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ne? Non vi ricordate, signor Gasparo, che bevendo voi di un medesimo vino, dicevate talor che era perfettissimo, talor insipidissimo? e questo, perchè a voi era persuaso ch' eran due vini, l'un di Riviera di Genova e l'altro di questo paese; e poi ancor che fu scoperto l'errore, per modo alcuno non volevate crederlo; tanto fermamente era confermata nell'animo vostro quella falsa opinione, la qual però dalle altrui parole nasceva.

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Deve adunque il cortigiano por molta cura ne principii, di dar buona impression di sè, e considerar come dannosa e mortal cosa sia l'incorrer nel contrario; ed a tal pericolo stanno più che gli altri quei che voglion far profession di esser molto piacevoli, ed aversi con queste loro piacevolezze acquistato una certa libertà, per la qual lor convenga, e sia lecito e fare e dir ciò che loro occorre così senza pensarvi. Però spesso questi tali entrano in certe cose delle quali non

sapendo uscire, voglion poi aiutarsi col far ridere;

e quello ancor fanno così disgraziatamente, che

non riesce; tanto che inducono in grandissimo

fastidio chi li vede e ode, ed essi restano freddissimi. Alcuna volta pensando, per quello esser arguti e faceti, in presenza d'onorate donne, e spesso a quelle medesime, si mettono a dire sporchissime e disoneste parole; e quanto più le veggono arrossire, tanto più si tengon buoni cortigiani, e tuttavia ridono e godono tra sè di così bella virtù, come lor par avere. Ma per miuna altra causa fanno tante pecoraggini, che per esser estimati buoni compagni. Questo è quel nome solo che lor pare degno di lode, e del quale più che di niun altro essi si vantano;

e per acquistarlo si dicon le più scorrette e vitu

perose villanie del mondo. Spesso s'urtano giù per le scale, si dan de legni e del mattoni l'un l'altro nelle reni, mettonsi pugni di polvere negli occhi, fannosi ruinar i cavalli addosso ne fossi o giù di qualche poggio. A tavola poi, minestre, sapori, gelatine, tutte si danno nel volto; e poi ridono; e chi di queste cose sa far più, quello per miglior cortigiano e più galante da sè stesso s'apprezza, e pargli aver guadagnato gran gloria; e se talor invitano a cotai loro piacevolezze un gentiluomo, e che egli non voglia usar questi scherzi selvatici, subito dicono ch'egli si tien troppo savio e gran maestro, e che non è buon compagno. Ma io vi vo'dir peggio. Sono alcuni

che contrastano, e mettono il prezzo a chi può

mangiare e bere più stomacose e fetide cose; e

trovanle tanto abborrenti dai sensi umani, che

impossibil è ricordarle senza grandissimo fastidio. E che cose possono esser queste; disse il signor Lodovico Pio. Rispose M. Federico: Fatevele

dire al marchese Febus, che spesso l'ha vedute

in Francia, e forse gli è intervenuto. Rispose il marchese Febus: Io non ho veduto far cosa in Francia di queste, che non si faccia ancor in Italia; ma ben ciò che hanno di buon gl'Italiani nei vestimenti, nel festeggiare, banchettare, armeggiare, ed in ogni altra cosa che a cortigian si convenga, tutto l'hanno dai Francesi. Non dico io, rispose M. Federico, che ancor tra Francesi non si trovino de gentilissimi e modesti cavalieri; ed io per me n' ho conosciuti molti veramente degni d'ogni lode; ma pur alcuni se ne trovan

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poco riguardati, e, parlando generalmente, a me par che con gl' Italiani più si confaccian nei costumi gli Spagnuoli che i Francesi, perchè quella gravità riposata peculiar degli Spagnuoli, mi par molto più conveniente a noi altri, che la pronta vivacità, la qual nella nazion francese quasi in ogni movimento si conosce, il che in essi non disdice, anzi ha grazia, perchè loro è così naturale e propria, che non si vede in loro affettazione alcuna. Trovansi ben molti Italiani che vorrebbero pure sforzarsi d'imitare quella maniera e non sanno far altro che crollar la testa parlando, e far riverenze in traverso di mala grazia, e quando passeggian per la terra, camminar tanto forte, che gli staffieri non possano lor tener dietro; e con questi modi par loro esser buoni Francesi, ed aver di quella libertà; la qual cosa in vero rare volte riesce, eccetto a quelli che son nutriti in Francia, e da fanciulli hanno preso quella maniera. Il medesimo interviene del saper diverse lingue; il che io lodo molto nel cortigiano, e massimamente la spanuola e la francese; perchè il commercio delf una e dell'altra nazione è molto frequente in Italia: e con noi sono queste due più conformi che alcuna dell'altre; e que due principi, per esser potentissimi nella guerra, e splendidissimi nella pace, sempre hanno la corte piena di nobili cavalieri, " per tutto 'l mondo si spargono; ed a noi pur bisogna conversar con loro.

CAPO XIV. Altri avvertimenti intorno al modo di conversare,

0, io non voglio seguitar più minutamente in dir cose troppo note, come che il nostro cor

tigiano non debba far profession d'essere gran mangiatore, nè bevitore, nè dissoluto in alcun mal costume, nè laido e mal assettato nel vivere, con certi modi da contadino, che chiamano la zappa e l'aratro mille miglia di lontano; perchè chi è di tal sorte, non solamente non s'ha da sperar che divenga buon cortigiano, ma non se gli può dar esercizio conveniente altro che di pascer le pecore. E per concluder dico, che buon sarebbe che 'I cortigian sapesse perfettamente ciò che detto abbiamo convenirsegli, di sorte che tutto 'l possibile a lui fosse facile; ed ognuno di lui si maravigliasse, esso di niuno; intendendo però che in questo non fosse una certa durezza superba ed inumana, come hanno alcuni, che mostrano non maravigliarsi delle cose che fanno gli altri, perchè essi presumon poterle far molto meglio, e col tacere le disprezzano, come indegne che di lor si parli; e quasi voglion far segno che niuno altro sia, non che lor pari, ma pur capace d'intendere la profondità del saper loro. Però deve il cortigiano fuggir questi modi odiosi, e con umanità e benevolenza lodar ancor le buone opere degli altri; e benchè esso si senta ammirabile e di gran lunga superior a tutti, mostrar però di non estimarsi per tale. Ma perchè nella natura umana rarissime volte, e forse mai , non si trovano queste così compite perfezioni, non dee l'uomo, che si sente in qualche parte manco, diffidarsi però di sè stesso, nè perder la speranza di giugnere a buon grado, avvegnachè non possa conseguir quella perfetta e suprema eccellenza dove egli aspira; perchè in ogni arte son molti luoghi, oltre al primo, lodevoli; e chi tende alla sommità, rare volte interviene che non passi il ille270.

Voglio adunque che'l nostro cortigiano, se in qualche cosa, oltre all'arme, si troverà eccellente, se ne vaglia e se ne onori di buon modo; e sia tanto discreto e di buon giudizio, che sappia tirar con destrezza e proposito le persone a veder e udir quello in che a lui par d'essere eccellente, mostrando sempre farlo non per ostentazione, ma a caso e pregato da altrui , più presto che di volontà sua; e in ogni cosa che egli abbia da far o dire, se possibil è, sempre venga premeditato e preparato, mostrando pe rò, il tutto esser all' improvviso. Ma le cose nelle quali si sente mediocre, tocchi per transito, senza fondarvisi molto, ma di modo, che si possa credere che più assai ne sappia di ciò ch'egli mostra; come talor alcuni poeti che accennavano cose sottilissime di filosofia o d'altre scienze, e per avventura n'intendevan poco. Di quello poi di che si conosce totalmente ignorante, non voglio che mai faccia professione alcuna, nè cerchi d'acquistarne fama, anzi dove occorre , chiaramente confessi di non saperne. Questo, disse il Calmeta, non avrebbe fatto Nicoletto, il quale essendo eccellentissimo filosofo, nè sapendo più leggi che volare, benchè un Podestà di Padova avesse deliberato dargli di quelle una lettura, non volle mai, a persuasion di molti scolari, disingannar quel Podestà, e confessargli di non saperne, sempre dicendo non si accordar in questo con la opinione di Socrate, nè esser cosa da filosofo il dir mai di non sapere. Non dico io, rispose M. Federico, che 'i cortigian da sè stesso, senza che altri lo ricerchi, vada a dir di non sapere, chè a me ancor non piace questa sciocchezza d'accusar o disfavorir sè medesimo, e però talor mi rido di certi uomini, che ancor senza necessita Castiglione, fasc. noi. 8 o

i

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