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ad una controversia che intimamente si rannoda con la storia di detta sfida. È certo che Trojano Marmile prode guerriero napolitano che combattè in terra d'Otranto contro i Turchi, e presso il ponte del Garigliano e alla Ccriguola e nella presa di Ruvo contro le milizie di Francia, fu uno de' xm italiani che sfidarono i francesi a Quarata, perchè nella iscrizione scolpita su la tomba del Sformile nella chiesa de'ss. Severino e Sosio in Napoli, si legge « Hic interpidus (1) tir fuit inius ex trexdecim (2) italis equitibus qui cinti totidem hostibus de suarum nationum dignitate contendente» hi omnes illorum omnium valde viriliter dimicando fuere victores ». Nè può alcuno rifiutare la testimonianza di questa iscrizione si perchè fu scolpita nel marmo per cura di Francesco Mormile duca di Campochiaro, e dalla morte di Trojano al 1630 quando fu consegnata al monumento la detta iscrizione, corrono anni Lxxxi e in questo mezzo non si potè corrompere o falsare la tradizione di famiglia, sì perchè avendo l'Imbriani esaminata questa leggenda funerale di cui poco sopra ho riportato un solo brano, la trovò veritiera in tutt'altro e conforme alle storie, anzi alcuna volta più pesata di esse. E poi si aggiunge la testimonianza di Filiberto Campanile il quale nel libro farmi de' Nobili stampato il 1610 vale a dire xx. anni prima che si alzasse il monumento e s'incidesse la iscrizione a Trojano Mormile, apertamente dice: « Trojano fu un di quei 13 soldati a cui rimase la vittoria dei francesi ». D'altra parte è certo che niuno degli scrittori contemporanei, niuno degli antichi o de'moderni che narrarono o in qualunque modo rammemorarono la sfida di Quarata, tranne il Campanile, recita il nome di Trojano nel catalogo di xm italiani. Bisogna dunque scoprire, se pur è possibile, traccia del costui nome nelle leggende dif

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(1) Errore del lapidicida.

(2) Altro errore del lapidicida.

ferentissime che abbiamo, de' xm. essendo certo che i nomi ed i titoli de'cavalieri furono stranamente guastati quando dalla negligenza de'copiatori, quando dalla imperizia degli storici ; e questo è il subbictto principalissimo di una erudita lettera dell' Imbriani intorno a Trojano Mormile. Fra le varie liste de' nomi egli scelse per questa investigazione quella del Guicciardino, e nel Miale da Troja memorato dallo scrittor fiorentino credette che si nascondesse con più leggier guasto il nome di Trojano Mormile. Certo da Troia equivale a Trojano, quantunque il Guicciardino prendesse quello che era proprio nome del cavaliere, per un aggiunto significativo della patria : nè da Mormile a Miale è duro o difficile il passaggio : poichè i latinanti dissero per ventura Mormaealis, da cui mano mano Moealis per breviatura, ultimamente Mealis o Moelis. Ma varie obbiezioni combattono o infermano almeno la ingegnosa sentenza. Già Mambrino Roseo, il Giovio, il Quatromani, il Capaccio fanno questo Meale toscano o di Toscana originario ; e per tacere degli altri, il Giovio contemporaneo nella vita di Consalvo ove descrive la sfida de' xm, merita maggior fede che nelle storie : e poi l'anonimo chiunque egli fosse testimone oculare ed autore della storia sincrona del combattimento dei tredici scrive Meale o Mode di Paliano, e v'aggiunge Tesi che sembra un cognome. Antivide l'Imbriani le obbiezioni, e a menomarne la forza argomentò che nelle varie liste manoscritte che ebbero avanti gli occhi i narratori contemporanei della sfida, fosse cifera o breviatura e che esempigrazia vi si leggesse Mie, o Mie. T. P. o Mie T. in vece di Meale, o di Meale Trojano partenopeo, o di Mcale Trojano e che fosse interpretato Mcale Tesipalianese o di Paliano feudo dei Colonna, o Meale toscano. Ma questa sagace osservazione se basta a spiegare perchè il Giovio e quegli altri dicessero toscano il nostro Meale, non basta a chiarire anzi neppure a fondar conghiettura o ad ingerire sospetto del perchè l'anonimo il dicesse nato in Paliano.Egli non ebbe bisogno di liste, di relazioni o di leggende: vide con gli occhi propri la sfida e conobbe meglio di qualunque altro i nomi, i titoli, le qualità de'cavalicri. Nè già nella sua storia sincrona messa a stampa si legge alcuna breviatura come si usava fare ne' principi dell'arte tipografica quando ponevasi pkia in vece di philosophia, e scia in vece di scientia: perchè nella edizione principe del 1503 vale a dire contemporanea alla sfida, e fatta certo sotto gli occhi dell'autore, ricordata dal Giustiniano e dall'Imbriani ignorata, e nella seconda edizione del 1633 che sono le più antiche, si legge alla distesa Moek Tesi da Paliano.Sc dunque l'anonimo saputamente fece palianese il nostro Meale o Moelc, parrebbe che Moele da Paliano non potesse credersi una stessa persona con Trojano Mormilc napolitano. Adunque non è ancora definita la questione: ed io vorrei che a sgroppar questo nodo intendesse qucll'istesso che col suo romanzo ravvivò la memoria de'xm quasi estinta fra noi o certamente oscurata per la inerzia del tempo, Massimo d'Azeglio, o l'egregio nostro collaboratore Giuseppe Melchiorri che il 1836 applicò l'animo a chiarire e coordinare la storia dell' insigne combattimento.

Altri documenti di minor mole videro la pubblica luce nello Spicilegium del dottissimo cardinale, ma più a fine di mostrare le ricchezze de' codici vaticani che di saziare il desiderio degli eruditi.

Un codice del xn secolo che apparteneva al monastero di s. Nazario presso il fiume Reno, contiene moltissime lettere scritte principalmente nel tempo di Enrico III imperatore e de' figliuoli suoi Corrado ed Enrico: la cui forma e il dettato somiglia a quelle che l'Eccard pubblicò dal codice di Utdarico di Bamberga. In queste lettere come nulle eccar diane si legge il più spesso la sola iniziale del nome di coloro che le dettarono, e di coloro a'quali sono indirette, vescovi la maggior parte, chierici, abbati: il che potrebbe generare stravagantissime equivocazioni, se la storia delle cose germaniche e la esamina de'tempi e de'fatti che si trovano registrati in queste lettere, non desse bastante lume a'lettori. E cosiffatta consuetudine ho io osservata pure in qualche documento di italiana origine come nella lettera di Ubertino da Canosa podestà di Padova ad Enrico signore della Carinzia, pubblicata dal Yerci (1), nella quale il nome del principe viene espresso con la sola iniziale « Serenissimo principi et domino suo domino H. ». Di queste lettere che il Mai chiama theutonicae, solo V. ne pubblica nel quinto volume, importanti quale per la dignità della persona in cui s'intitola, quale per le notizie che somministra, tutte per la loro antichità : ricordo quella di Umberto monaco a Gisela moglie di Corrado nella quale supplica la piissima imperatrice per la restituzioue di xv. mansi (2) o poderi che i famigliari del conte Giselberdo de Hinguich avevano usurpato al monasterio di s. Willibrordo.

Nel secondo volume sono vi. lettere di Girolamo Aleandro che succedette a Zenobio Acciajoli nella prefettura della libreria vaticana : la quinta scritta a Guglielmo Heiickenvoer contiene un bello elogio del cardinale di Tortosa (3) che poco prima era stato assunto al pontificato. Ancora ncll' istesso volume si leggono alquanti brani di una storia di scrittore greco ed innominato ma vissuto certamente a'tempi del gran Giustiniano, che il Mai ritrovò in un palinsesto del monasterio antichissimo di Grottaferrata. Quattro sono i brani di questa storia: nel primo si descrive la guerra che Giuliano apostata mosse a'Persiani e vi si legge un ricordo de' prodigi avvenuti nel cavare i fondala] Tratl. delle monete di Padova.

(2) Manttu, mansum, manta (da eni massa, vocabolo usilatissimo da Anastasio bibliotecario], si diceva il podere o quella parte di podere in cui era situata la casa del contadino, mansuarius.

(3) Adriano VI.

menti del tempio di Gerusalemme: nel secondo si narra l'esiglio di s. Giovanni Crisostomo : si racconta nel terzo il duello di Ardazanc persiano e di Areobindo goto ed alleato de'Greci con che fu definita la guerra tra re Blasi e Teodosio il giovane imperatore : discorre il quarto delle preclare azioni di Giustiniano. Osserva il dottissimo cardinale chela detta storia fu dirubata in più capi da Giovanni Malala, quale era uso de'greci nel mezzo tempo le cui cronache sono un latrocinio perpetuo o veramente un compendio delle storie più antiche.

PAOLO MAZIO

DELLA GUERRA DI CIPRO E DELLA BATTAGLIA DI LEPANTO, DOCUMENTI TRATTI DAGLI ARCHIVI COLONNA E CAETANI.

Alla scrittura pubblicata nel passato quaderno, seguita immediatamente nel codice colonnesc un'altra che si annunzia come risposta di Marcantonio Colonna alla precedente: e bene dal contesto s'argomenta che dovesse esser dettata veramente da lui. È osservabile come egli non voglia direttamente rispondere,ma usi la terza persona;cosi tenendosi parco nelle parole e contentandosi di confutare coi fatti le inesatte osservazioni del Doria, sulle flotte confederate, e sull'armata turca. Pare che il Doria desse molta pubblicità al suo manifesto e che il Colonna fosse in qualche maniera astretto a rispondere per sua giustificazione. Pubblicheremo alla sua volta la Fede di Sforza Pallavicino e del provveditore Giacomo Celso intorno alle parole occorse fra i due ammiragli; che servirà a meglio illustrar la materia.

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