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questa difficile impresa seguire i consigli di don Francesco Ferrante d'Avalo marchese di Pescara, e che la morte di questo impedì l'esccuzion del disegno.

Don Giovanni ed il Doria precedevano con sessanta galee, ed udivano da una nave come l'armata ottomana fosse al golfo di Lepanto. Il Colonna e il Veniero sollecitati da questa notizia raggiungevano i compagni alleGominizze.Qui o poco prima udirono le squadre e piansero le rovine di Famagosta. Si fece consiglio, e si concluse di assalire la flotta inimica. Rinfrancati dalla religione, e confidenti nel Dio delle vittorie, securamente ed ansiosi di vendicare i caduti fratelli mossero i cristiani verso le isole Curzolari. I legni speculatori comandati da don Giovanni di Cardona scopersero qui le vele nemiche che uscivano dal golfo di Lepanto e ne portarono avviso alle flotte confederate. Le due squadre marittime si erano appena scoperte, che l'ammiraglio ottomano col fragor di un cannone presentò la battaglia, e nello stesso punto con ugual segno aecettolla il generalissimo dei cristiani.

Ricorderò qui quali fossero le speranze i timori, e le forze dei due eserciti che stavano per venire alle mani. L'armata ottomana veleggiava in battaglia disposta a mezzaluna; Ali generalissimo ( assistito da Pertaù famoso e vecchio duce di eserciti ) comandava il centro (96 vascelli), Scilocco governatore di Alessandria conduceva il corno destro (sessanta legni) Uccialì vicerè di Algeri il sinistro (94 vele). La retroguardia (40 fra galee, galeotte e fuste) obbediva a uu Dragulte. L'animosissimo Carascosa coi più leggeri navigli precedeva alla vanguardia. Le capitane eccellentemente fornite erano scudo alle punte dei corni. L'ordinanza presentava una fronte estesissima, avendo disegnato l'ammiraglio della mezzaluna di circondare le flotte confederate girando sui fianchi perchè pochi o nessuno sfuggisse alla strage che vagheggiava nel suo pensiero. Queste 300 vele non erano abbastanza fornite e in arnese perchè potessero indurre spavento col loro numero: prontissimi però i soldati, anzi anelanti di mescolarsi con i nemici di Maometto, confidenti della vittoria, imperterriti all'aspetto della morte, feroci e forti non di disciplina ma di barbarie.

L' armata cristiana presentava meno estesa ma più unita la fronte: la battaglia poderosa di settanta galee e nel mezzo di esse i tre vascelli ammiragli spagnuolo, pontificio e veneto: la sinistra forte di cinquantatre galee era timoneggiata da Agostino Barbarigo proveditore generale veneziano, la destra numerosa di altrettante dipendeva dai cenni di Giannandrea Doria: la retroguardia contava trenta galee guidate dal marchese Santacroce: gli otto legni coni quali don Giovanni di Cardona stava alle vedette precedendo le flotte, nell'ora della prova doveano prender luogo nel grosso delle tre squadre. Sei galeazze mirabili per grandezza, portando ciascuna fuochi artifiziati, armi potenti d; distruzione, 60 cannoni e 400 soldati da difendere stavano innanzi alla battaglia e ai due corni, come antemurali da fiaccare e sgominare l'audacia nemica. Volenterosi erano i soldati, confidenti di vincere, forti, coraggiosi, natralmente inimici dei nemici della croce. Gli ammiragli e i generali sperimentati e prodi; i legni maneggevoli ed eccellenti, il numero corrispondente. L'ora della prova suonava; un frastuono assordante, un agitazione continua dominava la flotta della mezza luna a quel momento, mentre un silenzio universale e profondo regnava fra i ventimila guerrieri della croce. Era un istante solenne: già gli stendardi della imminente battaglia erano stati inalberati sulla capitana di Spagna, e i ministri di Dio spediti dal santo pontefice divisi sui legni cristiani arringavano le truppe con l'eloquenza dell'Evangelo, e pubblicavano l'indulgenza plenaria per chi combattendo contro gli infedeli avesse ceduto all' ultimo fato. Le insegne di Cristo furono spiegate, e sventolarono con quelle dei principi. Sereni e animosi presero tutti il luogo della battaglia ed incoraggiti dalle parole dei prodi condottieri corsero ad assalire i nemici.

Quando la flotta ottomana usciva dal golfo di Lepanto aveva il vento secondo, ma nell'ora della battaglia spirò ad essa nemico e favorì i cristiani. Le galeazze di Venezia poste come castelli innanzi l'ordinanza ( era intorno al mezzo giorno ) incominciarono una strage non meno terribile che inaspettata, e per la quale scoramento non già ma disordine entrò nelle squadre de' musulmani. Fortissime le due flotte, e non capaci di spaventarsi, anzi anelanti di venire a pugna sempre più stretta, doveva esser lunga, e micidiale la prova. Si combatteva da un'ora nè si vedeva vantaggio da alcuna delle parti: i vascelli si avvicinarono sempre più e i soldati si mescolarono a combattimento manesco. Gli spagnuoli di don Giovanni montarono sulla capitana di Ali, e ne furono ributtati; qui si concorse da molti che videro come la sorte della battaglia dipendeva in gran parte dalla distruzione del vascello ammiraglio dove stava il generalissimo. Vennero le altre capitane turche al soccorso di Ali e Pcrtaù, e fulminando dall'altra parte vi giunse Marcantonio Colonna; ed al suo giungere Ali percosso da un fusto della sua galea sbalzato da una palla di cannone cadde morto mentre i cristiani espugnavano il legno e lo salivano. Tutti i turchi che lo difendevano caddero sotto le spade vincitrici salvo i pochi che saltarono in mare. La. testa di Ali presentataci don Giovanni, le abbattute bandiere, le grida dei vincitori furono preludio di funeste sventure ai mussulmani Mentre Marcantonio Colonna e gli Spagnoli conquistavano la reale di Ali, Onorato Caetani capo delle fanterie del Papa assaliva con la sua galea, appellata la Grifona, il noto ed audacissimo Carascosa ( o Caracossa come altri lo chiamano ), lo vinceva, lo uccideva con tutti i suoi. Bel principio era quest.

Mentre il Vcniero, il principe di Parma con la capitana di Genova, il duca d' Urbino con la capitana di Savoia si stringevavo a soccorso della ornai vittoriosa reale di Spagna, Scirocco che governava la mischia contro ai veneziani condotti dal Barbarigo si maneggiava abilmente per girare di fianco e mettersi fra la terra e le galere di lui per prenderle alle spalle e ritrarsi a spiaggia in caso di sinistro. Il condottiero veneto serrò per quanto gli fu possibile il suo corno verso terra, e sebbene mandasse a vuoto il pensiero del nemico, non riuscì ad impedire che otto di quei legni non sguizzassero verso quel punto, e non circondassero la galera. Non si sgomentò alla disugunglianz dalla pugna ma da tutte parti fulminando con un terribile fuoco di artiglierie , e rispondendo a tutti a dovere col suo solo vascello, i turchi si avvidero di avere sperato in vano di averla quando l'accerchiarono. Poiché, fervendo il combattere, scorsero il pericolo Paolo Orsino, Antonio Canale, e Marino e Giovanni Contarmi e accorrendo con moto simultaneo non solo liberarono la perigliantc nave, non sommersero col tempestare la galea di Scirocco che tentando salvarsi a nuoto fu preso e morto. Ma non fu piena la gioia; che il Barbarigo colpito da una freccia in un occhio lasciò poca o niuna speranza di vita ; e in fatti, novello Epaminonda , poche ore dopo, annunziatagli la vittoria, ne gioì morendo: cadevano egualmente con lui Vincenzo Quirini e Benedetto Soranzo prodi e cari all'armata.

Paolo Giordano Orsino investì la galera di Pertaù, il più sperimentato guerriero dell'armala ottomana, e la prese ; ma fu invano perché egli vista la mala parata, iu pie— ciol legno volteggiandosi fra vascello e vascello era già in salvo in terra. Il corno sinistro ed il centro ottennero una vittoria strepitosa , e i nemici che avevano di fronte erano morti o prigioni quasi tutti, e le loro navi o conquistale o sommerse. Poche battaglie di mare presentino un line più compiuto, una più terribile strage, un valore a tante prove più incrollabile e fermo.

Il corno destro obbediva, come dicemmo, a Giannandrea Doria abilissimo ed ardito ammiraglio, e che in occasione di tanta importanza dava tanta aspettazione di se. Ma con maraviglia di tutta' l'armala ei si tenne al largo, e durando la mischia si allargò vieppiù in alto, quasi spettatore e non parte della battaglia. Anzi espose ed abbandonò alla rabbia ottomana quindici galee della sua squadra, quasi distrutte da Uccialì che non rimase in forse dell'assalirle, e ridurle a mal punto con tutto il pondo del corno destro ; fra esse la capitana di Malta coi suoi cavalieri, una galea fiorentina detta la Fiorenza da dove in gran numero combattevano cavalieri di santo Stefano, ed un altra galea chiamata san Giovanni perdettero i più prodi e più distinti personaggi dell'esercito per quell'abbandono ; e sarebbero state prese o sommerse, se le grida della rimanente armata che pugnava alla destra ed al centro non avessero assordato l'aria coll'anuunzio della vittoria, e se nel punto stesso alcune galee non giungeano al soccorso. Uccialì trovando aperta l'ordinanza del Doria la trapassò e si mise in salvo con trenta galee mentre questi a corso lanciato accorreva a compire la strage e a dividere non i pericoli ma i frutti della vittoria; presso a poco come l'ammiraglio inglese alla battaglia di Navarino- Le scuse addotte da esso non valsero a purgarlo nè in faccia alle schiere nè in faccia al mondo.

Dei Turchi morirono ventimila , cinquemila furono prigioni, e con essi duecento vascelli; dodici mila schiavi cristiani andarono liberi ; e gli altri legni sommersi, se si eccettuano i pochi che fuggirono con Uccialì per l'inerzia del Doria. I cristiani però non risero, per aver pagato a carissimo prezzo la loro vittoria, poichè desiderarono tremila dei loro, uccisi i più al corno sinistro, e fra essi furono Ora

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