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DESCRIZIONE DELLA GIOSTRA

Foichè l'aiupnilà della villa e l'amore dclli studi vostri vi han rubato al più bello e terribile spettacolo che occhio umano vedesse giammai, ho pensato col rappresentarvi, come in uno specchio, la immagine della nostra tragedia, farvi ravvedere, che il detto di Aristotile è vero, che o Iddio, o bestia ò colui che vive fuori della citta. So perchè siete di stomaco delicato, che già mi avete notato di improprieta, perchè abbi ad una giostra dato nome di tragedia ; ma la qualità delle persone, le scelleragini inaspettate, li stupori e maraviglie, li successi terribili, le privazioni e morti che nelle altre giostre non occorrono, mi han trasportato a darle il più iperbolico nome che mi è occorso. Leggete pure; chè le spesse novità vi diletteranno più di quello che credete: le cose sono per so lunghe, ma io vi andrò leccando le più belle e piacevoli, per farne, rome l'ape de' più scelti fioretti, un miele dolce, che lasci la bocca saporita; nè vi spaventi il numero dc'lc carte: chè sentirete discendervi al cuore una insolita dolcezza che vi aprirà I'opilaziom; delli studi vostri troppo severi (i).

s-i.

Manieratoti della giostra

Principal mantenitore della giostra, come ognun sa, è stato sempre il sig. d. Ferrando Gonzaga, il quale, come sogliono i grandi signori, elesse tre suoi ministri, che in questa impresa gli fusscro compagni, il sig. Giuliano Gioselini suo primo segretario che successe nel' luogo del Maona morto, il Bagno suo maestro di casa, il Fanzino generale commissario del campo.

Gli Venturieri che gli vengono con tra. sono persone molto principali, il Castellano di Milano, il gran Cancelliere dello stato, il Contador Ybara, d. Raimondo Cardona, il Vicario della provvisione, centra la volontà universale della città nostra. Vi dovea anche essere il marchese di Maregnano, come principale inventore dello spettacolo, ma le occupazioni di Toscana ce lo rubarono (2).

(1) Lascio a' lettori investigare chi e cui abbia scritta questa satira cavalleresca.

(2) Giangiacomo Medici duca di Marignano, detto il Mcdicino. « Si aveva, dice il Gosclini, per seguace e fautore occulto degli avAnn. 1. Vol. II. 10

V'intervengono anco cavalieri incogniti, tra quali mi pare «ver conosciuto, a certi ed indubitati segni, il principe di Ascoli : un altro cavaliere errante lo segue, che più di lui mette studio in tenersi coperto, del quale ognuno dice la sua; ma gli ingegni speculativi, che con ferro più sottile squadrano meglio il verso delle cose, affermano essere il presidente Grasso: il quale in vero è di tanto artificio, che con lo scudo falso delle apparenze, si avrebbe facilmente ributtato da dosso gli occhi della verità, ma le persone che gli vanno innanzi e gli portano le lancie, non usano quella gran diligenza nel ricoprirsi che egli desiderarebbe, anzi parendo a questi infelici di acquistar credito se il mondo gli vede interessati nella giostra, fanno come le vergini belle nel paese, dove usano di andar coperte, che alzano spesso il velo, e mostrano di farlo a caso, perchè si veggano le loro bellezze, l>n altro di maggior importanza contro li mantenitori compare con quattro scudieri dinanzi, e tutti cinque mostrano nel sembiante essere persone di alto affare, e di molto^valore; ma il cavaliere armato, benchè nei colpi che dà gravissimi e tremendi, par quasi che abbi in mano la lancia di Bradamantc, che ognuno caccia a terra , nondimeno tanta è la virtù del sig. d. Ferrando che lo sostiene, ribatte e giostra del pari. Or sì che dintorno a questo cavaliere si fanno vari giudici, perchè altri uno. altri un altro dicono, altri più acuti e perspicaci passano più avanti e vogliono che il cavaliere sia una delle più principali persone che abbia sua maestà, e se non fosse che la professione discorda, me lo liscierei persuadere. Si ò poi quasi avuto di certo che uno dei scudieri che ha servito questo cavaliere, era il duca di Savoia, l'altro il Castaldo, il terzo Vai-gas, l'altro il reggente Pirovano, ma non è sempre libero e sicuro il ragionar de' grandi. So cho avete giudizio, e vi basti accennare le cose, e se non volete risolvere a cenni, pendete ancor voi come molti altri con l'animo ambiguo, iinchè io potrò più liberamente ragionar con voi.

Vennero con gran favore del popolo, il quale questi due die stato frequentissimo, gli mantenitori alla porta della corte, e quantunque fossero tutti quattro in compagnia, nondimanco contentatevi ebe io ve l'introduca l'un dopo l'altro, per poternegli meglio dipingere per minuto, ed al vivo rappresentare le cose, come se foste sul fatto.

Comparve il sig. d. Ferrando, davanti al quale era una gran nu

versarì di d. Ferrando tratto da disegno di succedergli In quel governo ». (Delle G. Mil. 1. Ili pag. 238): anzi da principio era stato nominato uno de' sindacatori. Quando il nostro anonimo immaginò questa giostra, il Meditino si doveva trovare all'assedio di Siena, ove col grado di generale del duca Cosimo fu mandato da Caro V il 1553.

vola di trombetti ed una selva di lancie portate da scudieri nobili e principali della citta; so che l'ingegno vostro, che come un lampo di fuoco, tutte le cose più importanti in un istante lustra, e scorre avidamente, desidera che io gli ragioni prima, come cosa più principale e necessaria, della persona del signore; ma datevi pace, e lasciate che' io vi segua quel filo che la memoria mi porge, acciò mentre sto intento ad ordinarvi, rome si deve, la moltitudine delle cose, addietro non lasci come ismemorato. qualche bel punto più di ogni altro importante; perchè io mi andrò aiutando di quell'ordine che trovò Simonide Ch>io, per sostener con arte la memoria debole e caduca. Erano avanti al signore li suoi quattro portieri in abito di trombetti, che con le pannasse gonfie chiedevano battaglia. Il bargello siciliano, il Croatto contestabile di Porta romana rossi, come due cherubini, o due venti orientali, per il lungo soffiare nelle trombe. Vi erano anche Galea/.zoAnguiscioIa(t),capitano della corte, Nicolò Vignarca procuratore, ed Antonio Bennocco collaterale, ma non si udivano far quello gran strepito che avevano fatto li due antecedenti. Vi erano anco delli napolitani, ed aicuni altri che mi sono caduti di mente. Erano tutti questi vestiti dell'abito del signore, del quale vi ragionerò un poco più giù: avevano nelli guarniuienti delle loro trombe una nave assalita e combattuta da gran tempesta, con gli alberi ed antenne rotte, e conquassata tutta dalla fortuna, con due stelle sovra la poppa di una medesima grandezza, con li nomi che dicevano: Costar et l'olin.r. che le persone di giudicio dissero non apparerò, se non quando la tempesta vuol cessare. Era il signore vestito di un raso verde, vivo come uno smeraldo, che Io copriva tutto, era anco il cavallo guarnito del medesimo fin in terra, erano tu ti i guarnimenti nell'estremità fregiati di un recamo di lauri e pah me di rilievo che avevano i rami l'uno nell'altro in tessuti con mirabile artifizio, ed 11 mezzo de' spazi che rimanevano vacui,era tutto tempestato di piume bige finissime, che sovra il verde sventolando, facevano bel vedere. Fu detto che le piume di quel colore, significavano i travagli che gli erano addosso, e i lauri e le palme accennavano le sperate vittorie. Aveva il medesimo signore un bel cimiero in testa d'uno Sansone, che cmi una gran mascella cacciava in fuga i Filistei, e nello scudo dipinto un Ercole corrucciato, che tirava Cacco mezzo morto fuori della spelonca, e benchè il medesimo nel volto gli soffiasse fuoco e fumo, nondimeno si vedeva che eg'i lofiniva di strangolare(2).Fu interpretato che egli soffb

(1) Gli Anguisciola o Anguissola di Piacenza erano cugini di d. Ferrante. Goselini Delle Gest. Mil. 1. 1 pag. SI.

(2) In altro modo Gaspare Mola incisore luganese espresse il trionfo del Gonzaga in alcune monete simili a' testoni di Roma coniaciterebbe l'inventore delle accuse, con la mazza della sua innocenza. Fa ancor detto che la mascella, con la quale percuoteva i Filistei, era il favor di sua maestà, con il quale confonderebbe ognuno>, ed in vero non poteva meglio esprimere la gran confidenza, della quale si pasceva, che sua maestà non gli lasciarebbe far torto, che armarsi della sua mascella, proprio ornamento di quella casa invittissima. Volevano alcuni che avevano la virtù del signore per un antemurale nel Piemonte, che il Sansone accennasse, che tutta la macchina anderebbe per terra, e desolato ne rimarrebbe lo stato, se egli nella giostra fosse caduto; erano del medesimo vestiti gli scudieri, che dinanzi gli portavano le lancie: avevano solaiui'uio un brieve di più che gli traversava dinanzi, e di dietro, di lettere ma>uscolc che diceva « Si Deus pro nobis, quis contro, nos ». Gli scudieri che gli portavano le lancie erano pochi, a rispetto di quel che il popolo sperava. Fu conosciuto monsignor Tcrracina, il capitano di giustiziaci conte Sforza Morone(f), il sig. Pietro Francesco Visconte, il capitano FcdericoGarzino(2), il tesoriere Fornar, il dottor Pergola, vi ero pur anche io, che come avvocato fedele, non lo abbandonai mai, Pietro Faecchia, (lWlvan de Sandi(3), che fece maravigliare ognuno, perchè non era intervenuto nella congiura de' suoi spagnoli contra il signore. Vi era anco il conte Manfredo l>orniello, Giovan Donato da ('.arcano, e li due fratelli Pusterli.

Vidi dopo questo venire il sig.Giuliano (4) vestito pure del medesimo verde, con un cimiero di un cavallo alato, vestito di ogni intorno d'un picciolo fascio di gionchi palustri, che nella celata facevano ufficio di penne assai vezzosamente ; e perchè egli è gentil poeta, fu giudicato quel cavallo con le ale, essere il Pegaso, autor del fonte, che ogni bello

to per ordine di d. Ferrante II signore di Guastalla e suo nipote. Nel dritto si vede la effigie del principe armato con la epigrafe Fcrd. don. Melfictae Prin. e nel rovescio lo stesso principe in atto di calcare un satiro con la leggenda simulacrum aritete virtutis. - Aitò Delle nion. di Guastalla cap. V.

{\) Questo Sforza Morone fu poi mandato a Filippo II legato del senato milanese.

(2) Era capitano della guardia di d. Ferrante. Gosel. pag. 1 62.

(.1) Alvaro Sandi o Sandeo prima maestro di campo, da ultimo governatore di Lombardia.

(l) Giuliano Goselini o Gosellini nato in Roma, originario di Nizza, dagli anni 17 fino alla sua morte seguita il 1587 prestò sempre opera di segretario a' governatori di Lombardia. Fu in singoiar ■nodo affezionato a d. Ferrante del quale scrisse in tre libri le gesto militari.

spirito invita, o pochi inebria, e come il gionco non ha grappi, cosi s'interpretò, che egli volesse dire che si vivea fra snoi studi di poesia, senza offendere alcuno, cedendo alquanto per allora all'avversilà deil'acqua contraria, che lo faceva chinare, ma non lo poteva già rompere, nè strappare. Aveva nello scudo dipinta Latona che convertiva villani discortesi in tante ranocchie, volendo, senza alcuno dubbio, dire che 11101rebbono nel fango delle loro miserie gli nemici del signore, che con garrule e strepitose voci pensavano macchiare il candore di un signore tanto illustre: aveva dinanzi alcuni che gli portavano le lancie, tra quali conobbi Leon Aretino (l), il dottor Chiocca, l'ambasciator di Ferrara, ed alcuni suoi scrittori, dinanzi aveva trombetti vestiti di verde, come quei del signore, ma quel guarnimento che giù pendeva dalle lor trombe, aveva dentro figurato un serpente rabbioso, il quale sforzandosi di rodere una lima mordacissima, si faceva malamente sanguinare i denti. Volse dire che offenderebbono se stessi quei che pensavano di mordere il suo signore.

Dopo questo cavaliere venne il Fanzino (2), vestito pure, come il signore, di verde, che aveva questo di più degli altri, che le estremilà dei guarnimenti erano fregiati di bianche liste che diedero a molti che dire, perchè parevano quasi bande francesi : aveva per cimiero un Vulcano, che nella sinistra con una tenaglia teneva sovra un incudine un fulmine imperfetto, nella destra il martello, con che egli lo fabbricava. Fu interpretato che egli darebbe il mandritto al travagliato signore di confondere gli avversari; aveva nello scudo dipinto un orso di mezzo rilievo che si leccava le unghie, e d'intorno la terra carica di neve, e ghiaccio, con molto di sopra, che diceva « Finchè ritorna il soli m* succhio l'unghie » ; volendo, senza alcun dubbio dire che egli aspettava miglior tempo. Dinanzi gli andavano molti trombetti, che avevano nel guarnimento della tromba dipinta una Fenice, che sotto si aveva congesto il nido di mirra e cannella, e con il molto battere le ali accendeva il fuoco che l'abbruciava, can un motto che diceva « Quello che m'arde ancor mi rinnovella ». Fu pensato che Turbigo e la casa fabbricata fosse il nido, il sindicato il fuoco acceso che lo struggerebbe sì, ma nondimeno sperava di rifarsi presto. Molti scudieri gli portavano

(1) Leone Leoni aretino fonditore di statue ed incisore di coni amò tanto il Gonzaga che stimò propria l'avversa fortuna di lui e grandemente si rallegrò quando egli con diploma amplissimo fu dichiarato innocente. Fuse in bronzo la statua del Gonzaga la quale fu allogata sopra piedestallo di marmo nella piazza di Guastalla.

(2) Sigismondo Fanzino commissario generale del campo, com'è detto poco sopra.

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