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termine, sforzerommi di dirvi, per quanto mi

mostrerà il mio giudizio, perchè il far rider sem

pre non si convien al cortigiano, nè ancor di duel modo che fanno i pazzi e gl'imbriachi, e gli sciocchi ed inetti, e medesimamente i buffoni; e benchè nelle corti queste sorti d'uomimi par che si richieggano, pur non meritano esser chiamati cortigiani, ma ciascun per lo nome suo, ed estimati tali quali sono. Il termine e misura di far ridere mordendo, bisogna ancor esser diligentemente considerato, e chi sia quegli che si morde; perchè non s'introduce riso col dileggiar un misero e calamitoso, nè ancora un ribaldo e scellerato pubblico; perchè questi par che meritino maggior castigo che l'esser burlati; e gli animi umani non sono inclinati a beffar i miseri : eccetto se quei tali nella loro infelicità non si vantassero e fossero superbi e prosuntuosi. Deesi ancor aver rispetto a quei che sono universalmente grati ed amati da ognuno e potenti, perchè talor col dileggiar questi, potrebbe l'uom acquistarsi inimicizie pericolose; però conveniente cosa è beffare e ridersi dei vi zii collocati in persone, nè misere tanto, che muovano compassione, nè tanto scellerate che paia che meritino esser condannate a pena capitale, nè tanto grandi, che un loro piccolo sdegno possa far gran danno. Avete ancor a sapere che dai luoghi donde si cavano motti da ridere, si posson medesimamente cavare sentenze gravi, per lodare e biasimare; e talor con le medesime parole: come per lodar un uomo liberale, che metta la roba sua in comune con gli amici, suolsi dire che ciò ch'egli ha non è suo; il medesimo si può dir d' uno che abbia rubato, o per altre male arti acquistato quel che tiene. Dicesi ancor, Colei è una donna d'as.

i sai, volendola lodar di prudenza e bontà; il me

desimo potrebbe dir chi volesse biasimarla, accennando che fosse donna di molti.

CAPO XIX. Quante sorti di facezie vi siano. Varie specie, esempii e regole delle facezie che consistono nell'effetto e parlar continuato.

- Tornando a dunque a dichiarire le sorti delle facezie appartenenti al proposito nostro, dico che, secondo me, di tre maniere se ne trovano, avvegnachè M. Federico solamente di due abbia fatto menzione, cioè di quella urbana e piacevole narrazion continuata, che consiste nell'effetto d'una cosa ; e della subita ed arguta prontezza, che consiste in un detto solo. Però noi ve ne giungeremo la terza sorte, che chiamiamo burle; nelle quali intervengon le narrazioni lunghe e i detti brevi ed ancor qualche operazione. Quelle prime adunque che consistono nel parlar continuato, son di maniera tale, quasi che l'uomo racconti una novella. E, per darvi un esempio: In que propri giorni che morì papa Alessandro Sesto, e fu creato Pio Terzo, essendo in Roma, e nel palazzo M. Antonio Agnello, vostro mantovano, S. Duchessa, e ragionando appunto della morte dell' uno e creazion dell'altro, e di ciò facendo vari giudizii con certi suoi amici disse: Signori, fin al tempo di Catullo cominciarono le porte a parlare senza lingua, ed udir. senza orecchie, ed in tal modo scoprir gli adulterii: Ora, se ben gli uomini non sono di tanto valor come erano in quei tem pi, forse che le porte delle quali molte, " qui in Roma, si fanno del marmi antichi, hanno la medesima virtù che avevano allora; e io per me credo che queste due ci saprian chiarir tutti i nostri dubbi, se noi da loro li volessimo sapere. Allor quei gentiluomini stettero assai sospesi ed aspettavano dove la cosa avesse a riuscire; quando M. Antonio, seguitandopur l'andar innanzi e indietro, alzò gli occhi, come all'improvviso, ad una delle due porte della sala nella qual passeggiavano, e fermatosi un poco mostrò col dito a compagni la iscrizion di quella che era il nome di papa Alessandro, nel fine del quale era un V ed 1 perchè significasse ( come sapete) sesto, e disse: Eccovi che questa porta dice Alessandro papa vi, che vuol significare che è stato papa per la forza ch'egli ha usata e più di quella si è valuto, che della ragione. Or veggiamo se da quest'altra possiamo intender qualche cosa del nuovo pontefice; e voltatosi come per ventura a quell' altra porta, mostrò l'iscrizione di un N. due PP. ed un V, che significava Nicolaus papa quintus, e subito disse : oimè male nove, eccovi che questa dice Nihil papa valet. Or vedete come questa sorte di facezie ha dello elegante e del buono, come si conviene ad uom di corte, o vero o finto che sia quello che si narra; perchè in tal caso è lecito fingere quando all'uom piace, senza colpa ; e dicendo la verità, adornarla con qualche bugietta, crescendo o diminuendo secondo 'l bisogno. Ma la grazia perfetta e vera virtù di questo è il dimostrar tanto bene, e senza fatica così coi gesti, come con le parole quello che l'uomo vuole esprimere, che a quelli che odono paia vedersi innanzi agli occhi " le cose che si narrano. E tanta forza ha questo modo così espresso, che talor adorna e fa piacer sommamente una cosa che in sè stessa non sa

i

o - - - - - - - - i narrazioni si ricerchino i gesti e quella efficacia

rà molto faceta, nè ingegnosa. E benchè a queste

che ha la voce viva, pur anco in iscritto qualche volta si conosce la lor virtù. Della medesima sorte pare che sia il far ridere contraffacendo o imitando, come noi vogliam dire. Nella qual cosa fin qui non ho veduto alcuno piu eccellente di M. Roberto nostro da Bari. Questa non sarà poca lode, disse M. Roberto, se fosse vera, perch'io certo m'ingegnerei d'imitare più presto il ben che 'l male; e s'io potessi assimigliarmi ad alcuni ch'io conosco, mi terrei per molto felice: ma dubito non saper imitare altro che le cose che fanno ridere, le quali voi dianzi avete detto che consistono in vizio. Rispose M. Bernardo: In vizio sì, ma che non istà male. E saper dovete che questa imitazione di che noi parliamo, non può essere senza ingegno; perchè, oltre alla maniera d'accomodar le parole e i gesti, e mettere innanzi agli occhi degli uditori il volto e i costumi di colui di cui si parla, bisogna esser prudente, e aver molto rispetto al luogo, al tempo e alle persone con le quali si parla, e non discendere alla buffoneria, nè uscire de' termini, le quali cose voi mirabilmente osservate, e però estimo che tutte le conosciate , che in vero ad un gentiluomo non si converrebbe fare i volti piangere e ridere, far le voci, lottare da sè e sè , come fa Berto, vestirsi da contadino in presenza d'ognuno, come Strascino, e tai cose, che in essi son convenientissime, per esser quella la lor professiona. Ma a noi bisogna per transito, e nascosamente rubar questa imitazione, servando sempre la dignità del gentiluomo, senza dir parole sporche, o far atti men che onesti, senza distorcersi il viso o la persona, così senza ritegno; ma far

i movimenti d'un certo modo, che chi ode o vede, per le parole o gesti nostri immagini molto più di " che vede o ode, e perciò s'induca a ridere. Deesi ancor fuggir in questa imitazione d'esser troppo mordace nel riprendere, massimamente le deformità del volto o della persona, che siccome i vizi del corpo ben danno spesso bella materia di ridere a chi discretamente se ne vale, così l'usar questo modo troppo acerbamente, è cosa non sol da buffone, ma ancor da inimico. Però bisogna (benchè difficil sia ) circa questo tener, come ho detto, la maniera del nostro

M. Roberto, che ognun contraffà, e non senza ,

pungerli in quelle cose dove hanno difetti, e in presenza d' essi medesimi; e pur niuno se ne turba, nè par che possa averlo per male; e di questo non ne darò esempio alcuno, perchè ogni dì in esso tutti ne vediamo infiniti. Induce ancor molto a ridere (che pur si contiene sotto la narrazione ) il recitar con buona grazia alcuni difetti d'altri, mediocri però, e non degni di maggior supplicio, come le sciocchezze talor sem

plici, talor accompagnate da un poco di pazzia

pronta e mordace, Medesimamente certe affettazioni estreme. Talor una grande e ben composta bugia. Come narrò pochi dì sono M. Cesare nostro una bella sciocchezza , che fu , che ritrovandosi alla presenza del Podestà di questa terra, vide venir un contadino a dolersi che gli era stato rubato un asino, il qual, poichè ebbe detto della povertà sua e dell'inganno fattogli da quel ladro, per far più grave la perdita sua, disse: Messere, se voi aveste veduto il mio asino, ancor più conoscereste quanto io ho ragion di dolermi, che quando aveva il suo basto addosso, parea propriamente un Tullio. Un altro, dice il signor Gasparo aver conosciuto, il qual

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