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brezza di parole invitavano se stessi ed altrui a goderne come se in questo godimento fosse posto il sommo bene nè vi fosse altra cosa a vagheggiare.

Grandissima è dunque la differenza fra la poesia che dicono classica, del paganesimo e la poesia cristiana: l'ima era bassa e materiale come la superstizione che professavano quelle genti, come la società nella quale convivevano: voi vedete che ancora nel domicilio de' giusti descriveva i piaceri del saettare, del correre a prova, del conversare, del pascersi e nulla più: per contrario l'altra si allargava nella idea del sommo bene riconoscendo le sue preordinazioni ed influenze in ogni mutamento e caso mondano, e per temperare il cordoglio che sente lo spirito, del trovarsi fra beni non proporzionati alla sua capacità, si innalzava alla speranza della gloria futura.

Osservate comePrudenzio nel secondo libro controSimmaco perchè Dio abbia creato tante sustanze fragili e periture, e però non degne di sua grandezza, argomenta che un'altra pure n'abbia dovuto creare che sia degna di lui e per conseguente immortale e questa sia l'anima.

Quel che toglie la morte e '1 tempo strugge,

Vile dee dirsi perchè breve, e indegno

Dell'eterno Dator a cui nativa

E' la ricchezza, che giammai non resta

Dal largir suoi tesori, a cui s'addice

Tale un dono impartir che mai non pera.

Poichè se frale e a dileguar suggetto

Dono è comparte, nè miglior tesoro

Have di questo nell'eterna sede,

Povero egli è, nè quell'onor si merla

Eccelso, universaI, nè Dio s'estima

Ma simulacro di fallace nume. Nell'istesso libro con che grazia descrive il premio della verginità alla quale è riservato il frutto centesimo in paradiso! recito il luogo originale perchè panni infiorato d'ogni eleganza:

Sunl et virginibus pulcherrima proemia nostris Et pudor et sancto tectus velamine vultus Et privatus konos nec nota et publica forma Et rarae tenuesque epuìae et mens sobria semper Lexque pudicitiae vitae cum fine peracta. Hinc decies deni rediguntur in horrea fructus Ilorrea noclurno non unquam obnoxia furi: Nam caelum fur nullus adii: coelestta nunquam Fraude resignantur: fraus terris volvitur imis. È pur serbata amplissima mercede Alle vergini nostre, il volto ombrato Da santo velo, il verecondo afletto, II domestico onor, una bel tade Nè famosa nè cerca, e parca mensa, E casta mente e del pudor la legge Che dura con la vita: a lor si appresta Il centesimo frutto ne' cellaj Che mai non scema predator notturno: Furto non serpe colassù nè mai Apre la frode le celesti porte: La frode alberga nella bassa terra. Catullo consiglia so stesso ed i compagni a sfiorare ogni lussuria, a gavazzare nella ebbrezza de' piaceri: presso Prudenzio nella Psicomachia la sobrietà con rimproveri ed argomenti procaccia di stornare gli animi da mollezza: Che giogo è questo? che legame? e dove Trascorrete o frenetici? o disdoro! Poichè del sacro ulivo a voi la fronte Già fu segnata, e vi riluce impressa Del casto unguento I'indelebil'orma. Quando è mai che negli inni di Omero e di Callimaco o in quei secolari di Orazio e di Catullo si legga una preghiera che sia indiretta al conseguimento di un bene immateriale, soprammondano? Ma Paolino e Prudenzio negl'|inni loro e Sofronio nelle melodie che l'Allacci giudicò ripiene di esquisita dolcezza (1), non domandano altra cosa a Dio, ed a' martiri della fede che il perdono delle colpe, l'aggrandimento della gloria divina, o alcun altro dono sopracceleste: « onorate tutti il martirio degli innocenti, dice Sofronio, a fine di trovare in Cristo misericordia: sì, noi cantiamo le pugne degl' innocenti perchè ne ottengano misericordia da Dio ». Per te, sclama Prudenzio, per il carcere ove ti crebbe onore, o Vincenzo,per le catene le fiamme i graffi il ceppo, per quei rottami che di nuova gloria ti ornarono, per quel letto che riverenti baciamo, miserere di noi: che Cristo placato ne ascolti, nè c'imputi il fallir nostro ».

Un'altra essenziale differenza corre fra la poesia pagana e la cristiana; che mentre greci e romani ornavano i componimenti loro di favole, di immagini, di comparazioni tolte al gran codice della comune superstizione vale a dire alla mitologia, i cristiani attentamente se ne guardarono, nè pensarono che i loro poemi sarebbero venuti in maggior fama, o avrebbero acquistato maggior valore, se vi avessero annestate le fole ed i simboli di una teogonia che più non trovava fede, nè più aveva significazione. Così avessero pensato i nostri poeti vissuti dopo il risorgimento delle lettere i quali facendo forza al mutamento di ogni ordine intellettivo e sociale, amarono meglio di seguitare al tutto le tracce degli antichi maestri che di consigliarsi con la religione dominante e con le nuove istituzioni: il perchè non sono i loro poemi una espressione della nazionalità masi una con tinua

(1) Mellitissima. Queste odicelle di Sofronio patriarca gerosolimitano che si stavano inedite nella libreria Vaticana, furono pubblicate dal mio dottissimo amico Pietro Matranga con erudita prefazione e traslazione latina. Della prima intorno all'annunciazionc di M. V. si ha la vorsione del cardinale Sirlcto.

zione dell'aulica letteratura. Per contrario i padri nostri ricercando con diligenza il sacro volume delle Scritture infiorarono con la sua elocuzione i loro versi, con le sue sentenze li nobilitarono e quanto il permettea la diversa indole delle lingue aramèa. greca, e latina, e la diversa potenza d'immaginare, ne' popoli d'oriente più libera e ardita, più rimessa e timida in quei d'occidente, v'innestarono le comparazioni de' profeti di Dio. Così presso Prudenzio la Speranza volendo significare che Dio fiacca e prosterna i superbi,recita l'esempio di Golia:

Vidimus ingentem tnembris animisque Goìian

Invalida cecidisse maini . ..

Vidi Golia d'alma e di membri immenso

Cader per mano imbelle ... e dovendo l'istesso poeta descrivere la Carità, ormeggia san Paolo che tracciò con tanta sapienza i caratteri di questa virtù:

Non infiata lumet, non invidet aemula fratri,

Omnia perpetitur patiens atque omnia credit:

Livor non l'ange nè la gonfia orgoglio:

Tutto soffre tranquilla e tutto crede. E Sofronio nell'ode a Mena economo del (1) nono monasteri o di Alessandria falsamente accusato da un suo monaco di avere ricoverato Teodosio figlio di Maurizio la cui famiglia Foca perseguitava, ebbe mente alle parole d'Isaia « ho nudi-ilo ed esaltato i figliuoli ed essi mi spregiarono » quando rimproverò l'accusatore in questa forma:

Obliqua frode appresti,

Misero figlio, al venerando padre

Da cui soave nudrimento avesti?

(l) 11 dottissimo Matranga osserva che in Egitto e altrove i monasteri, oltre il nome appellativo, si distinguevano con nota numerica. In praef. pag. XXVIII.

Dalle cose più sfiorate che dette si vede come la indole propria e congenita della poesia cristiana dimora principalmente nella purità de' sentimenti, nella espressione del bello ideale e morale , nell' uso convenevole delle forme e delle immagini che sono nel sacro volume della rivelazione.

Avevo appena finito questo articolo quando mi venne alle mani un opera del dottor Boehr intitolata « de' poeti e storici di Roma cristiana » scritta con molto apparato di critica e di filosofia. Esamina il Boehr la letteratura e principalmente la poesia cristiana, e mi gode l'animo che i suoi giudici intorno alla forma ed allo svolgimento di essa consuonino al tutto co' mici « La religione degli antichi romani, egli dice, non era che un oscura e volgare superstizione la quale serviva solo a' loro politici intendimenti, nè poteva per conseguente elevare i loro animi alla libertà morale o alla coscienza delle proprie obbligazioni. Ora sono questi appunto i princìpi che trasfondono nella poesia e principalmente nella lirica il movimento e la vita, e che inspirano idee solenni e sublimi ». E qui si stende a mostrare come rilucano snmiglianti qualità nelle composizioni di quei poeti educati alla scuola di nostra fede.

PAOLO MAZIO

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Guglielmo Teli - Nel cantone di Svitto si è trovato ultimamente un poema scrìtto in latino subito dopo la battaglia di Morgarten nel quale il nome di Guglielmo Teli viene ricordato in termini precisi. Vi si legge che egli fu uno de' tre guerrieri che fecero il giuramento di Grulli ne' primi anni del secolo XIV. Cosi al nome di Walter Fùrst indicato per errore da' cronisti del tempo si dee surrogare quello di Guglielmo Teli la cui esistenza con la scoperta di questo documento diviene un fatto storico. Del famoso aneddoto del pomo e della freccia

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