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menda vendetta, lo cela in un nascondiglio. Entra il re che si lamenta di trovare armato il castello ( cosa fatta in cinque minuti ) e chiede Ernani; Silva sdegna di darlo in sue mani; il re grida; lo fa cercare invano dai suoi ; viene Elvira e prega; il re mette a scelta al suo vassallo il cedergli Ernani o Elvira, la quale per la fermezza del veglio parte con Carlo. Esce dal suo nascondiglio Ernani, invitato a battersi da Silva: il giovane si niega , in riguardo alla differenza degli anni, e si contenta che senza difesa l'uccida, ma prima gli domanda di rivedere una volta Elvira, e sente con sorpresa esser partita col re, del quale svela allora l'amore verso la fanciulla. Silva freme, vuol vendetta, Ernani gli si offre compagno, promettendo di farsi poi uccidere da lui, e ne stringono il contratto in questo modo. Erinni dà un corno a Silva e gli dice e gli giura che all'udire il suono di quello si ammazzerà! Partono tulti e vanno ad armarsi a vendicarsi.

Ma non crediate mica che la loro vendetta sia generosa, e che si slancino di fronte a ritogliere al rapitore la preda; perchè noi nell' atto terzo ritroviamo costoro assai lontani, cioè nei sotterranei sepolcrali che rinserrano la tomba di Carlo Magno in Aquisgrana, e pronti a levar Carlo di vita col tradimento, non per causa di Elvira di cui più non si parla, ma perchè aspira all'impero. Traggono a sorte avidamente cui tocchi la bella impresa, ed Ernani è il favorito. Ma Carlo li avea scoperti, prevenuti e preceduti in quelle grotte, e tenendo la chiave del sepolcro di Carlo Magno vi si era nascosto dentro, mentre di sopra gli elettori destinavano il successore all'impero (1). Aveva ingiunto di più al suo scudiero, che se la scelta avveniva secondo il suo desiderio, ne avesse fatto segno con tre colpi di cannone. S'odo

(1) Non in Aquisgrana, ma a Francfort Carlo V. fu clello successore a Massimiliano- Gcrmanicarum rerum scriplorci ete-Anoviac 1611 tom. IIIl«g. i58.

il segno concertato, Carlo apre la porta dell' avello, i congiurati rimangono come smemorati, mentre dall'ingresso che sta in fondo scendono in grotta sei elettori, gentiluomini, dame, ed Elvira^a presentare sopra cuscini di velluto scettro, corona ed insegne imperiali al nuovo imperatore; seguiti di più dai soldati e dalle bandiere dell'impero (1). Carlo fa dividere il volgo dei congiurati dai baroni ai quali promette la scure, riservando solamente la prigionia alla plebe. Ma Emani volendo morire si scopre per don Giovanni d'Aragona, duca di Segorbia e Cardona. Ecco però il solito soccorso, Elvira, la quale si gitta a piedi di Carlo per il perdono: esita egli, poi fissando l'avello di Carlo Magno, e volendo farsene imitatore, perdona tutti, guida Elvira fra le braccia del nuovo don Giovanni, e dice loro che sieno sposi. Tutti plaudono, ed Ernani dimentico del corno dato a Silva è nella massima gioia.

Ma d. Silva non fece nulla, perchè nell'atto quarto son tutti in vita ed hanno compito un lungo viaggio; e noi siamo a Saragozza nel palagio di d. Giovanni ed in mezzo alle feste più liete, disturbate però sul più bello da un ingrato suono di corno e dalla presenza di Silva, il quale inesorabile ad ogni preghiera domanda ad Ernani l'adempimento della promessa, presentandogli un veleno e un pugnale, col quale alla fine s'uccide fra la disperazione d' Elvira e la gioia di Silva il quale conchiude 1t Della vendetta il demone, qui venga ad esultar ».

Se unità, se arte, se passione, se morale faccia il pregio del dramma di cui ho svolto la tela, ciascuno, senza

(i) Carlo troravasi in Ispagna e presso Barcellona, quando a-venne la ■ua elezione della quale ebbe annunzio solenne da una legazione a lui mandala dagli elettori, e composta del principe Federico conte palatino del Reno e duca di Baviera, Paolo de ArnisdorIT cavaliere della milizia aurata, e Bernardo Wurmscr giureconsulto. Ho voluto ricordar ciò percho si vegga che il poeta non ebbe dalla storia legami a far ciò che fece.

che io il dica, lo vede, ed a me parrebbe offender troppo il buon senso dei leggitori se mi affaticassi in una dimostrazione. La poesia va d' un passo ed è degna del dramma; chi nol crede legga una pagina aprendo il libro ove vuole. Non dissimulerò che ho sentito due scuse di quelle tante stranezze, cioè che l' autore intese a dipingere la fermezza spagnola, e mettere sugli occhi del popolo il valore di un giuramento. Ma la fermezza si può dipingere senza le scellcragini, e se il teatro e la scuola del popolo è un delitto gravissimo il comportarsi cosi, e la santità e la forza di un giuramento non si dimostra con l' atto il più immorale e più nuovo che possa pensarsi, un suicidio per patto. Veggano da quest' esempio i leggitori del Saggiatore se io mi sono ingannato nel giudicare della odierna poesia musicale.

L' altro dramma « i lombardi alla prima crociata » che porta il nome di Temistocle Solera, se non ha le stranezze non facilmente emulabili dell' Ernani, e però ben lungi dal poter esser citato come un miglioramento o un progresso della letteratura musicale. In non vorrò qui esporre la tela della composizione, che è presa dal romanzo di Tommaso Grossi che porta il medesimo titolo; ed è quindi anotizia dell' universale. Pare però che il sig. Solera abbia dimenticato che la tela di un romanzo è ben diversa da quella di un dramma. Illimitato il primo nel tempo, non costretto dall' indole sua a svolger l' azione entro que' termini che la ragione dell'arte richiede nell'altro, può mettere in iscena quanti personaggi faccia mestieri, può trattenersi in episodi, può spaziare dove metta meglio, immoderato nella estensione, eccetera. Il dramma deve avere più breve la tela e stringere quanto l'argomento può comportare il tempo dello sviluppale ito, debbe mirare sempre ad un punto dal quale sarebbe colpa il divergere distogliendo l'attenzione degli spettatori, educare il popolo a sentimenti generosi, aver sempre innanzi un fincemincntementc mora le, ed innalzar l'anima alla sublimità della virtù, farla sdegnare in presenza del vizio. Nella composizione del sig. Solera è stato universalmente ripreso il primo atto, perciocchè non solo non era necessario all'azione, ma anzi innopportuno e vizioso. Se il poeta stimava necessario il far sapere che in Milano due figli di un Folco nominati Pagano e Arvino venuti in gelosia per Vicinala, si inimicarono, e Pagano anzi feri suo fratello, onde fu costretto ad esulare in terra santa; se volea manifestare che tornato colui dalla Siria con pace in volto e meditazion di vendetta in cuore uccise suo padre credendo piantare il pugnale nel seno del fratello, con sei versi spiegava tutto nell'altro atto: e cosi l'azione avrebbe avuto una qualche unità, e maggiore verisimiglianza;ed il pubblico avrebbe penato meno a riconoscere il crociato milanese passato nuovamente alla terra di redenzione, e diventato eremita canuto di una caverna. Se spessissimo anche l'epopea per conservar più unità non segue passo passo, ma con la narrazione mette a vedere la vita decorsa de' suoi personaggi, non potrà, non dovrà anzi farlo il dramma, da tanto più brevi confini circoscritto? Ma già il dissi al principio, è diventata una manìa l'andare a ritroso del passato: e converrebbe pur ricordarsi che i padri nostri seguirono quasi sempre i dettami della ragione e dell'arte.

Ed il sig. Solera stesso non racconta la discordia fraterna che cagionò la migrazione di Pagano ai luoghi santi? Altri quattro versi ed era risparmiato il primo atto, e la presenza delle scelleragini e degli spergiuri che vi si commettono; ed il buon senso del pubblico sarebbe rimasto meno offeso delle inverisimiglianzc che quindi s'incontrano (1).

(1) Fra queste è sensibilissima la nuora condizione di Pagano in Oriente. Nel primo atto in Milano Arvino è destinato condottiero dei crocesegnati lombardi pronti a partire. Pagano, sanguinoso del nuovo delitto, avrà riparato subito in Oriente, mentre Arvino alla testa di un' armata avrà tardato un poco di più, ma non sarà certamente corso tal tempo da cambiar le sembiante in modo clie

Ann. I. Vol. II. 4

Molta lode meriterebbe questa composizione per avere spesso conservato benissimo il colore del tempo che mette in azione, se lo scopo del dramma fosse quello di rappresentare la storia e il costume qual fu nelle età passate; perchè il sig. Solera avrebbe raggiunto la meta. Ma io dissi e tutti sanno quale fu e quale dovrebbe essere il fine delle produzioni teatrali; nè questa, diciamolo francamente , lo adempie.

La poesia, a quando a quando migliore di tante che furono in mani a maestri di musica, non merita però una lode speciale, nè può esser proposta ad esempio.

Io scelsi questi due drammi, solamente perchè ultimi ad essere stati tradotti in musica da maestro valentissimo; e perciò meglio rappresentanti lo stato del teatro italiano in questa parte: basse passioni non mi mossero mai o muoveranno. Tenerissimo dell'onore del mio paese avrei esultato di poter lodare dove ho dovuto riprendere. E tanto più mi rattristo in quantoche le due composizioni che ho citato sono solamente due esempi di uu fatto generale, al quale con tutto il mio desiderio non ho potuto trovare eccezzione, neppure in Felice Romani che vari con poca giustizia chia

i «lue fratelli non ii ravvisino; tanto più clie Giselda , giovane figlia di Vielinda e di Arvino è fiorente della «tessa giovanezza in Milano e in Antiochia ed è passionatamene presa di un Oronte. Come dunque gli anni aggravarono tanto lor peso sopra Pagano, e nulla sopra Arvino e Giselda f Si risponderà subito che fu errore degli attori che non si acconciarono a dovere. Ma e come si spiega che il lombardo eremita ebbe tempo ad acquistar tanta fama colle virtù sue che tutti ne parlassscro, narrando come in que* luoghi Dio si mostrasse alla sua fede? Come va che Pirro, complice del suo delitto, non lo riconosce; che Arvino e Giselda i quali pure lo avevano riveduto in un momento così solenne, in quello della morie del padre, non lo ravvisano ? II peggio poi è che mentre il cemplice, il fratello, la nepote hanno perduto memoria delle forme di Pagano, più d'un lombardo lo ha veduto scorrer le tende del campo crociato. Infine a studiare attentamente la poesia in discorso è chiara la contradizione , apparendo dalle parole e dagli avvenimenti che passò tempo lunghissimo e brevissimo insieme. Se ciò non è improbabile, anzi impossibile, e dove potremo trovare la falsità delle situazioni?

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