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Colonna, marchesa di Pescara, alla quale io già feci copia del libro, contra la promessa sua ne avea fatto trascrivere una gran parte, non potei non sentirne qualche fastidio, dubitandomi di molti inconvenienti, che in simili casi possono occorrere. Nientedimeno mi confidai che l'ingegno e prudenza di quella signora (la virtù della quale io sempre ho tenuto in venerazione, come cosa divina) bastasse a rimediare che pregiudicio alcuno non mi venisse dall'aver obbedito a suoi comandamenti. In ultimo seppi che quella parte del libro si ritrovava in Napoli in mano di mol ti; e come sono gli uomini sempre cupidi di no. vità, parea che quelli tali tentassero di farla imprimere; ond'io, spaventato da questo pericolo, determinaimi di riveder subito nel libro quel po. co che mi comportava il tempo, con intenzione di pubblicarlo, estimando men male lasciarlo ve der poco castigato per mia mano, che molto la cerato per man d'altri. Così per eseguire questa deliberazione, cominciai a rileggerlo, e subito nella prima fronte, ammonito dal titolo, pres

non mediocre tristezza; la qual ancora nel passa più avanti molto si accrebbe, ricordandomi, l

maggior parte di coloro che sono introdotti ne

ragionamenti, esser già morti; che, oltre a quell di chi si fa menzione nel proemio dell'ultimo

morto è il medesimo M. Alfonso Ariosto, a cui i libro è indrizzato, giovane affabile, discreto, pie, no di soavissimi costumi ed atto ad ogni cosa tonveniente ad uomo di corte: medesimamente il duca Giuliano de' Medici, la cui bontà e nobil cortesia meritava più lungamente dal mondo esser goduta. M. Bernardo, cardinal di Santa Maria in Portico, il quale, per una acuta e piacevole prontezza d'ingegno fu gratissimo a qualunque lo conobbe, pur è morto. Morto è il signor Ottavian Fregoso, uomo a nostri tempi rarissimo, magnanino, religioso, pien di bontà, d'ingegno, prudenza e cortesia, e veramente amico d'onore e di virtù, e tanto degno di lode, che i medesimi inimici suoi furono sempre costretti a laudarlo, e quelle disgrazie ch'esso costantissimamente sopportò, ben furono bastanti a far fede che la fortuna, come sempre fu, così è ancor oggidì contraria alla virtu. Morti sono ancor molti altri dei nominati nel libro, ai quali parea che la natura promettesse lunlo ghissima vita; ma quella che senza lagrime raccontar non si dovrebbe è, che la signora Duchessa essa ancor è morta; e se l'animo mio si turba per la perdita di tanti amici e signori miei, che m'hanno lasciato in questa vita, come in una solitudine piena di affanni, ragion è che molto più acerbamente senta il dolore della morte della signora Duchessa che di tutti gli altri, perchè essa molto piu che tutti gli altri valeva, ed io ad essa molto più che a tutti gli altri era tenuto. Per non tardare adunque a pagar quello che io debbo alla

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memoria di così eccellente signora e degli altri che più non vivono, indotto ancora dal pericolo del libro, hollo fatto imprimere e pubblicar tal qual dalla brevità del tempo mi è stato concesso. E perchè voi, nè della signora Duchessa, nè degli altri che son morti, fuor che del duca Giuliano e del cardinal di Santa Maria in Portico, aveste notizia in vita loro, acciocchè, per quanto io posso, l'abbiate dopo la morte, mandovi questo libro, come un ritratto di pittura della corte di Urbino, non di mano di Raffaello o Michel Angelo, ma di pittorignobile, e che solamente sappia tirare le linee principali, senza adornar la verità di vaghi colori, o far parer per arte di prospettiva quello che non è. E come che io mi sia sforzato di dimostrar coi ragionamenti le proprietà e condizioni di quelli che vi sono nominati, confesso non avere, non che espresso, ma nè anco accenmato le virtù della signora Duchessa; perchè non solo il mio stile non è sufficiente ad esprimerle, ma pur l'intelletto ad immaginarle; e se, circa questo o altra cosa degna di riprensione (come i ben so che nel libro molte non mancano) sarò . ripreso, non contraddirò alla verità. Ma perchè talor gli uomini tanto si dilettano di riprendere, si che riprendono ancor quello che non merita riprensione, ad alcuni che mi biasimano perch'io non ho imitato il Boccaccio, nè mi sono obbligato alla consuetudine del parlar toscano d' oggidi, l o non resterò di dire, che ancor che'l Boccaccio susse di gentil ingegno, secondo quei tempi, e che in alcuna parte scrivesse con discrezione ed industria, nientedimeno assai meglio scrisse quando si lasciò guidar solamente dall'ingegno ed instinto suo naturale, senz' altro studio o cura di limare gli scritti suoi, che quando con diligenza e fatica si sforzò d'esser più culto e castigato. Perciò i medesimi suoi fautori affermano, che esso nelle cose sue proprie molto s'ingannò di giudicio, tenendo in poco quelle che gli hanno fatto onore, ed in molto quelle che nulla vagliono. Se a dunque io avessi imitato quella maniera di scrivere che in lui è ripresa da chi nel resto lo lauda, non poteva fuggire almeno quelle medesime calunnie che al proprio Boccaccio son date circa questo; ed io tanto maggiori le meritava, quanto che l'error suo allor fu credendo di far bene, ed or il mio sarebbe stato conoscendo di far male. Se ancora avessi, imitato quel modo che da molti è tenuto per buono, e da esso fu men apprezzato, parevami con tal imitazione far testimonio d'esser discorde di giudizio da colui che io imitava; la qual cosa, secondo me, era inconveniente. E quando ancora questo rispetto non m'avesse mosso, io non poteva nel subietto imitarlo, non avendo esso mai scritto cosa alcuna di maniera simile a questi libri del Cortigiano; e nella lingua, al parer mio, non doveva; perchè la forza e vera

regola del parlar bene consiste più nell'uso, che in altro; e sempre è vizio usar parole che non siano in consuetudine. Perciò non era conveniente ch'io usassi molte di quelle del Boccaccio, le quali a suoi tempi si usavano, ed or sono disusate dai medesimi Toscani. Non ho ancor voluto obbligarmi alla consuetudine del parlar toscano d'oggidì, perchè il commercio tra diverse nazioni ha sempre avuto forza di trasportare dall'una all'altra, quasi come le mercanzie, così ancor nuovi vocaboli, i quali poi durano o mancano secondo che sono dalla consuetudine ammessi o reprobati; e questo, oltre il testimonio degli antichi, vedesi chiaramente nel Boccaccio, nel qual son tante parole francesi, spagnuole e provenzali, ed alcune forse non ben intese dai Toscani modermi, che chi tutte quelle levasse, farebbe il libro molto minore. E perchè, al parer mio, la consuetudine del parlare dell'altre città nobili d'Italia, dove concorrono uomini savii, ingegnosi ed eloquenti, e che trattano cose grandi di governo degli stati, di lettere, d'arme e negozi diversi, non deve essere del tutto sprezzata; dei vocaboli che in questi luoghi parlando s'usano, estimo aver potuto ragionevolmente usare scrivendo quelli che hanno in sè grazia ed eleganza nella pronunzia, e son tenuti comunemente per buoni e significativi, benchè non siano toscani, ed ancor abbiano origine di fuor d'Italia. Oltre a questo,

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