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IL PROCESSO DEGLI SCIPIONI

Il famoso processo dei fratelli P. Scipione Africano e Lucio Scipione Asiatico occupa i capitoli 50-60 del libro 38° di Livio. Alla narrazione liviana si son sempre appuntati con desiderio gli sguardi dei critici, ma ben pochi sono giunti a penetrarne il mistero, trattandosi in realtà di tale narrazione, nella quale Livio confessa tutto dubbioso e poco men che falso. Dopo il Lachmann, De Livii fontibus, comm. II, p. 106 segg. che conchiuse: 'Sed de Scipionibus et de lege Petillia cum Livius omnia in incerto relinquat (c. 55 et 56) si a Valerii narratione recessisset, quam falsam esse postea ipse perspexit, sine dubio veriora et certiora tradere potuisset ’, il Nissen, Krit. Unters. über die Quellen der IV und V Dekade des Livius, Berlin, 1863, p. 213 segg., distinse due fonti principali, onde Livio avrebbe attinto la narrazione sua, Valerio Anziate e Claudio Quadrigario, oltre le fonti minori nominate al cap. 56 del l. 38, e cioè le orazioni di Catone, di P. Scipione e di Ti. Gracco. Da Valerio Anziate Livio avrebbe tolta la maggior parte della narrazione sua; pure avrebbe interrotta l'unità del suo racconto, innestandovi una versione proveniente da altra fonte, e cioè da Claudio. A questa seconda fonte risalirebbero le notizie seguenti: la ragion dei conti chiesti all'Africano, di quattro milioni di sesterzii, l'accusa del tribuno Nevio, la mis

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