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somma, o per certo il principale costitutivo della poesia. « I popoli, afferma il visconte di Chateaubriand nella prefa» zione degli studi intorno alla storia, prima cantarono, di » poi scrissero ». Quanto più vi avvicinate a' primordi del » mondo, sopraggiunge ilBonnetty(l), tanto più l'orecchio vo» stro risuona della universalità de' canti; i canti sono i più » antichi monumenti della storia de'popoli».Per l'una parte, afferma il Vico, la poesia dimora precipuamente nella imitazione, per l'altra i fanciulli manifestano una irrepugnabile inclinazione allo imitare; dunque il mondo fanciullo imitò molto e per conseguente molto poetò. Questa, e così ne insegna la storia delle umane antichità esaminata dal filosofo napoletano e dall'Herder, fu la condizione de' popoli al tempo della famosa loro dispersione, e parecchi secoli dapoi; e così vediamo i monumenti, che ne restano delle genti o novelle del mondo, o disgregate dal commercio delle altre, o non ancora incivilite, riboccare per ogni parte di audaci metafore e di terribili invocazioni: a suggello della quale sentenza basterebbe il discorso, che Robertson riferisce de'selvaggi dell'America settentrionale. Anzi questa fu pure la condizione degli uomini prima del diluvio edella cacciata dall'Eden,benchè in quello stato d'innocenza originale i parenti nostri dovessero tenere da Dio un idioma ampio, preciso, pieghevole, nè dovessero usare i traslati per iscarsezza di modi propri, ma solo per abbigliamento del favellare; ed il Molitor (2) estima giudiziosamente, che quantunque si concedesse, che la ebrea favella risuonasse all' ombra dell'albero della vita, ciò non pertanto fra l'idioma che si parlava in terra di Giuda e quello che si parlava nell'Eden, dovesse passare la differenza, che passa fra l'uomo integro e l'uomo dicaduto.

« La poesia, ripiglia il Bonnetty, è la prima voce del» la umanità, quella voce che Dio aveva donato a'primi pati) Ann. de Phil. Chret. t. II. n. II. (2) Tratt. su la 1raJizionc.

» dri.Nella condizione nativa della umanità le nostre parole » sarebbero state poesia, inni i discorsi nostri. E in vero se » la misura e l'armonia, se una dolcezza vitale, se una forza » divina sono il costitutivo della poesia, deh! che torrente » di poesia non erano le paro!?, con che Dio si comunicava » all'uomo allorquando gli manifestava le fatture delle sue » mani! che poesia nella voce degli angeli, che scendevano a » conversare con l'uomo »! Nel rimanente i discorsi che Mose riferisce d'alcun patriarca vissuto innanzi al diluvio, e che solo l'irreligioso Giovanni Ledere non estimerebbe conformi al loro originale, spirano una elocuzione in tutto poetica, esempigrazia, la breve parlata di Lamech Cainita alle sue mogli spaurite Adah e Tzilla. Ma l'antichità della religione spirata all'uomo con l'alito della vita e lo innato desiderio di tramandare agli avvenire memoria di se, e di sue genti meglio ne accertano dol quanto sia remota e misteriosa la origine della poesia.Tutte le nazioni così le sei vagge ed agresti come le gentili e colte e quella pure che era per maraviglioso modo governata da Dio, convennero in questa opinione, che un linguaggio fantastico, armonioso, vivace, accompagnato da certa melodia di voce, e da certo movimento di membri dovesse riuscire accettevole e caro alla divinità, e poiche quello, in che convengono tutte le tribù della terra, dalla natura si deriva, che opera somigliantemente, e non dalla legge, che è diversa e mutabile, si conchiude esser connaturale all'uomo l'uso della poesia, e l'applicazione di essa alle lodi della divinità. Così Mosè, cosi Debora volendo ringraziare l'Altissimo l'uno del passaggio del Mar rosso, l'altra dello uccidimenlo di Sisara, si raccolsero intorno i figliuoli d'Israele, e con poetica elocuzione, fosse soggetta a legge di metro o non fosse, palesarono ì sentimenti di loro gioia e riconoscenza. Il perchè la stessa poesia fu tenuta arte divina, e personaggi soprammondani i cultori di essa; e cosi la Grecia li nominò tvfcjt, vale a dire spirati da Dio, e Iiijù-m pure intitolò le cantatrici, che nel dialetto spartano valeva partecipi del consiglio divino. Nè meno intima alla natura de' popoli è la vaghezza di tramandare la ricordanza delle geste e istituzioni loro alla posterità; senza che ogni novella generazione statuirebbe un novello ordine di costumanze e di leggi. Ma questa propensione irrepugnabile, questo accesissimo desiderio non poteva effettuarsi per mezzo della scrittura: mercechè fu questa ritrovata molto tardi nella Fenicia, o veramente nell'Assiria, e più tardi ancora, e in diverso tempo fu dilatato l'uso di essa a'popoli con vicini.

Bisognava dunque consegnare la storia e la politica alla facoltà ricordatricc, la quale in virtù della tradizione orale trasmettesse la conoscenza delle antiche cose, e innanzi tutto delle civili istituzioni a vantaggio e diriggimento degli avvenire. E certo il sermone legato a leggi di metro, o almeno di ritmo non si cancella nè si sperde dall'animo così facilmente come il sermone libero e sciolto. La stessa versificazione, il numero, la consonanza de' vocaboli, e il canto, che nell'antico tempo non mai scompagnavasi dalle poetiche composizioni, agevolava mirabilmente e perpetuava la ricordanza di esse. Il perchè le antiche nazioni innanzi al ritrovamento della scrittura alfabetica, e alcune ancora parecchi anni da poi usarono di raccomandare a' carmi la somma di loro leggi e la storia religiosa e politica.

Il dotto Michaelis (1) pensò, che Mosè avesse in memoria alcuni carmi storici a lui pervenuti per tradizione orale e di questi pure si valesse nella divina composizione del Pentateuco. I Celti ripetevano le canzoni de' Phileas e dei Bardi nelle quali erano ristrette le loro primitive tradizioni: e la Scandinavia consegnava la memoria de'fatti a somi-, giianti poemi, di che ancora nel moderno tempo si conservano alcuni brandelli, francheggiati dall'oblio per virtù della

(!) Ann. XIII alla IV prelez. de sana poes. hebr. del dott. Lowlb.

parola scritta, elio è più durabile della trasmessa. Ancora gli Arabi avevano i loro carmi storici e religiosi fidati al ministero della memoria, e il Pockock (1) afferma che l'arabico idioma alla poesìa tiene obbligazione del non avere perduto dramma del candore nativo. Nè intendo per che modo l'erudito Assemani (2) affermasse, che ne' vetusti carmi degli Arabi rammemorate non fossero le vicissitudini della nazione: mercechè Assiuteo nel suo prato fiorito questa lode tribuiscc precipuamente all'arabica poesia, dal conservare che faceva,Ia memoria delle geste e genealogie (3). Tra' Greci da Oleno poeta antichissimo a Ferecide di Sira (che è un intervallo di CXXV olimpiadi o in quel torno) uso e menzione di prosa non si ritroverà: Ferecide la usò primamente e pure dopo lui parecchi legislatori e filosofi legarono alla misura ed al ritmo i loro insegnamenti. Solo i G uà nei che abitavano le Canarie, gli Aztechi e gli Egizii usarono di raccomandare la memoria de' fatti non alla poesia, ma sì al vivo marmo, afiigurando il tutto per mezzo di simboli e di schemi costituenti il sistema della scrittura geroglifica, che in onta delle preclare lucubrazioni dello Champollion e del Jannclli, del Marquez e del Clavigero somministrerà eterno subbictto alle dispUlazioni degli antiquarii e de' filologi. Dalle quali cose si rende manifesto, che una era la scienza della prima antichità, ciò è dire la poesia, alla quale si riducevano gli assiomi della politica, i principii del diritto comune, le speculazioni della filosofia, le testimonianze della storia-, ovvero che tutte le scienze si valevano della poesia come di soave interprete, e di strumento fedele, affinchè le conchiusioni loro perdurassero nella memoria degli uomini.

PAOLO MAZIO (1) Specimen hist. arab. pag. 158.

(2) Bibl. or. t. III. pag. 580.

(3) Cerio i carmi di Tharpha, di Albania, di Zohair che si serbano in un codice dello Escuriale (Casiri bibl. arab. bisj,. 31.) versano per appunto intorno a guerre ed infortuni.

BELLE ARTI

SOPRA ALCUNI MONUMENTI DI BELLE ARTI RESTAURATI
RAGIONAMENTO DEL PROF. MICHELE RIDOLFI

Quindici sono i monumenti artistici di Lucca del cui restauro il Ridolfi rende ragione: le finestre e l'abside in s. Alessandro dipinta dall'is tesso Ridolfi in modo che ritraesse lo stile e i caratteri de' dipinti del secolo XIV quando fu rifatto il coro di quella chiesa: due quadri del Paggi e due del Passignano nella cattedrale: la chiesa di s. Potiziano nel coro della quale il Lombardi dipintore lucchese espresse la vita di Bernardo Tolomei fondatore della congregazione olivetana: la chiesa di s. Maria nera: una concezione di nostra Donna, tavola posseduta da' pp. carmelitani che il Vasari fece per il Mei da Lucca tutto a simile di quella che aveva fatto per Bindo Attoviti da Firenze: un crocifisso, opera di molta antichità che si vede nella chiesa di s. Michele in foro, dipinto in legno di quercia e preparato prima col gesso a guisa di un bassorilievo e poi colorito: tre quadri nella chiesa di s. Agostino, l'uno del Gessi bolognese, l'altro del Paolini, il terzo del vecchio Zacchia lucchesi amendue; un alto rilievo in legno che rappresenta l'assunzione di nostra Donna, opera di Maffeo Civitali, alla quale molta lode tribuisce il Ridolfi per la verità delle teste, la facilità delle movenze e lo andamento delle pieghe: il tempietto in che si serba il volto santo, opera bellissima di Matteo Civitali: in ultimo la chiesa di s. Giovanni.

Il Ridolfi descrive i ristami operati, altri ne propone come a dire in s. Frediano, altri già proposti ma non cominciati o non compiuti ancora ne accenna. Nè già questa e semplice descrizione, ma si di molti lumi e notizie e riflessioni ornatissima che valgono a compire o ad emendare la storia delle arti.

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