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uni zìa ». Aveva anco uno brieve, che gli traversava dalla sinistra spalla sotto l'ala destra del medesimo argomento che diceva « ad ritenuta decreta patrum subvertere gaudet ». Aveva nello scudo dipinta l'occasion crinita il fronte, e di dietro calva con le ali ai piedi con un bel presente in mano che ella offerita a chi se gli faceva incontro. Avevano i snoi nel guarnimento delle trombe dipinta una chimera mostruosa con due teste, che teneva per la vesta a terra una bella giovane vestila di un candidissimo zendado, e con fuoco che usciva dalle due bocche, si sforzava d'oscurare d'intorno l'aria, perchè la giovane non fosse veduta, ma al lato alla fanciulla vi era un vecchio con due grandissime ale da tergo, ed uno orologio da polve nella sinistra che con la mano destra aitava la giovane dal fumo della chimera, e per forza la portava in alto. Era quel d'i vestito tutto di una nuova foggia di velluto bianco peloso tempestato di macchie nere sicchè pareva del tulio simile alla pelle di una pantera. Del medesimo erano anco guarniti i suoi: aveva egli scritto nella lancia « mutemus clypeum et faciem oecultemus in armis, ne nobis redeunte Deo labor irritut obsit ». Aveva il Grasso nella sua lancia scritto « per non esser, s,ei vince , al fin percosso, meglio è mostrarsi amico e dargli addosso ». Avevano anco un bollettino che dalla spalla gli pendeva, il qual diceva « rapiamus amici occasionem de die ». Il Mantovano, come forestiere, non intendeva gli ordini di Vormazia, ma io ed in questo, e nel senso de'bollettini ottimamente lo soddisfeci, e poichè udito ebbi il modo che teneva il presidente nel valersi di quegli ordini, ed il frutto che ne cavava, intendo, disse egli, il rimanente. Queste sono persone fraudolenti, e per ciò vestono la pelle della pantera. L'occasione portano perche t'hanno conoscer bene, o condur l'acqua al loro molino, mentre le lor chimere tenevano a terra la fanciulla la quale non pnò essere altro che la verità, nia quel vecchione a lato che gli dà mano, altro non può essere che il tempo suo padre, dalle caligini ed oscurita loro presto la libererà, e porterà in alto, cioè alle orecchie di sua maestà, e qui vedremo rotti o squarciati i fogli fuggir l'occasione, e arrivargli addosso il meritato gastigo.

L ultimo campione passò con la visiera chiusa, ed 1 suoi scudieri avevano coperto il viso, sicchè non gli avrebbe alcun riconosciuti, ma perchè erano vestili da giovani, la qualità delle loro maschere piccole, non copriva bene Io barbone del Castaldo (1), onde l'occhio acuto de'curiosi ed interessati lo riconobbe al sicuro. Gli altri tre nelle ocli) Giambattista Castaldo o Castaldo era stato maestro di campo nella Fiandra sotto d. Ferrante: poi divenncgli emulo ed avversario. Gos. delle gest. Mil. p. 245.

correrne di comparire dinanzi ai giudici furono scoprirli, la favella spagnola, e qualche altro segno, scoperse il segretario Vargas. 11 l'iroVano, per quel che mi fu detto da persona che lo sentì, mentre che al campione poneva la lancia in resta, e gli raccordava i vantaggi, si conobbe al parlar milanese. Erano tutti vestiti di un broccato che si congiungeva nelle estremilà ron mani in fede pur di oro smaltate: aveva lo campione per cimiero una vampa di fuoco , e nello scudo dipinto una lancia con un motto, che diceva « Vasta che può sanar, quand'ella ha -pondo « era nell'orlo dello scudo scritto « servitium Domini, et populorum cura precantum, me rapii invitum duri in certamina marta ». Nella lancia d'uno de'suoi scudieri era scritto « cacciatemi tvgnor fuor della sella, questo che aggrava molto, e mal difende dal gallo ardito la mia patria bella ». Diceva quella del secondo « muoja di rabbia del governo privo, costui perchè io fuor deglHnsubri vivo. Quella del terzo « levisi questo tronco e un altro sorga, che al mio vago giardin più frutto porga » Qucsti ire motti furono quelli che fecero molto più palese che il primo fosse il duca di Savoja, il secondo il Castaldo, il terzo Vargas, e quasi mi pare che l'argomento di necessita conchiuda [1). Quella del Pirovano diceva « Farò benchè il tradir gran biasmo porte, quel che sento piacer alla gran Corte ». Di onde si fa conicttura che egli tradì il sig. d. Ferrando solo per farsi grato ai grandi della Corte che lo spingevano. Mi resta dirvi qualche

(i) Molto e lungamente dubitai chi fosse questo incognito venturicre a cui erano scudieri Carlo duca di Savoja , il Vargas,il Gastaldo, il Pirovano. Le note ed i caratteri che segna l'anonimo, sono 1. che egli fosse « di maggiore importanza « che i venturieri nominati 2. che avesse « molta confidenza nel valor suo • 3. che fosse un grande della corte di Carlo V. poichè dice che il Pirovano, uno degli scudieri dell'incognito, com'è detto, tradì d. Ferrante « per farsi grato ai grandi della corte che lo spingevano ». Ora fra gli emoli di d. Ferrante e grandi della corte nellistesso tempo non trovo che il duca d'Alba a cui questi caratteri si convengano. Egli accettissimo a Carlo V. in tanto che l'imperatore sperò » di poter far papa » il cardinale di Burgos zio del duca (Gos. delle Gest. MI. 1. IH): egli accettissimo ad. Filippo che accompagnò nel viaggio di Lombardia e d'Inghilterra, e però divenuto al sommo della potenza e temuto da tutti: più : egli era arrogante, altiero, prosontuoso e fidava grandissimamente al valor suo. Nè si dubita che fosse emulo di d. Ferrante, vagheggiando, come faceva il governo della Lombardia, nel quale in fatto gli succedette. Le quali cose non si adattano nè al Granvela, nè al Rny Gomez che erano gli altri grandi e favoriti principalissimi nella corte di Carlo e di Filippo.

giudicio. 11 Mantovano, di costoro; poiché gli ebbe un pezzo considerati, il campione disse, ingannalo dall'apparenza, ma più dalla confidenza che egli ha del valor suo. vuol in questa giostra mostrare che egli è mastro del gioco. La lancia che tu vedi dipinta nello scudo, è senza dubbio quella di Achille, perchè il molto ce lo mostra. la tuo conto, che voglia dire. Hatta eadem vobis vulnus, opemque feret-, e quella mano che avria piagato, ci vorrà ancor risanare. Il fuoco, dissi io, che egli ha per cimiero? rispose egli: vuol dir senza dubbio mostrare la sua integrità, perchè queir elemento solo corrompe e non è corrotto, scalda giova, e fa luce al mondo. Si per questo faccio io conjeltura che gli paja di esser benigno e dabbene: ed in fine vorrebbe, che il sig. d. Ferrando gli si gettasse «"piedi, che s'acquetarebbe, ma non gli succederà, perchè l'ardire del Signore non consente alcuna viltà.

S- IV.

La Giostra.

Mentre il Mantovano va tentone brancolando per lo scuro qualche membro della verità: ecco alto e terribil suono delle trombe che segno dà a'cavalieri di correre. Invitano i man leni lori, rispondono i venturieri, tremano i parziali, pendono dalle finestre le donne con pallide faccie o cuori palpitanti, e vengono in un tempo quinci e quindi ad incontrarsi, ma con dispari volontà: imperocché il sig. d. Ferrando, per mostrar che non stimava gli nemici, pose in resta le tre prime lancie, e segnò alle leste degli a\ versar) ; e poi levò la punla, e non volse far colpo. Gli furono dati tre grandissimi incontri dal castellano, dal gran cancelliere, e da Ybara, ma egli, come valoroso , mostrò di non gli prezzar un fico. Corse la quarta volta con il cavalier sconosciuto, che avea seco li quattro scudieri, con il quale non fece come con gli altri. Fate conto che fossero due folgori, che con impeto grande venissero ad incontrarsi, il signor d. Ferrando toccò lo sconosciuto cavaliere nella sommila dello scudo; ruppe la lancia in cento scheggie, e porlo via di nello quel cerchiello che ornava lo scudo e si pigliò per augurio, che gli sarebbe tolta parte della riputazione, né fece altro danno. 11 cavaliere sconosciuto tenne la mira più alta, e diede un colpo grandissimo al signore nel capo, sicché quasi lo stordì: andò la lancia in molli pezzi, uno de'quali toccò il capitano di giustizia che con troppo cuore seguiva il signore, e li squarciò le vesti, e rigò un poco la pelle, e non gli fece altro danno ; il ferro della lancia andò un pezzo discosto, ed uccise Lelio cancelliere del medesimo capitano, giovane di grandissima speranza. Lo colpo fu terribile ed ammirando, U signore accennò quasi di cadere, e molli clic erano al capo della lizza mostrarono di volerlo ajutare, e nondimeno si vide che facevano ogni cosa per tirarlo a terra. Quivi era la maggior parte del senato, ma più di ogni altro si sconciò il conte Gio. Fermo Trivulzio, il marchese di Soncino, e il presidente di qnell' ordine, nondimeno il signore rinfrancossi ed al loro dispetto si ritenne in sella. Corsero, mentre il signore respirava un poco, gli nitri suoi, e fu dato e ricevuto assai. Una gran botta ebbe nella testa il Fanzino, e per quel che intendo, stette un gran pezzo nel padiglione tramortito, sicchè il volgo lo tenne morto. Bellissimi colpi fecero il Bagno, ed il signor Giuliano, ma molto più bello fu quello, eIn" jeri sera ultimamente fece il sig. d. Ferrando, che adirato e pien di veneno, corse una lancia contro il gran cancelliere, ed avendolo colto nella visiera, lo levò netto di sella, e lo cacciò fuori di giostra. Fu detto che egli era morto, ed io che lo vidi portare a casa pallido ed esangue, credo che possi poco. Andò la lancia in molti pezzi, uno de'quali colse il fiscal Pecchio in una tempia . sicchè lo infelice morì subito. Le altre scheggie ruppero la testa a molti senatori, ed a qualcuno di quelli che portavano le lancie al presidente Grasso. Per il che e questi e quelli si vanno nascondendo, e credo che non ardiranno di comparir più. Aveva lasciato di dirvi l'importanza d'ogni cosa, trasportato dalla varia novità, che tuttavia emerge in questi spettacoli, ma voi mi avete per iscusato, se in ionio gran fascio di robba non vi ho bene ordinate tutte le cose a suo luogo.

Distributori doveano essere del premio li due commissari cesarei venuti in questo stato per sindacare ognuno, ma si videro da principio inchinar tanto in favor delti venturieri, che spesso per proprie passioni facevano maggiori i colpi delli venturieri, e si vedeva che mal volentieri notavano le botte che erano a favor del sig. d. Ferrando. Per ciò non senza causa fecero gli mantenitori delle loro passioni giusta querela alla Corte. Per il che sua maesta gli levò la potestà di giudicare e d.--.i- premio a che gli piaceva, ma solamente tengono conto de'colpi e delle proteste di ciascuno. E questo memoriale' si deve mandare alla Corte, ove deputati sono i distributori del premio, persone non sospette, e lontane da ogni passione. Un'altra volta vi scriverò il rimanente, perchè voi dovete essere stanco di leggere, ed io fuor di lena di scrivere.

Se l'anonimo attenesse veramente la sua promessa, vale a dire significasse in un altra scrittura la sentenza pronunciata dalla corte, ed i premi che ebbero i vincitori, e il disdoro che incontrarono i perdenti, non so dire: il ms. dell'archivio Caetani finisce nelle parole recitate. So bensì dalla storia che Giovanni de Luna, dichiarata la innocenza di d. Ferrante, si ritrasse in Francia, ove morì miseramente sprezzato da tutti, e che 1' Vbarra perdette la carica di pagator generale.

PAOLO MAZIO

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ARCHEOLOGIA

DECADI EPIGRAFICHE DEL MARCH. GIUSEPPE MELCHIORRE PRESIDENTI
DEL MUSEO CAPITOLINO, SOCIO ORDINARIO E CENSORE DELLA
ROMANA ACCADEMIA DI ARCHEOLOGIA, EC. EC. EC.

Decade Seconda
Num. II.

L . APENTEIO
L . F . ZMARAGDO . AROM
AT . QVI . VASCVL . DVLCIAR
CCC . IT . HS . LX . TESTAR!
REL . C . STATILIO . PRAGO
5 ÀROMAT . GENERO . SVO . VT
AEGR . INOP . COL . FEL . LOR.
PHARM . ET . MVLS . S . PR.
EROG . PLEBS . VRBANA . LOR.
V . BENIGNISS . B . M.
10 F . L . D . D . D .

Proviene questa lapide dal territorio dì Ceri. Un gagliardo vento che imperversò la notte dell' 8. decembre 1825. avendo compiuta la demolizione di una piccola casa rurale posta nella vigna di un Ubaldo Mantovani, venne a scopirci che la parte interiore di uno dei muri era formata di un gran cippo con lettere. L'avv. Teofilo Betti che ivi in Ceri dimorava, ne trasse esatta copia , e me la communicò pochi giorni dopo , ed io ne feci tesoro per le mie schede.

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