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al Mansi un dovizioso supplemento di atti di bolle di notizie alla raccolta de' concili.E v'ebbe archivio di corte o di comune, cartario di chiesa o di badia, biblioteca regia o privata che il Mabillon ed il Papebrock non frugassero, cumulando ovunque una messe, una supellcttilc stragrande di documenti per la storia dell' ordine benedettino e di sua letteratura, per quella de' santi, alla quale specialmente se furono vescovi, si rannoda grandissima parte della storia municipale del mezzo tempo, e per coordinare la serie de'patriarchi alessandrini? Restava alla biblioteca vaticana di trovare un uomo dotto, sagace, infaticabile che applicasse l'animo a codici preziosissimi che ne' suoi scrigni s'inserrano, e ne sponesse alla pubblica luce i tesori. Fecero alcuna cosa l' Olstenio, l'Allaccio, il Noris: più l'Assemani che de' soli scrittori di cose napolitane ignoti a Lodovico Muratori cumulò v volumi di giusta mole. Ma niuna età, ninno studio di parte potrà rapire al signor cardinale Angolo Mai la gloria di scopritor fortunato e di illustratore erudito della libreria vaticana. Egli non contento della sua Collodio Vaticana nè de' suoi Auctores Classici pubblicò di recente una nuova raccolta di opere e di frammenti inediti che porta in titolo Spicilegium Romanum e che a lui fornirono i doviziosissimi scrigni di quella libreria.

Non è ufficio mio di notificare alla comunità degli eruditi le molte omelie, i trattati, i comenti, i panegirici, le lettere sinodiche di pontefici, di patriarchi, di vescovi e dottori, e più altre scritture di argomento ascetico, disciplinare, o dommatico che l'inclito editore trasse da codici vaticani e nel detto Spicilegium pubblicò: nè di mostrare il lume e la difesa che alcune dottrine e pratiche della Chiesa guaste o combattute ricevono da parecchi brani o allegazioni di esse: le quali se fossero state note a maestri di novità come a dire a' Luteri, à Zuingli, agli Ecolampadi, ed a difenditori della romana fede come a dire agli Eckl, a'Bcllarmini, a' Gretseri,quegli avrebbero più cautamente sparso il veleno loro, e questi più largamente apprestata la medicina. Io non allargo il discorso oltre a' documenti di storia civile ed ecclesiastica che qua e colà negli otto volumi di questo Spicilegium videro la pubblica luce.

Era nel secolo XV certo Vespasiano figliuolo di Filippo, cittadino fiorentino a cui da vari scrittori falsamente per giudicio del Mehus fu dato il cognome di Bisticci. Costui mercatava di libri: alla quale professione aggiungeva lo studio delle italiane e latine lettere, e dell'arte critica a fine di conoscere il tempo de' codici, lo stile degli autori, le cifere delle scritture, come si poteva meglio in quei primordi della rinnovata civiltà. Il perchè ebbe ricambio di lettere con gli eruditi di quella età, e da Cosimo de' Medici ricevette l'incarico di fornire e descrivere le librerie fiorentine, e fu di protezione e di stipendi gratificato dal delto Cosimo, da Federico conte di Urbino, da Nicolò V. Scrisse con piano stile e verità molta cui vite divise in quattro parti: delle quali la prima comprende le vite de' pontefici Eugenio IV e Nicolò V, di Alfonso re di Napoli (1), di Federico conte di Urbino, e de' signori di Pesaro Alessandro e Costanzo Sforza: la seconda quelle di xvi cardinali fra quali nominerò Nicolò Albergati che sedette legato di papa Eugenio in vari concili, e Giuliano Cesarino che con Ladislao re di Ungheria nella battaglia di Warna ebbe fine onorandissima, e l'insigne Bessarione. Sono nella terza parte le vite di xxix fra arcivescovi, vescovi, prelati, e monaci : quelle di xx uomini di stato nella quarta, come a dire di Cosimo de' Medici, di Palla Strozzi, degli Acciaioli che governarono con la potenza o col consiglio le sorti del comune fiorentino, e di Alvaro di Luna che lasciò a'cortigiani ed a'ministri tremendo esempio della mobilità

(1) 11 Muratori credette e pianse perduta questa \ita di Alfonso • Dolui . . excidisse vitam Alphonsl I. Siciliae et Ncapolis regia. Perini. R. I. t. XXV. p. 251.

delle cose umane: e nella ultima parte quelle di Xxxii letterati. Di queste Chi vite vi erano pubblicate, di Eugenio IV e Nicolò V dal Muratori, del cardinale Cesarino dall'Ughelli, del b. Albergati da Benedetto XIV, di Angelo Pandolfini dall'editore fiorentino del trattato di lui che porta in titolo del governo della famiglia: di Francesco Filclfo in una opericciuola stampata in Roma il 1775. Ora l'eiuinentissimo Mai avendone trovata copia in un codice vaticano, pubblica le Xcvii che restavano inedite, e ripubblica quelle vi si perchè erano queste un cotal poco difformi dal detto codice, e si perchè metteva a bene di offerire alla eulta Italia perfetto e compreso nelle pagine di un solo volume il lavoro di Vespasiano (1). Ora dirò degli amplissimi frutti che da queste vite si possono raccogliere per la storia nostra e la straniera, comune e municipale.

Parlai già nel Saggiatore della sconfitta che Jacopo Piccinino toccò sotto le mura di Troia dalle genti aragonesi: ora da Vespasiano si apprende che Alessandro Sforza signore di Pesaro il quale era agli stipendi di re Ferdinando, ebbe parte principalissima in questa vittoria che ridusse a casa d'Aragona la signoria piena e pacifica delle contrade napolitane. Leggete la narrazione stessa del libraio fiorentino:

« Ordinò il signor Alessandro le genti dell' arme, o giunto ed ordinato il modo d'appiccare la battaglia, subito venne alle mani co' nemici; ed avendo per loro preso uno monte, la principal cosa che fece il signor Alessandro fu di torre loro quello monte. Appiccato il fatto dell'arme per torre loro il monte, si combattè per l'una parte e per l'altra strenuamente. In fine il signor Alessandro tolse loro il monte. Fatto questo, il signor Alessandro conoscendo avere fatto per quello dì assai, d'avergli ridotti dove aveva, volsesi alla

(1) Occupano il I. Yolume in 68S. pagine dello Spicilegium romamunì meno 6 pagine di esso nelle quali sono alcuni sonetti inediti di Luca Pitti, del Burchiello, e di altri.

maestà del re, e conoscendo essere pericoloso il seguitare, gli disse essersi fatto quello dì assai. Il re che conosceva che quella era la giornata che lo salvava o lo dannava, disse che '1 fatto dell'arme si seguitasse. Sendo tutti ridotti nel piano, benchè vi fusse assai vantaggio da quelle del duca alle loro, nientedimeno il re disse, io oggi sarò re o sarò nulla. Appiccò il signore Alessandro il fatto dell' arme, e combatterono per più ore strenuamente. Cominciarono le genti del re a rompere le genti del duca Giovanni, ed il conte Jacopo in quel dì fece mal volentieri quello fatto dell'arme, non gli parendo potere vincere. Nientedimeno al duca Giovanni pareva, che se rompeva le genti del re, il reame fusse suo. Istette in quella giornata, e seguitò la vittoria, in modo che furono rotte le genti loro. Fece il re ed il signor Alessandro il di una degnissima pruova, e fu questa rotta quella che dette il reame al re Ferdinando che l'aveva perduto, e tolselo al duca Giovanni che aveva la maggior parte ».

Ancora per non dilungarmi da queste guerre e da' venturieri che le guerreggiarono, la vita di Pandolfo Pandolfino che il comune di Firenze mandò con Luigi Guicciardino a gratularsi col detto re Ferdinando della cacciata degli Angioini e della pace ridonata al suo reame, ne palesa i modi e le circostanze che accompagnarono la prigionia e la morte del Piccinino. Quantunque costui si fosse accostato a' servigi di Ferdinando, niente meno nè poteya il re dimenticare le molte offese che quegli aveva recato alle sue milizie nè sconoscere la dovizia de' tenimenti e de' feudi che possedeva, e la indole prepotente e balda che il portava alla tirannide, alla conquista, al bottino: e però mosso non so dire so più da politica di stato o da cupidigia di guadagno fermò di perderlo. In che modo effettuasse il proposto suo, da Vespasiano il sappiamo: « Il re uno di nel mese di giugno, passata l' ora di vespero, mandò per lui. Nell' andare passò da casa di Pandolfo, e fecelo chiamare e dissegli come il re aveva mandato per lui, e come andava per pigliar licenza, e domani piacendo a Dio partire. Non istava Pandolfo senza grande sospetto della persona sua, e più volte n'aveva parlato con lui, ed allora si poteva partire da lui, ed era in questa dubitazione e disseglielo. Partitosi ed andato al re, subito giunto nel castello nuovo, il re si ritrasse iu una camera da parte ed il conte Iacopo ed il segretario e non altri, ed entrati in camera, fu preso il figliuolo ed il conte Brocardo che erano rimasti di fuora ed altri secondo eh' era ordinato; ed istato alquanto il re col conte Iacopo, venne uno e si gli disse, come v' erano lettere di Francia, e bisognava che la sua maestà l'andasse a leggere. Il re si partì, e restavi il segretario. Istatovi alquanto il segretario se n' uscì, e subito v' entrarono alcuni provigionati benissimo a ordine; e messono le mani addosso al conte Iacopo, e dissongli come era prigione di sua maestà. Usò il conte Iacopo certe parole dolendosi di quello che gl'era stato fatto. Fu messo in prigione dov' era Galeazzo Pandoni. Subito fatto questo, il re lo mandò a significare a Pandolfo pel segretario come per buone cagioni aveva ritenuto il conte Iacopo, il figliuolo, ed il conte Brocardo. Pandolfo intesolo, per uno dispiacere non poteva avere il maggiore per la singulare affezione che gli portava. Istelte Pandolfo per questo caso più di alterato, e subito per fante proprio n' avvisò a Firenze. Andando dal re, questi gli giustificò la cagione perchè l' aveva fatto, bene che non gli fusse capace, e dispiacque assai il modo che aveva tenuto. Stette il conte Iacopo in prigione tre di, ed il terzo di morì, il modo non si sa ». Di Piero de' Pazzi patrizio e banchiere fiorentino che in nomo di Carlo VII re di Francia e di Renato (1) fece tenere ingenti somme a Giovanni d'Aniou, abbiamo piena contezza nella vita che Vespasiano scrisse di lui. Figliuolo

(l) Renato ò detto perpetuamente Rinicri da Vespasiano.

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