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L'Etimologia, mercè dei progressi che ha fatto, può dirsi oggi mai una scienza. Essa è di grandissima utilità, anzi indispensabile nello studio delle lingue, purchè abbia per base l'Analogia, alla quale dà adito la conoscenza delle affinità e permutazioni alfabetiche.

Io ho creduto di doverne far uso non tanto per soddisfare la curiosità sull'origine più o meno ignota di non pochi idiotismi, quanto per facilitare, chiarire, precisare le corrispondenze.

Nè questa parte del mio Dizionario, che basterebbe per distinguerlo dagli altri, sarà tenuta, io spero, la meno importante, massime da chi sappia non esser questa la meno difficile.

AFFINITÀ E PERMUTAZIONI ALFABETICHE

A

A, la prima lettera dell'alfabeto, e la prima delle vocali, non solo per natura, potendosi quasi dire messaggiera dell'umana loquela, mamma, pappa, tata; ma per dolcezza, sonorità ed espansione, onde fu detta persino primogenito parto dell'anima, certo n' è il suo più nobile sfogo, amo; ahi lassa; elemento inoltre di melodia, infine la vocale delle

vocali, è dessa uno dei caratteri distintivi del nostro dialetto (1), il quale divide questa proprietà con più altri fratelli suoi, segnatamente con quello dei Romani d'oggi, che al modo dei vecchi latini premettono spesso l' A, dicendo ajeri, aoperare, assapere, arricordarsi, ec., origine questa di tanti vocaboli italiani, che hanno tale preposizione aggiunta per mera eufonia, come abbisognare, arrecare, ec., e che il Perticari chiama romanismi, o imitazioni di essi. L'A, per affinità di suono, cambiasi facilmente in E, come guarnire e guernire, zuccaro e zucchero, e noi da amaro, amer, da amare, amè; seppure quest' ultima desinenza (del resto parziale, dicendosi in alcuni luoghi amà, in altri amary, non si voglia un prodotto della natura elittica del nostro dialetto, da amare, soppr. ar, amè; ipotesi a cui fa intoppo l'analogia desinenziale dei nomi, come forné, fornaro, fornajo e sim. L'A permutasi talvolta anche nell' I, come Messina da Messana, ambasciata e imbasciata, noi zanzara e zinzara; nell' O, come anatomia e anotomia, scandalo e scandolo ; noi da cavoli, coi; nell'U, come zuccaro da saccharo, e sim.

B fa uno scambio frequente non solo con P, altra labiale, come banca e panca, Iacobo e Iacopo, giubba e giuppa, babbo e papà; piem. bala, ital. palla; bérgamina, pergamena; ma eziandio con V, come da scribere, scrivere, da habere, avere, debbo e devo, biglietto e viglietto, noi frev da febre, laver da labro; siccome pure colla gutturale G, con cui ha una certa affinità, come debbono, devono, deggiono; bindolo,

vindolo, guindolo, e va dicendo.

(1) Al che se avessero badato i lessicografi che mi han preceduto, non avrebbero confuso sì malamente le radici di tanti vocaboli. V. la N alla lett. A.

C ha naturalmente facile scambio con G, come da crasso, grasso, da loco luogo, da precare, pregare, castaldo e gastaldo, sagra, sagrato, segreto, segretario, lagrime, Federigo, intrigo, sugo, luogo, ec.; noi, gava per cava, gurè da curare, fatiga per fatica, gieug da giuoco, ec.; permutasi pure con S(massime nel dialetto), come parco e parsimonia, più spesso con Z, come ufficio e uffizio, socio e sozio, specie e spezie, oltre alle tante desinenze in accio e azzo, uccio e uzzo, ec. Nel dialetto poi non occorre dire come la S non solo annienti quasi del tutto lo Z, ma soventissimo si sostituisca a C.

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Permutasi facilmente non solo coll'altra dentale T, come armadura e armatura, nodrire e nutrire, ambasciadore, podere, podestà, ladro da latro, strada da strata, spada da spata, quadro, quadrante, quadriga da quattro, noi, cama rada, cascada, mangiada, geladina, e va dicendo, ma spesso anche con G, come vedo e veggo, siedo e seggo, raggio da

radio, giorno da diurno, moggio da modio, ec.; siccome pure con Z, mezzo da medio, abadia e abazia, verdura, verzura. fronzuto, fronda, arzente, ardente, ec., ec.; parimente con L, come cicala da cicada, vedetta e veletta, edera, ellera; con N, come lampada e lampana; con R, rado e raro ; con V, chiodo e chiovo, noi ciov, e pruve da prudere, biava da biada; D aggiungesi talora per eufonia, come dove, donde, ec .

Questa inoltre è la lettera che per via delle particelle dè, e dès, onde si compongono molti nostri vocaboli, ravvicina maggiormente il nostro dialetto sia al latino, sia all'italiano antico.

Il nostro Tesauro analizzando nel suo Canocchiale Aristotelico il suono delle vocali, dice « all'A s'avvicina l' E, che rattemprando alquanto la forza di quella con alcuna compressione delle labbra, si rende men chiara e men sonora, ma alquanto più dolce, e perciò ministra delle preghiere». Oltre alle facili sue permutazioni coll'A, come denaro e danaro, guarnire e guernire, selvatico e salvatico, forestiero e forastiero, pazzerello e pazzarello, noi gofaria per gofferia, ec.; tacendo dell'antiq. sanza per senza, piatoso per pietoso, amarò, amarei, andarò, andaria, ec.; essa fa non piccolo scambio coll' I, ma nel nostro dialetto assai meno che nella lingua, nostrando esso poca simpatia per questa vocale, forse a causa della sua esilità, ciò che spesso lo ravvicina di più al latino, all'italiano antico e alla lingua poetica, come dè (prep. o segnac.) per di, me', da meo, per mio, e i pron. me te se ne ve affissi ai verbi, per tacere di più altri vocaboli, come fen da feno, per fieno, mel da mele, per miele, pe invece di pié, ec.; E cambiasi pure non di rado in O, come devo e dovere, pensiere e pensiero, mestiere e mestiero, alpestre e alpestro, desire e desiro, tacendo vostro da vestro, domani da demane, bene e bono, ec.; noi devìa, dovìa, dévria, dovria, povron, pèvron , e somo so chiuso), da semo mut.), antiq, per siamo, avomo so ch.), da avemo favèmo/ per abbiamo, fomna da femna, femina, e via via; nè rifugge tampoco dall'U, come escire e uscire, eguale e uguale, per tacere pena e punire, ec.

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Mutasi talvolta in S, come fino, infino a, sino, insino; tal altra in V, come schifo e schivo, ec.

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Cambiasi talvolta in C, più spesso viceversa (V. C); spessissimo in V, come fragola e fravola, pargolo e parvolo, doga e dova, sughero e suvero; viceversa guindolo per vin dolo, volgere da volvere, guastare da vastare, guai dal lat. vai (per vae/, guarire da valere, guari da valde, noi vaire, e gomitè per vomitè, ec.; con z (nel dialetto s/, servigio e servi zio, pregio, pregiare, prezzo, apprezzare, e sim.; si congiunge volentieri con L (ma solo in ital), come valere, valgo, vaglio, da salire, salgo, da dolere, dolgo, da volere, voglio, vogliamo e sim., senza parlare dei pron. egli, eglino, ec., e begli, e capegli, ec., ec.; simpatia da cui il nostro dialetto, forse per meno dolcezza, o mollezza si allontana, restando invece più dappresso o conforme all'origine, vale a dire, al latino.

Ho riportato intorno al suono della vocale E l'opinione del celebre erudito subalpino Emanuele Tesauro. Ecco ora come egli giudica la I, questa sottilissima vocale, il cui abuso, detto dagli antichi jotacismo, sembra indicare deterioramento del linguaggio, rendendolo forse più delicato, se vuolsi, ma eziandio più molle ed effeminato: « quanto all'I, non senza misterioso accorgimento quei primi delineatori dell'alfabeto che diedero figura al vento e corpo al suono, la dipinsero così sottile di corpo come di voce, quasi volessero dire, che rispetto alle altre quattro sue sorelle, la Ita non vale un jota, perocchè essendo tutto il contrario dell'O, così nella figura, come nella formazione e nel suono, ella è di tutte la più acuta ed esile, come quella è la più maschia e sonora. Laonde i buoni maestri di coro avvisano di non minuire o gorgheg

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