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le fondazioni ed i successivi ingrandimenti delle nostre chiese più antiche ed insigni, fa mestieri che interroghi accuratamente le vite de' papi. Nel rimanente eglino più presto che non si crede, cominciarono ad esercitare in Roma e fuori le influenzecivili che dalle religiose e dalle gerarchiche si scompagnano raramente. Già il papa,residendo in Roma, era come a dire nel luogo più eminente e visibile, era nella vedetta del mondo: poi intorno a se radunava gli nomini più fiorenti per integrità di vitaepotenza di ingegno che avesse la cristianità: ultimamente era capo e maestro della religione dominante in tutto l'imperio: le quali cose verso lui attiravano la pubblica attenzione,ed a'fedeli inspiravano fiducia molta nel consiglio e nella mediazione di lui, ed a lui procacciavano certa autorità, certa supremazia nell' amministrazione degli affari temporali e nel giudicament o delle cause civili. La quale autorità crebbe nel tempo de' Goti: mercechè professando re Teodorico le dottrine dell'arianesimo, il clero cattolico d'Italia che egli signoreggiava, quello di Borgogna della quale si era dichiarato protettore contro le invasioni franche, e quello di Spagna la quale come tutore di Amalarico governava, abbisognavano di tale che stesse per loro intermediario ed interprete col re eretico e barbaro: e questo intermediario ed interprete fu sempre il vescovo di Roma: crebbe nel tempo de' Greci, perchè la difesa di Roma e del suo ducato dalle correrie de' Longobardi era principalmente fidata al papa, appena bastando i Greci lontani e pochi a guardare Genova, la Campania, e Ravenna intorniata com'era da terre longobarde. Mandavano, e vero, gli imperatori di Costantinopoli un patrizio a reggere il ducato romano: ma costui sia che dipendesse immediamente dal gabinetto imperiale o

e similmente l'opuscolo Sotitia Ecclenarvm U. R. cavato da' codici Salislmrgesi e' insegnava la esistenza di una basii.ca di s. Stefano nella via Lalina e però non lungi dalla basilica di s. Lorenzo che è nella dall'esarca, (1 ) essendo difficili le comunicazioni con l'uno e con l'altro (2),poco o niente s'ingeriva nel governo della città, nella amministrazione degli affari, nel pagamento delle milizie, nella riparazione delle mura: era un simulacro di giurisdizione, un degno rappresentante del potere greco che fra le invasioni de' Longobardi, de' Turcomani, de' Bulgari ogni giorno si menomava. E quando il duca tentò di guadagnare o certo di porre in atto un' autorità che non aveva avuto o esercitato mai, quando Leone fisa urico si provò di stabilire un duca interamente ligio alla sua tirannide e divoto alle sue dottrine, i Romani antiponendo un principe il più spesso italiano, vicino, amorevole ad uno straniero, lontano, avaro il più spesso e crudele, e temendo che l'isaurico fosse per rinnovare i latrocini e le stragi di Costante, tennero testa a' Greci e al papa si dedicarono che alimentava i loro poveri, ornava la loro città, tutelava i loro interessi: da questa epoca si dee riferire il fine della greca ed il principio della signoria pontificale in Roma e nel ducato.

Più trascorriamo il mezzo tempo e più vediamo aggrandirsi parte con le donazioni de' principi, parte con la sommessione de' popoli il dominio di s. Pietro e più crescere ed allargarsi le influenze politiche del pontificato romano. Combatte alcuna volta con l'imperio e ne trionfa, regola nelle

(1) Non so como l'illustre G. Capponi abbia ricisamente affermato nella i. lettera sulla dominazione de' Longobardi in Italia • che il ducato di Roma andò confuso tra quelli che ebbero capo in Ravenna ». È gran dubbio se il duca di Roma fosse mandato sempre dall'esarca e però dipendesse da lui. D'altra parte è certo che il primo duca fu mandato dall'imperatore Maurizio per domanda di Pelagio II. Lo stesso Rossi che nel libro quarto della storia ravennate sotto l'anno !'>!i7 tenne la opinione che oggi tiene il Capponi, sotto l'anno 712 la ritrattò.

(2) Fra Ravenna e Roma erano tanto difficili le comunicazioni che chiunque avesse voluto dalla Emilia arrivare sicuramente in Campagna, dorca girare la Italia e passare lo stretto, s. Greg. M. ep. 35 lib. 2.

elicte le elezioni, i re che trasmodano, infrena, impugna le leggi che contrariano la religione o che oppressano il popolo, rivede i giudicati, difende il dritto del pupillo ischiavito dal suo tutore, della moglie ripudiata senza cognizione di causa, intima agli infedeli la guerra, dota di privilegi e di terre le università, esercita una signoria fondata nella opinione degli uomini e nella dignità del ministerio che tanto si allarga quanto la cristianità: è questo un fatto lucidissimo per chiunque esamina la storia del mezzo tempo, non quella che foggiano a loro posta gli scrittori o negligenti o parziali, ma sì quella eho spontaneamente si deriva dallo studio comparativo de' documenti.

Tanta essendo la importanza civile della storia pontificale quanta toccai col discorso, quanta conoscono i dotti d'ogni tempo e ragione, dirò che l'inclito cardinale Angelo Mai col consegnare alla pubblica luce le vite de' papi da s. Pietro fmo a Gregorio VII scritte da Bernardo figliuolo di Guido, egregiamente meritò delle lettere e della chiesa.

Bernardo nato in Limoges e domenicano di professione fu prima vescovo tudensis nella Spagna, poi lodorensis nella Francia, e settagenario uscì di questa vita il 1331. Essendo inquisitore della eretica pravità in regno Franciae, come egli stesso dice nella epistola dedicatoria a Giovanni XXII, compose le vite de' papi sfiorando il meglio che nelle antiche cronache di Sicardo cremonese, dell' arcivescovo cosentino, di Bcda e altrove avea ritrovato: la quale.opera piena, come prima la scrisse, e ridondante di notizie e di parole breviò egli stesso a maggiore comodità degli studiosi. L'una e l'altra scrittura esiste negli scrigni vaticani: ma poichè la più diffusa fu guasta con molte interpolazioni da Tcodorico di Niem, il Mai con lodabile consiglio pubblicò la più breve; ne tutta: ma solo quelle vite che il Muratori (1) non ebbe

(1) Le Tìic de' papi che pubblica il Muratori R. I. S. T. IH, da Stefano V fino a Sisto IV, sono ricavate da vari come a dire Pan

consegnato alla stampa, vale a dire dalle origini della chiesa Ano a Gregorio VII. Pensa il detto Muratori che Bernardo queste sue vite compilasse principalmente dalla cronica di Riccardo monaco cluniacese: il che argomenta dal leggere nelle vita di Innocenzo III le parole huc usque chronica Richardi cluniacensis protenditur ac terminatur. Ma poichè Bernardo dice la stessa cosa del cronico di Eusebio Panfilo, di quello di s. Girolamo, di quello di Beda sotto l'anno fino al quale ciascuno de' nominati scrittori condusse il suo lavoro, quelle parole del nostro biografo sono, come osserva il Mai, un argomento illusorio e manchevole a stabilire la conchiusione muratoriana. Più presto io credo che Bernardo nella compilazione di queste vite avesse avanti gli occhi le opere degli scrittori franchi vale a dire il cronico di Adone, quello di Vincenzo di Bellay, Fulberto di Chartres, il Gesta Francorum e somiglianti : e ciò argomento dal narrare che egli fa , perpetuamente, alla distesa le guerre, le paci e tutte altre vicissitudini della Neustria , della Borgogna, dell' Austrasia : e già, essendo egli franco ed avendo data opera a compilare le dette vite in terra di Francia, è verisimile che avesse a mano più larga supellettilc di cronache patrie che di straniere.

Queste vite del nostro Bernardo sono adorne di molti pregi, nè già immuni di ogni difetto: ma d'una parte i difetti col lume della critica facilmente si scoprono nè possono pregiudicare alla verità, scopo principalissimo della storia, e d' altra parte tanti sono i pregi di esse quante le notizie che egli con la sua piana e semplice narrazione ne comunica. Dirò prima de' difetti che sono più delle cronache dalle quali Bernardo derivò la sua narrazione che di lui stesso. E prima iscrive nel catalogo de'papi un Ciriaco, un Marco, un Basilio, un Silvestro III i quali mai non ebbero il potere sommo delle chiavi, e però prolunga in molti anni la serie pontificale: niente meno nella vita di ciascuno assegna il più spesso la cronaca alla quale tolse il nome e la notizia di lui : nè tralascia dire che questo non si legge nelle cronache più accreditate. Ancora nel catalogo de'papi registra gli intrusi : nel che per altro è scusabile , non essendo ancora in uso di sceverare dal canone pontificale i papi intrusi ed illegitimamente costituiti. Ultimamente qua e colà si trovano alcune leggende favolose, ed alcuni errori come a dire che il regno de'Britanni sia stato per ventura più lungo di qualunque altro, essendo cominciato nel tempo di Eli sacerdote, e che le anime purghino le loro colpe in certi luoghi convicini della Sicilia che dagli abitanti sono dette oììae Vuìcaniae: (1) che s. Agostino sia uscito di questa vita il 440, non il 430, e che Clodwig re de'Francbi abbia ricevuto il battesimo nel pontificato di Simmaco, non in quello di Anastasio. Ma in opera così varia e che comprende tanta successione di secoli, in un tempo che quasi difettava di critica e di documenti, niuno maraviglierà che Bernardo abbia alcuna volta errato o favoleggiato. D'altra parte non picciolo è il frutto che la storia civile e la ecclesiastica conscguisce da queste vite: le quali opportunamente sfiorerò affinchè si veda le mie parole non essere aggraudimenlo di lode ma segno di verità.

dolfo pisano, ed AmalricoAngerio: le altre cominciando da Gregorio VII sono del nostro Bernardo, di modo che delle vite di alcuni papi si ha doppia narrazione nella raccolta muratoriana.

Nella vita di Silvestro I. riferisce una particolarità più curiosa che importante vale a dire che secondo certa cronaca, Massenzio competitore di Costantino non annegasse nel Tevere, ma si fuggisse in Alessandria e quivi per alquanti anni avesse il potere e le insegne del principato. Nella vita di Damaso narra in questa forma la invasione che fecero gli Unni nelle terre de'Goti: » a quei tempi, vale a dire quando

(i) Cerio le isole colie.

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