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verso il buono della sua propria natura pe'conforti del cardinal di Ferrara e d'altri signori cattolici, si fosse ito sempre più riponendo nel cuore l'amor della religione antica, dalla quale innanzi riputavasi più tosto allontanato coll'opere per ragioni di politici, che colla credenza per argomenti d'eretici. Tanto che nel fine era uscito in campo contra i ribelli ugonotti: e ferito d'archibuso in guerra sotto Roano, era morto dopo lunga infermità per ingiuria di quel fuoco ch'egli medesimo aveva acceso. Mancando Antonio, erano rimaste le ragioni della tutela reale al cardinal Carlo di Borbone suo fratello, uomo placido e pio, ma non grande, e più agevole ad esser retto, che abile a reggere. Onde in alcuni nacque opinione, che il cardinal di Loreno fosse per tornare (1) in Francia, sperando esposte alle sue mani le briglie del governo. Egli, come parente del morto principe, s'astenne (2) da una udienza poc'anzi chiesta a Legati quel dì

(1) Lettera del Gualtieri al cardinal Borromeo a”6 di dicembre 1562.

(2) Lettera de'Legati al cardinal Borromeo ai 6, e a 7 di dicembre 1562.

che giunse il corriere, e ricevette da essi il giorno vegnente gli ufficii di duolo. Ragionarono sopra le diligenze che potessero venir dal pontefice in salute del figliuolo eretico, fanciullo di sette in ott'anni e pessimamente allevato nella religione per opera della madre, e d'un maestro ugonotto. Ma il Lorenese dopo molto pensiero stimò, per quel tempo non doversi procedere a instanze particolari. Onde i Legati consigliarono il papa, che ne raccomandasse il provvedimento al cardinal di Ferrara, il quale, benchè prima si fosse apprestato al ritorno, credevasi nondimeno che per quest'accidente si fermerebbe, e potrebbe discerner quelle opportunità, le quali per esser ben vedute richieggono occhio non solo acuto, ma propinquo: essendo l'intendimento verso alcuni oggetti come il gusto verso i sapori, che, per quanto abbia di finezza, non gli conosce se non gli tocca. - Un dì avanti alle novelle della ricordata morte avea d'improviso (1) il cardi(1) Lettera de Legati al cardinal Borromeo dei 6 di dicembre, e del Foscarario al Morone de 7 di nal di Loreno esposta la sua sentenza, non aspettando d'avere intesi tutti quelli d'altre nazioni, com'erasi egli avanti proposto. Ciò che il mosse ad antivenire, fu l'esperienza ch'esso aveva quel verno di rimaner soprappreso a tempo a tempo da un catarro che'l facea roco: e però quando si sentì libero, non volle indugiare a porre in opera il ministerio della voce. Erasi da lui tutti que giorni trattato dimesticamente col cardinal Seripando (1): e ciò per industria del Gualtieri: il quale, avendo notizia, che a questo Legato il Lorenese attribuiva molto più che a tutti gli altri nelle dottrine teologiche, sì come nel resto dava la preminenza dell'affezione, e del rispetto al Mantovano, avea sperato che'l Seripando, traendol fuora di certi principii, e di certi argomenti imparati da lui nelle scuole, fosse di leggieri per guadagnarlo, come ben disposto di volere, e inferior di sapere. Maggiormente che l'intelletto di quel signore, per opinion d'alcuni, era più tosto bello che forte, chiaro nell'apprendere, facondo nell'espli

dicembre 1562. - - T. X. 7

(1) Lettera del Gualtiero al cardinal Borromeo a 3 di dicembre 1562.

care, ampio nel distendersi: i quali pregi tra gli splendori del sangue e della fortuna, e con gl'incanti della grazia, e della gentilezza acquistano al posseditore riputazione ed ammirazione di sublime dottrina, in parte dalla mediocrità degli uomini, in parte dalla benivolenza, in parte dall'adulazione. Ma, per quanto dicevano, chi sapeva e voleva misurarne la vera altezza, trovando poco di spazio tra la superficie e 'l fondo, s'accorgeva, che la dilicata educazione di principe, e l'occupata condizione di favorito non gli aveano permessa quella assiduità d'esercizio e di studio, senza la quale nelle scienze si può ben far da maestro, ma non mai essere maestro. - ir, i Empiendo forse due ore il suo dire, conseguì quella gran gloria in questo genere di bene, la qual è il parer minore, cioè men lungo, ch'egli non fu. Ragionò con maestà, con eloquenza, con erudizione. S'introdusse con tali concetto. Nulla (1) essersi potuto da padri esaminare più convenevolmente alla religion cristiana, che di Tutto sta nei Atti del Paleotto, e di ca. stello, i ti o

il sacramento dell'Ordine. Che indarno sarebbonsi affaticati nel far decreti sopra le cose sacre, ove rimanesse in dubbio, chi fosse il ministro legittimo de' sacramenti. Doversi guardare in primo luogo, che il rubatore o il ladrone non entrasse nell'ovile di Cristo: per la qual ragione si vedevano allora tanti disturbi nella Chiesa. Che ben sarebbe stato il precipuo suo voto, che mentre si trattava dell'Ordine, nulla inordinatamente si commettesse. Venendo a capi della dottrina: nel primo non approvò che si dicesse: in ogni legge essere stati congiunti i sacerdoti co' sacrificii: non avendo ciò piena certezza; quando nella legge della natura tutti i primogeniti eran sacerdoti, qual fu Esaù, secondo che si ha nell'epistola di san Paolo agli Ebrei, dov'egli si legge accusato che vendesse la primogenitura: il che non sarebbe stata azione profana, s'ella non avesse inchiuso il diritto del sacerdozio : e pure non tutti i primogeniti allora sacrificavano. Osservò parimente (e l'aveva osservata ancora Antonio Agostino) la parola che quivi usavasi, Servatore, stimandola più elegante, e meno significante

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