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fama che per aver domato il mondo con l' arme avea meritamente acquistata, edificò Alessandria in Egitto, in India Bucefalia (1), ed ali tre città in altri paesi; e pensò di ridurre in a forma d'uomo il monte Ato, e nella man sinistra edificargli una amplissima città, e nella destra una gran coppa, nella quale si raccogliessero tutti i fiumi che da quello derivano; e di quindi traboccassero nel mare ; pensiero veramente grande e degno d'Alessandro Magno (2). Queste cose estimo io, signor Ottaviano, che si convengano ad un nobile e vero prine cipe, e lo facciano nella pace e nella guerra gloriosissimo; e non lo avvertire a tante minuzie, e lo aver rispetto di combattere solamente per dominare, e vincer quei che meritano esser doninati, o per far utilità a sudditi o per levar il governo a quelli che governan male; chè se i Romani, Alessandro, Annibale, e gli altri, avessero avuto questi risguardi, non sarebbero stati nel colmo di quella gloria che furono. Rispose allor il signor Ottaviano ridendo: Quelli che non ebbero questi risguardi, avrebbero fatto meglio avendoli, benchè , se considerate, troverete che molti gli ebbero, e massimamente que primi antichi, come Teseo ed

i (1) Bucefalia, da Alessandro edificata è così detta in meboria di Bucefalo suo dilettissimo cavallo, che in quel luofini la vita e fu sepolto. (2) Secondo Vitruvio fu Dinocrate, e secondo altri autori altro architetto, che diede ad Alessandro questo consiis, intorno al monte Ato. L'eroe si compiacque di sì belle magnifico progetto. Ma avendo inteso che la nuova città rebbe senza territorio, e dovrebbe alimentarsi soltanto colprovvisioni d'oltre mare, ne abbandonò affatto il pensiero, riparandola ad un fanciullo, che non può crescere per earsezza di latte nella sua nutrice. Il monte Ato, fra la aeedonia e la Tracia, chiamasi ora Monte Santo, ed è il gaiorno di parecchie migliaia di monaci e solitari,

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Ercole; nè crediate che altri fossero Procuste e Scirone, Cacco, Diomede, Anteo, Gerione, che tiranni crudeli ed empii, contra i quali aveano perpetua e mortal guerra questi magnanimi e roi; e però per aver liberato il mondo da cos intollerabili mostri (che altramente non si deb bon nominare i tiranni ) ad Ercole furon fatti il tempii e i sacrificii, e dati gli onori divini; perchè il benefizio di estirpare i tiranni è tanto giovevole al mondo, che chi lo fa, merita molto maggior premio che tutto quello che si conviene ad un mortale. E di coloro che voi a vete nominati, non vi par che Alessandro gio vasse con le sue vittorie ai vinti ? avendo insi lo tuito di tanti buoni costumi quelle barbare gen ti che superò, che di fiere li fece uomini ? e dificò tante belle città in paesi mal abitati, in troducendovi il viver morale, e quasi congiungendo l'Asia e l'Europa col vincolo dell'ami. cizia e delle sante leggi, di modo che più felici furono i vinti da lui, che gli altri; perchè ad alcuni mostrò i matrimonii , ad altri l' agricolo tura, ad altri la religione, ad altri il non uccidere, ma il nutrir i padri già vecchi, ad al tri lo astenersi dal congiungersi con le madri, e mille altre cose, che si potrebbero dir in testimonio del giovamento che fecero al mondo le sue vittorie. Ma lasciando gli antichi, qua più nobile e più gloriosa impresa, e più gio vevole potrebbe essere, che se i cristiani vot tassero le forze loro a soggiogar gl' infedeli , non vi parrebbe che questa guerra, succedendi prosperamente, ed essendo causa di ridurre "

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la falsa setta di Maometto al lume della veri

cristiana tante migliaia d'uomini, fosse per gia, vare così a vinti, come a'vincitori ? e veramen te, come già Temistocle, essendo discacciati dalla patria sua, e raccolto dal re di Persia, e da lui accarezzato , ed onorato con infiniti e ricchissimi doni, ai suoi disse : Amici, ruinati eravamo noi, se non ruinavamo; così ben poti ebbero allor con ragion dire il medesimo ano cora i Turchi e i Mori, perchè nella perdita loro sarebbe la lor salute. Questa felicità adunque spero che ancor vedremo, se da Dio ne fia conceduto di viver tanto, che alla corona di Francia pervenga monsignor d'Angolem, il quale tanta speranza mostra di sè, quanta, mo' quarta sera (1), disse il signor Magnifico; ed a quella d'Inghilterra il signor don Enrico principe di Vaglia, che or cresce sotto il magno padre in ogni sorta di virtù, come tenero rampollo sotto l'ombra di arbore eccellente e carico di frutti, per rinnovarlo molto più bello, e più fecondo quando fia tempo; chè come di là scrive il nostro Castiglione, e più largamente promette di dire al suo ritorno, pare che la natura in questo signore abbia voluto far prova di sè stessa, collocan«Io in un corpo solo tante eccellenze quante Ioasterebbero per adornarne infiniti (2). Disse allora M. Bernardo Bibiena: Grandissima spera 1, za ancor di sè promette don Carlo principe li Spagna, il quale non essendo ancor giunto I decimo anno della sua età, dimostra già tani. ingegno, e così certi indizi di bontà, di prusenza, di modestia, di magnanimità, e d'ogni

o (,) Intorno a monsignor d'Angolem, Ved, il libro I, cap. Mo' quarta sera, cioè ora è la quarta sera. (2) Don Enrico principe di Vaglia che fu il re Enrico vi ri . figlio di Enrico VII, dapprima per il suo zelo merito i 1 pontefice il titolo di Difensor della fede ma in proea o di tempo separò dalla chiesa cattolica l'lnghilterra an, dialezzata dalle sue passioni, ed oppressa dalle sue arm

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virtù, che se l'imperio di cristianità sarà (come s'estima) nelle sue mani, creder si può ch' ei debba oscurare il nome di molti imperatori antichi, ed agguagliarsi di fama ai più famosi che mai siano stati al mondo (1). Soggiunse il signor Ottaviano: Credo adunque che tali e così divini principi siano da Dio man dati in terra, e da lui fatti simili della età goivanile, della potenza dell' arme, dello stato, della bellezza e disposizion del corpo, a fin che siano ancor a questo buon voler concordati; e se invidia o emulazione alcuna esser deve mai tra essi , sia solamente in voler ciascun essere il primo, o più fervente ed animato a così gloriosa impresa. Ma lasciamo questo ragionamento, e torniamo al nostro. Dico adunque, messer Cesare, che le cose che voi, volete che faccia il principe, son grandissime e degne di molta lode; ma dovete in tendere che se esso non sa quello ch'io ho detto che ha da sapere, e non ha formato l'animo di quel modo, e indirizzato al cammino delle virtù, difficilmente saprà esser magnanimo, liberale, giusto, animoso, prudente, o avere alcuna altra qualità di quelle che se gli aspet . tano; nè per altro vorrei che fosse tale, che per saper esercitar queste condizioni; chè siccome quelli che edificano, non sono tutti buo: mi architetti, così quelli che donano, non son tutti liberali: perchè la virtù non nuoce mai ad alcuno; e molti son che rubano per donare, e o così son liberali della roba d'altri; alcuni dan o no a cui non debbono, e lasciano in calamità e miseria quelli a quali sono obbligati ; altri o

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a (1) Don Carlo principe di Spagna fu il celebre impertor Carlo Quinto.

danno con una certa mala grazia, e quasi dispetto, tal che si conosce che lo fan per forza; altri non solamente non son secreti, ma chiamano i testimonii, e quasi fanno bandire le loro liberalità; altri pazzamente votano in un tratto quel fonte della liberalità, tanto che poi non si può usar più Però in questo, come nell'altre cose, bisogna sapere, e governarsi con quella prudenza ch'è necessaria compagna a tutte le virtù , le quali, per esser mediocrità, o sono vicine alli due estremi, che sono vizii; onde chi non sa, facilmente incorre in essi; perchè :osì, come è difficile nel circolo trovare il punto “lel centro, che è il mezzo, così è difficile trovare 1 punto della virtù posta nel mezzo delli due estremi viziosi, l'uno per il troppo, l'altro per il voco; ed a questi siamo or all'uno, or all'altro nclinati; e ciò si conosce per il piacere e per il lispiacere che in noi si sente, che per l'uno faciamo quello che non dobbiamo, per l'altro lasciamo di far quello che dovremmo i benchè il piacere è molto piu pericoloso, perchè facilmente l giudizio nostro da quello si lascia corrompere; ma perchè il conoscere quanto sia l'uom lontano dal centro della virtù è cosa difficile, dobbiamo i tirarci a poco a poco da noi stessi alla contraria

rte di quello estremo al qual conosciamo esser fi come fanno quelli che indrizzano i legni distorti, che in tal modo ci accosteremo alla virtù, la quale (come ho detto) consiste in quel punto della mediocrità; onde interviene che noi per molti modi erriamo, e per un solo facciamo l'officio e debito nostro; così come gli arcieri, che i una via sola danno nella brocca, e per molte

lano il segno: però spesso un principe per » Ier esser umano ed affabile, fa infinite cose fuor del decoro, e si avvilisce tanto, che è dis

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