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Oltre i libri XI di lettere storiche e famigliari del Graziano, in questo Vili volume si trova la storia di certo Despota della Valacchia e di un fratel suo, scritta pure latinamente dall'istesso vescovo amerino e compresa in IV libri: egli è questo un documento curioso ed importante, sì perchè contiene la narrazione de' successi prosperevoli e della miseranda fine di un oscuro navicellaio divenuto guerriero, creduto nipote e congiunto a vari principi della Grecia, e con la scaltrezza dell'animo e col valor della mano arrivato alla signoria, si perchè non si legge in altri scrittori alcuna traccia o memoria di cosiffatto avvenimento, neppure negli annali politici di Stanislao Sarnicio. Tra gli ottimati greci che il 1534, avendo seguite le parti di Carlo V nella guerra di Morea, esularono dalla patria e si ritrassero nelle Fiandre, era certo Nicolò Eraclide i cui maggiori avevano regnato nelle isole di Samo e di Paro. Aveva costui nella »ua famiglia un giovane di Candia, Giovanni nato fra le brutture della plebe, ma scaltro ed accorto, niente meno che l'Alete del Tasso, ornato di pieghevole ingegno, facile parlatore in varie lingue; il quale si era conciliata in tanto la benevoglienza del suo signore, che questi più come figliuolo e consigliere il riguardava che come stranio e suggetto: anzi molti Belgi e forastieri o troppo creduli o poco solleciti di investigare il vero, tenevano Giovanni congiunto all'Eraclide con nodo di parentela. Muore l'Eraclide, e Giovanni profittando della pubblica credulità si dichiara congiunto di lui e con una larga promessa di retribuzione induce i famigliari a mentire. Che più? alquanti anni dopo, quando Carlo V fastidito di tutte cose e poco sano di mente dimorava nella solitudine di s. Giusto, ottiene da lui un diploma con che è dichiarato nipote al defunto Eraclide ed erede de' costui dritti al principato di Samo e di Paro. L'artificiosa impostura autenticata dal diploma di Cesare partorì da principio lietissimi frutti al venturiere di Candia: il quale viaggiò la Germania, la Danimarca, la Polonia ed ebbe in tutte le corti del settentrione onori e donativi, spesato con regia magnificenza e tenuto parente e legittimo successore del Despota (1). In Vilna ove dimorò lunga pezza ospitato prima da Nicola Radzivill palatino, poi dal re Sigismondo, seppe che Alessandro più presto tiranno che vaivoda di Valacchia era consanguineo agli Eraclidi il cui nome egli aveva usurpato: senza indugio si presenta al detto Alessandro, e scaltro com'era si procaccia la grazia di lui e de' Valacchl. In breve, accertato della benevoglienza di quella gente che più non poteva comportare la tirannide di Alessandro, la commuove a ribellione, e con l'aiuto delle milizie ungheresi a lui mandate dal re Massimiliano (2) caccia in fuga il principe abominato e da' suoi Valacchl è salutato vaivoda. Governò qualche tempo la Valacchia, sposò la figliuola di Martino Sborowski castellano di Cracovia, si alleò con la Polonia, ottenne il favore di Solimano a cui quelle provincie come pure le confinanti, erano tributarie: ma poi abusando il potere nè gratificando a' suoi benefattori fu spogliato del reame e della vita. Questa è la sequela de' fatti narrati o più presto dipinti nella sua storia dal Graziano: tanta e la evidenza e la proprietà dello stile.

Succedono Vili lettere storiche di Antonio Galateo e III vite di vicerè napolitani scritte da Giulio Cesare Capaccio. Il codice vaticano nel quale si comprendono le scritture va

U) Nel mezzo tempo i Greci chiamarono Attirsrxi i re minori, riservando il nome di B«;i/Ìeu; al solo imperatore di Costantinopoli. Secondo Giovanni Lascaris due erano i despoti nella Grecia. Tono di Morea o Apia, l'altro di Acarnania : fuori Grecia uno, quello di Servia. Ai quali si può aggiungere il principe di Samo e di l'aro che per testimonianza del Graziano era pure chiamato.despota. V. la dissert. del Lascaris al cardinale d' Aragona de nomine ac dignitate despotae.

(2) Figliuolo di Ferdinando imperatore, e gia dichiarato re <1* Ungheria.

rie del Galateo, è somigliantissimo, come osserva il Mai, a quello che possedette Bernardo Bonifacio marchese d'Oria: e sembra autografo sì per la forma dei caratteri propria del secolo XV in cui visse il Galateo, e si per il titolo « epistolae nostrae » che si legge nella coperta di detto codice. La prima lettera a Ferdinando il cattolico è gratulatoria e riguarda la impresa di Tripoli che il 1510 occuparono le genti di Spagna: la seconda è diretta a Ferdinando figliuolo di Federico IH e duca di Calabria, la terza a Bona figliuola di Galeazzo Sforza e di Isabella aragonese, la quarta a Belisario Aquaviva marchese di Nerito o Nardo, la quinta al conte di Potenza e discorre de' guerreschi apprestamenti che facevano i Turchi contro la Calabria; la sesta che s'intitola a certo Crisostomo, descrive la sfida de' tredici: contiene la settima le lodi di Prospero Colonna e di Ettore Ferramosca: nella ottava si narra il duello di un cavalier veterano di Suessa e di un giovane di Maddalona novellamente iscritto alla milizia.

Giulio Cesare Capaccio giureconsulto napolitano fu chiamato da Francesco Maria II della Bovcre alla sua corte affinchè nella politica e nelle lettere ammaestrasse il figliuol suo, e quivi, come narra Lorenzo Crasso, descrisse la vita de' viceré napolitani. Nel codice vaticano che provenne dalla libreria de' duchi d'Urbino, si comprendono le vite di XIII viceré, e sono Consalvo il gran capitano, Baimondo di Cardona, Filiberto d'Orangcs, Pompeo Colonna cardinale, Pietro di Toledo, Ferdinando di Toledo duca d'Alba, Antonio Perenol di Granvela, Pietro Giron il vecchio, Enrico Gusman conte di Olivares, Ferdinando Buiz di Castro, Francesco di Castro, Gianalfonso Pimenlel conte di Benevento, Pietro di Castro: delle quali solo tre consegna il Mai alla pubblica luce, di Consalvo, del Cardona e del Giron, le prime due per la scienza militare delle persone, la terza per il tumulto delle plebi napolitano originato dalla carestia che soprarrivò nel viccregno del Giron, affinchè questa narrazione ninistri salutevole esempio a' governanti (1).

Vorrei considerare a parte a parte le dette epistole del Galateo e le vite del Capaccio: ma poichè i confini del nostro giornale non mi consentono di allargare la descrizione delle molte e diverse opere che si comprendono nello Spicilegium, mi piace almeno di pesare la importanza di due documenti, vale a dire della sesta lettera e della vita del primo vicerè, l'ima e l'altra delle quali scritture contiene la narrazione della sfida de' xui. italiani e francesi presso esilarala. Comincio dall'osservare che il Galatèo non solo era contemporaneo a quella sfida, ma vicinissimo al luogo ove fu combattuta, e la descrisse quando erano sanguinanti ancora le ferite e vivo il disdoro de' francesi: perchè la lettera porta la data di Bari e del giorno ultimo di febraro 1503 : secondamente che riluce nel tenore di sua narrazione amore di verità, perchè dichiara di non sapere tutti i particolari della sfida, ma sì accerta che verissimo era quel tanto che aveva narrato : rem omnem non perdidici: hoc in snmma veruni est: merita adunque interissima fede. Ultimamente osserverò che questa lettera è inedita: certo non si trova nelle varie edizioni italiane ed elvetiche del Galatèo: nè il Toppi nella biblioteca napolitana, nè il Nicodemi che vi fece parecchie giunte, parlano delle costui lettere: Bernardino Tafuri aveva notizia di essa ma certo non la consegnò alla pubblica luce: perchè Lorenzo Giustiniano che fiori dopo il Tafuri e vide il suo catalogo degli scrittori napolitani, nella biblioteca storica e topografica del regno di Napoli recita sotto il vocabolo Andria tutte le opere a stampa nelle quali si descrive la sfida de'xiu, e tace al tutto di questa lettera del Galatèo.

'i j II ea narratici) come avverte il Mai, civilibus magistratibus salutari exemplo sit.

La quale riferisce a parte a parte il discorso che Inigo Lopez ( il Galatèo latinamente lo chiama Enicus Lupus, il Giovio Indicus Lopes ) fece a mensa in difesa degli italiani che il La Motte aveva accusato di perfidia e di viltà, e le belle parole con che il gran capitano e Prospero Colonna a cui era stata assegnata la coscrizione de' xm. italiani, infiammarono i già eletti alla sfida. Vi è delto che de'nostri non fu ferito veruno, tranne un solo che toccò una ferita leggiera : e che Giovanni Capocci romano, barcollando il suo cavallo per un colpo di clava avuto nel sommo della testa, scese a terra animosamente ed impugnata la picca cominciò a percuotere i cavalli degli avversar) alle spalle : ed uno caduto in terra uccise, un altro cacciò di posto. Degli italiani non vi si nomina che Ettore Ferramosca, Bracalone romano e il detto Capocci: de' francesi nessuno.

Di molto minore importanza è il racconto dell'istessa sfida che il Capaccio tesse nella vita del gran Capitano. Fiori, come è noto, il giureconsulto napolitano i.xxx anni o in quel torno dopo il memorabile combattimento, e compilò la sua narrazione da quella del Giovio e dalla parafrasi che Sertorio Quattromani fece della Consalviade, informe poema del Cantalicio: perchè, a darne una o due prove, si trova presso il Quattromani il nome di Abinatole che altri dicono da Teano, altri da Capua, e di Mariano d'Alberghetti, e similmente il Capaccio nomina Abenavolum quem vel capuanum vel theanensem dixerunt e Marianum Alberghettum ; e sì il Giovio sì il Capaccio ricordano un Mejales Etruria oriundus o vero etruscus. Adunque si dee tanta fede al Capaccio quanta al letterato di Cosenza ed al vescovo di Nocera. — E poichè la serie delle cose mi ha tratto a parlare di una materia cosi piacevole qual'è la sfida de' Xiii. documento irrecusabile del valore italiano e della francese millanteria, voglio spendere alcune parole intorno

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