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sua propria lingua; nè meno alcuno è astretto a leggere o ascoltare quello che non gli aggrada. Perciò, se essi non vorran leggere il mio Cortegiano , non mi tenero io punto da loro ingiuriato.

Altri dicono, che essendo tanto difficile e quasi impossibile trovar un uomo cosi perfetto come io voglio che sia il Cortegiano, è stato superfluo il scriverlo, perchè vana cosa è insegnar quello che imparar non si può. A questi rispondo, che mi contenterò aver errato con Platone, Senofonte e Marco Tullio, lasciando il disputare del mondo intelligibile e delle Idee; tra le quali, si come (secondo quetla opinione) è la Idea della perfetta Republica, e del perfetto Re, e del perfetto Oratore, cosi è ancora quella del perfetto Cortegiano: alla imagine della quale s'io non ho potuto approssimarmi col stile, tanto minor fatica averanno i cortegiani d'approssimarsi con l'opere al termine e mèta, ch'io collo scrivere ho loro proposto; e se, con tutto questo, non potran conseguir quella perfezion, qual che ella si sia, ch'io mi sono sforzato d'esprimere, colui che più se le avvicinerà sarà il più perfetto ; come di molti arcieri che tirano ad un bersaglio, quando niuno è che dia nella brocca, quello che più se le accosta senza dubio è miglior degli altri. Alcuni ancor dicono, eh' io ho creduto formar me stesso, persuadendomi che le condizioni eh' io al Cortegiano attribuisco, tutte siano in me. A questi tali non voglio già negar, di non aver tentato tutto quello ch'io vorrei che sapesse il Cortegiano; e penso che chi non avesse avuto qualche notizia delle cose che nel libro si trattano, per erudito che fosse stato, mal averebbe potuto scriverle: ma io non son tanto privo di giudicio in conoscere me stesso, che mi presuma saper tutto quello che so desiderare.

La difesa adunque di queste accusazioni, e forse di moli,' altre,* rimetto io per ora al parere della commune opinione; perchè il più delle volte la moltitudine, ancor che perfettamente non conosca, sente però per instinto di natura un certo odore del bene e del male, e, senza saperne rendere altra ragione, l'uno gusta ed ama, e l'altro rifiuta ed odia. Perciò, se universalmente il libro piacerà, terròllo per buono, e penserò che debba vivere; se ancor non piacerà, terròllo per malo, e tosto crederò che se n' abbia da perder la memoria. E se pur i miei accusatori di questo commun giudicio non restano satisfatti, contèntinsi almeno di quello del tempo; il quale d'ogni cosa al fin scopre gli occulti difetti, e, per esser padre della verità e giudice senza passione, suol dare sempre della vita o morte delle scritture giusta sentenza.

Baldesar Castiglione.

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IL PRIMO LIBRO DEL CORTEGIANO

DEL.CONTE B1LDES1R CASTIGLIONE

A MESSER ALFONSO ARIOSTO.

I. Fra me stesso lungamente ho dubitato, messer Alfonso carissimo, qual di due cose più diffidi mi fosse; o il negarvi quel che con tanta instanza più volte m'avete richiesto, o il farlo: perchè da un canto mi parea durissimo negar alcuna cosa, e massimamente laudevole, a persona ch' io amo sommamente, e da cui sommamente mi sento esser amato; dall'altro ancor, pigliar impresa, la qual io non conoscessi poter condur a fine, pareami disconvenirsi a chi estimasse le giuste riprensioni quanto estimar si debbano. In ultimo, dopo molti pensieri, ho deliberato esperimentare in questo, quanto ajuto porger possa alla diligenza mia quella affezione e desiderio intenso di compiacere, che nelle altre cose tanto suole accrescere la industria degli uomini.

Voi adunque mi richiedete ch'io scriva, qual sia al parer mio la forma di Cortegiania più conveniente a gentiluomo che viva in corte de'principi, per la quale egli possa e sappia perfettamente loro servir in ogni cosa ragionevole, acquistandone da essi grazia, e dagli altri laude; in somma, di che sorte debba esser colui, che meriti chiamarsi perfetto Cortegiano, tanto che cosa alcuna non gli manchi. Onde io, considerando tal richiesta, dico, che se a me stesso non paresse maggior biasimo l'esser da voi reputato poco amorevole, che da tutti gli altri poco prudente, arei fuggito questa fatica, per dubio di non esser tenuto temerario da tutti quelli che conoscono, come diflicil cosa sia, tra tante varietà di costumi che s'usano nelle corti di Cristianità, eleggere la più perfetta forma, e quasi il fior di questa Cortegiania; perchè la consuetudine fa a noi spesso le medesime cose piacere e dispiacere: onde talor procede, che i costumi, gli abiti, iriti, e i modi, che un tempo son stati in pregio, divengon vili, e per contrario i vili divengon pregiati. Però si vede chiaramente, che l'uso più che la ragione ha forza d'introdur cose nuove tra noi, e cancellar l'antiche; delle quali chi cerca giudicar la perfezione, spesso s'inganna. Per il che, conoscendo io questa e molte altre difficoltà nella materia propostami a scrivere, son sforzato a fare un poco di escusazione, e render testimonio che questo errore (se pur si può dir errore) a me è commune con voi, acciò che se biasimo avvenire me ne ha, quello sia ancor diviso con voi; perchè non minor colpa si dee estimar la vostra avermi imposto carico alle mie forze diseguale, che a me averlo accettato.

Vegniamo adunque ormai a dar principio a quello che è nostro presupposto, e, se possibil è, formiamo un Cortegian tale, che quel principe che sarà degno d'esser da lui servito, ancor che poco stato avesse, si possa però chiamar grandissimo signore. Noi in questi Libri non seguiremo un certo ordine o regola di precetti distinti, che '1 più delle volte nell'insegnare qualsivoglia cosa usar si suole; ma, alla foggia di molti antichi, rinovando una grata memoria, recitaremo alcuni ragionamenti, i quali già passarono tra uomini singolarissimi a tale proposito: e benchè io non v' intervenissi presenzialmente, per ritrovarmi, allor che furon detti, in Inghilterra, avendogli poco apresso il mio ritorno intesi da persona che fedelmente me gli narrò, sforzerommi a punto, per quanto la memoria mi comporterà, ricordarli, acciò che noto vi sia quello che abbiano giudicato e creduto di questa materia uomini degni di somma laude, ed al cui giudizio in ogni cosa prestar si potea indubitata fede. Nè fia ancor fuor di proposito, per giungere ordinatamente al fine dove tende il parlar nostro, narrar la causa dei successi ragionamenti.

II. Alle pendici dell'Appennino, quasi al mezzo della Italia verso il mare Adriatico, è posta, come ognun sa, la piccola città d'Urbino; la quale, benchè tra monti sia, e non cosi ameni come forse alcun' altri che vergiamo in molti lochi, pur di tanto avuto ha il cielo favorevole, che intorno il paese è fertilissimo e pien di frutti; di modo che, oltre alla salubrità dell' aere, si trova abondantissima d'ogni cosa che fa mestieri per lo vivere umano. Ma tra le maggior felicità che se le possono attribuire, questa credo sia la principale, che da gran tempo in qua sempre è stata dominata da ottimi signori; avvenga che, nelle calamità universali delle guerre della Italia, essa ancor per un tempo ne sia restata priva. Ma non ricercando più lontano, possiamo di questo far buon testimonio con la gloriosa memoria del duca Federico, il quale a' di suoi fu lume della Italia; nè mancano veri ed amplissimi testimonii, che ancor vivono, della sua prudenza, della umanità, della giustizia, della liberalità, dell'animo invitto e della disciplina militare: della quale precipuamente fanno fede le sue tante vittorie, le espugnazioni de'lochi inespugnabili, la subita prestezza nelle espedizioni, l'aver molte volte con pochissime genti fugato numerosi e validissimi eserciti, nè mai esser stato perditore in battaglia alcuna; di modo che possiamo non senza ragione a molti famosi antichi aguagliarlo. Questo, tra l'altre cose sue lodevoli, nell'aspero sito d' Urbino edificò un palazzo, secondo la opinione di molti il più bello che in tutta Italia si ritrovi; e d'ogni oportuna cosa si ben lo forni, che non un palazzo ma una città in forma di palazzo esser pareva; e non solamente di quello che ordinariamente si usa, come vasi d'argento, apparamenti di camere di ricchissimi drappi d'oro, di seta e d'altre cose simili, ma per ornamento v' aggiunse una infinità di statue antiche di marmo e di bronzo, pitture singolarissime, instrumenti musici d'ogni sorte; nè quivi cosa alcuna volse, se non rarissima ed eccellente. Appresso, con grandissima spesa adunò un gran numero di eccellentissimi e rarissimi libri greci, latini ed ebraici, quali tutti ornò d'oro e d'argento, estimando che questa fosse la suprema eccellenza del suo magno palazzo.

III. Costui adunque, seguendo il corso della natura, già di sessantacinque anni, come era visso, cosi gloriosamente mori; ed un figliolino di diece anni, che solo maschio ave

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