Immagini della pagina
PDF
ePub

le sue le ispirazioni del poeta, e non accomoda alla poesia gli accordi e le armonie ; ma è il poeta che fabbrica e compassa i recitativi, le arie, le cacatine, i rondò a seconda del gusto del maestro. Il quale oggi vuol veder sempre uccisioni, per colpire con un effetto strepitoso lo spettatore, e porta talvolta le sue esigenze ad un segno che prescrive perfino al verseggiatore le qualità delle morti. Vuol egli, verbigrazia, per dilettar l'uditorio fargli sentire l'armonia imitativa di un prolungato orgasmo di morte? Ingiungerà al poeta di avvelenare il tenore ( dico tenore perchè generalmente i maestri non s'occupano molto della vita interna del dramma e dei nomi dei personaggi ), il quale morirà dimenandosi e contorcendosi, cantando e strillando note interrotte, che delizieranno a meraviglia il teatro. Vorrà far pompa di una marcia funebre? Ed ecco l'autore del libretto in soccorso, col far traversar sulla scena il basso sul feretro, ovvero la prima donna assoluta, sul sepolcro della quale imploreranno pace le più ingenue fanciulle. Ma è pur vero però che più generalmente è il carnefice che vediamo sulla scena con la scure alzata. Vituperio non tanto di insensati scrittori e di stolti maestri, ma di coloro che nelle platee non solo non ributtano sdegnosamente tante dissennatezze, ma anzi se ne beano, e con plausi clamorosi mostrano tanto spesso di avere smarrito il buon senno! Con ciò starà benissimo che Metastasio negletto, non sia tenuto modello di imitazione per la diversità dei tempi. La sua lingua cosi armoniosa non è più italiana, l'ispirazione della sua poesia non può esaltare più l'anima, le sublimi le generose passioni sono rimaste senza valore, ed il cuore degli italiani ha mutato tempera! Ecco i nostri scrittori di drammi musicali, o di tragedie liriche, per usare i loro vocaboli. Miserabili che mai non fur vivi!

Ma ciò non è tutto. Non contenti di aver esiliato dalle scene lingua, poesia, affetti, morale, hanno ancor rinnovato la condotta drammatica. Queste tragedie liriche le troverete divise in quattro atti spessissimo, e la semplicità ed unità tanto raccomandate da Orazio, voi le cercherete invano, trattandosi di cose antiquate. Io non intendo dire dell' unità di tempo e di luogo; perchè anche senza quelle unità malamente limitate dai cosi delti seguaci del classicismo, la composizione può esser semplice ed una. Voglio dire della unità del concetto e dell' azione, tanto indegnamente bandita da simili moderne composizioni. Per non essere però male inteso dirò prima poche parole sulla unità di tempo e di luogo.

La questione delle due unità per chi segue i dettami della ragione si può considerar come sciolta e vinta contro coloro clic volevano circoscrivere lo sviluppament o di un dramma in un luogo solo, e nel giro di un giorno. Adducevano essi 1. un luogo di Aristotile che assegna tal canone. 2. l'esempio del teatro greco proposto come perfetto modello di imitazione. 3. la vcrisimiglianza; la quale sarebbe tradita se lo spettatore vedesse in due ore fuggir giorni ed anni, e senza essersi mosso, si trovasse trasportato in luoghi diversi, e lontani. Ma per altra parte hanno trionfantemente risposto 1. che il citato luogo di Aristotile non contiene un precetto ma solo la notizia di un fatto. 2. Che se anche fosse una regola, l'autorità non val contro la ragione; e che per conseguenza perderebbe anche valore l'esempio del teatro greco. 3. Che i tragici greci non hanno mai circoscritto se stessi entro i limiti assegnati da coloro che senza conoscerli se ne vogliono malamente fare uno scudo: e ne addussero esempi non pochi. 4. Che la verisimiglianza non è punto tradita ; perchè se è vero che lo spettatore sta solamente due o tre ore in teatro e sente di non essersi mosso di luogo, non vi sta però egli come parte dell' azione, ma è una mcute estrinseca che la contempla. La vcrisimiglianza , come fu osservato benissimo, non deve nascere in lui dai rapporti deiT azione col suo modo attuale di essere, ma dai rapporti che le varie parti delV azione hanno fra di loro. Quando si considera che lo spettatore è fuori delV azione, V argomento in favore delle unità svanisce.

Intorno alla seconda risposta niuno vorrà dubitar del principio, cioè che la ragione valga meglio dell' autorità ; e niuno potrà certo provare giammai che la critica e l' arte costringano un' azione anzi tutte le azioni drammatiche di qualunque argomento allo svolgimento e alla catastrofe in 24 ore e in un sito solo , mentre è anzi facilissimo che lo sviluppament o di un fatto dimandi più giorni e luoghi diversi per conservare la verisimiglianza. Se è vero che lo spettatore è fuor dell' azione, se è vero che ha dritto di esaminare ciò che avviene innanzi di lui, vedrà egli subito essere impossibile il più delle volte che si compiano in un giorno tutti gli avvenimenti che conducono alla catastrofe messagli innanzi. E se nelle stesse ventiquattrore non si può salvare il preteso verisimile, poichè l' uditorio vedrà farsi giorno e notte con aperta ripugnanza del tempo che spende in teatro, a che non vorrà meglio adempirsi al vero col far consumare all' azione lo spazio che secondo l'indole degli avvenimenti domanda? Io non dirò degli inconvenienti che quasi sempre risultano dalle due unità, perchè messi innanzi da altri e confessati dai critici medesimi : e non farò tante altre osservazioni tutte proprie della controversia, perchè sarebbe un ripetere il già detto da altri e trattenere indiscretamente i leggitori di questo giornale su cose conosciute troppo. Dico però che lo strigarsi da un canone oltremisura severo, e che irragionevolmente avviluppava la libertà degli ingegni non fa scusa all' opposto estremo nel quale si sono slanciati i seguitatori della nuova scuola, smoderati per la lunghezza del tempo e per lo slegamento dell'azione. Rimetto dunque chi ne avesse voglia al ragionamento che sul proposito dettò Alessandro Manzoni (1).

(i) Lettre de M. Manzoni a M. C. sur l'unite de lenir* et de lieu dans la tragedie.

I drammi moderni pero non solo hanno ecceduto ed abusato nel farsi seguitatori della nuova e più estesa dottrina , ma rompendo ogni freno e studiandosi ad evitare la bandita unità anche dove la ragione dell'argomento lo avesse richiesto, misero in non cale il legame che le diverse parti congiunge ed ebber per nulla ogni canone che l' arte o il buon gusto sapesse suggerire.

Che il teatro musicale italiano sia a questo punto, e che prometta di durare ancora qual' è, se non s'ha a temer peggio, ne abbiamo recentissimi esempi negli ultimi drammi Urici messi in musica dal maestro Giuseppe Verdi, il quale tanta fama ha sparso di sè con quelle tre recenti composizioni che sono il Nabucco, i Lombardi alla prima crociata, e l' Emani.

Quest'ultima poesia fu (1) dettata dal signor Francesco Maria Piave il quale trasse l'argomento dal teatro francese e da tale autore che suol dipingere gli italiani sulle scene in foggia di assassini, di masnadieri, di scellerati. Modello è dunque degno che uno scrittore italiano che ama la patria lo imiti, riproducendone le stranezze e le assurdità nel bel paese ! Ma vediamo il concetto e la disposizione di questo dramma. Un Ernani bandito e profugo nelle montagne dell' Aragona, presso d' amore ( non si sa come o in quale occasione ) per Elvira, nepote di don Ruy Gomez de Silva, barone e grande di Spagna , saputo che la sua amante era costretta a dar la mano e la fede al nominato zio, propone ai banditi e assassini di cui era compagno di rapirla, e quelli generosi esultano alla proposta e son pronti. Si cambia scena e siamo nelle camere di Elvira nel castello di Silva a notte inoltrata. Ella s' augura che Ernani l'involi all' abborrito amplesso, mentre una turba di ancelle le recano i doni nuzia

(i) Emani, dramma lirico in quattro parti di Francesco Maria Piave posto in musica da Giuseppe Verdi, da rappresentarsi nel teatro Argentina in Roma la primavera del 1844 - Milano 1844 - Ricordi.

li. Ma ecco che arriva (d'onde e come non si sà) don'Carlo re di Spagna, senza che alcuno se ne sia avveduto, nelle camere di Elvira, e prega ln nutrice di lei che glie la conduca innanzi, ed in un punto Elvira è li. Senza tante premesse si dichiara suo amante; ella nol crede; poi comunque ricusa; il re vuol rapirla con la forza .... se non che esce fuori da un uscio secreto Ernani, che fatto un salto dalle montagne d' Aragona non solamente e entrato senza guida od intoppi nel castello, ma si è appiattato in un' andito occulto nelle camere della sua cara, e si è proprio incontrato con Carlo in quel momento. Si scambiano insulti, fmchè giunge il vecchio Silva che trova questo gruppo tuti' all'improvviso: non conosce i due traditori, li minaccia di vendetta e di morte .... ma un paggio annunzia lo scudiero reale il quale entrando, come se a tutto fosse stato presente, dice che sol fedeli ate e omaggio al re si aspetta, accennando Carlo. Confusione generale. Quindi il re perdona, notate bene, Silva ed Ernani: e dice al primo qualche parola perchè non gli si mostri avverso nella prossima elezione del successore all' augusto suo avo. Ernani è salvo e parte.

Nel second' atto siamo ancora nel castello di Silva , il quale in mezzo alla esultanza dei suoi è sul punto di dare la mano ad Elvira. Giunge un pellegrino, il quale vedendo entrare la sposa, si scopre per Ernani , ed offre la sua vita in dono di nozze, dicendo di essere inseguito da mille guerrieri. Pure Silva gli promette ospitalità e sicurezza, ordinando di più che s'armino le torri del castello che secondo il poeta, stavano per l'ordinario disarmate. Silva s' allontana per poco, i due amanti si dicono parole di rimprovero, e in un momento sono d'accordo, mentre Silva rientrando subito li trova abbracciati, e si scaglia con un pugnale fra loro. Interrompe il tutto uno scudiero che annunzia l' arrivo del re con un drappello; Ernani vuol essere ucciso, ma Silva ricusa e serbandogli più tre

« IndietroContinua »