al Mantovano in particolare de'5 di dicembre 1562.

spesso; valendo a cessar maraviglia più l'usanza che la ragione. Attendevasi frattanto con fervore anche all'opere intrinsiche dell'assemblea. Il cardinal di Loreno, prima di ragionare sopra il canone disputato, (1) dicea di volere udire tutti i vescovi, salvo i suoi, e notar con diligenza i sensi di ciascheduno: dal che si entrava in opinione, ch'egli aspirasse ad essere arbitro del concilio; e che però si tenesse dal dichiarare il suo parere, finchè non si certificasse, che la sua dichiarazione dovesse aver quasi forza di decisione. Ed in questa credenza si confermavano alcuni per la grande allegrezza ch'egli mostrò nell'intendere, (2) che tre altri de' suoi vescovi francesi già fossero a Brescia, quasi prossimo accrescimento del suo potere. Fu anche trovato una volta dal Musotto, (3) mentre gli portò certa ambasciata del cardinal Seripando, congregato con tutti i prelati e teologi della

(1) Contiensi specialmente in una scrittura del Visconti al card. Borromeo dei 30 novembre 1562.

(2) Lettera del Visconti al cardinal Borromeo il dì suddetto.

(5) Scrittura del Visconti allegata.

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