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mi richiedete ch'io scriva qual sia al parer mio la forma di cortigianìa più conveniente a gentiluomo che viva in corte dei principi, per la quale egli possa e sappia perfettamente loro servire in ogni cosa ragionevole, acquistandone da essi grazia e dagli altri laude; in somma di che sorte debba esser colui che meriti chiamarsi perfetto cortigiano, tanto che cosa alcuna non gli manchi. onde io, considerando tal richiesta, dico, che se a me stesso non paresse maggior biasimo l'esser da voi reputato poco amorevole, che da tutti gli altri poco prudente, avrei fuggito questa fatica, per dubbio di non esser tenuto temerario da tutti quelli che conoscono, come difficil cosa sia, tra tante varietà di costumi che s' usano nelle corti di cristianità, eleggere la più perfetta forma e quasi il fior di questa cortigiania; perchè la consuetudine fa a noi spesso le medesime cose piacere e dispiacere; onde talor procede che i costumi, gli abiti, i riti e i modi che un tempo sono stati in pregio, divengon vili; e, per contrario, i vili divengon pregiati. Però si vede chiaramente che l'uso più che la ragione ha forza d'introdur cose nuove tra noi e cancellar l'antiche; delle quali chi cerca giudicarla perfezione, spesso si inganna. Per il che, conoscendo io questa e molte altre difficoltà nella materia propostami a scrivere, sono sforzato a fare un poco di escusazione, e render testimonio che questo errore (se pur si può dir errore) a me è comune con voi, acciò che se biasimo a venire me ne ha, quello sia ancor diviso con voi, perchè non minor colpa si dee estimar la vostra avermi imposto carico alle mie forze diseguale, che a me averlo accettato. Vemiamo adunque ormai a dar principio a quello che è nostro presupposto, e (se possibil è) formiamo un cortigian tale, che quel principe che

sarà degno d'esser da lui servito, ancor che poco stato avesse si possa però chiamar grandissimo

signore. -
CAPO II. -

Ordine dei ragionamenti di quest'opera. Noi in questi libri non seguiremo un certo ordine o regola di precetti distinti, che 'l più delle volte nell'insegnare qualsivoglia cosa usar si suole; ma alla foggia di molti antichi, rinnovando una grata memoria, reciteremo alcuni ragionamenti, i quali già passarono tra uomini singolarissimi a tale proposito; e benchè io non v'intervenissi presenzialmente, per ritrovarmi, allor che furon detti, in Inghilterra, avendoli poco appresso il mio ritorno intesi da persona che fedelmente me gli narrò, sforzerommi appunto, per quanto la memoria mi comporterà, ricordarli, acciò che noto vi sia quello che abbiano giudicato e creduto di questa materia, uomini degni di somma laude ed al cui giudizio in ogni cosa prestar si potea indubitata fede. Nè fia ancor fuor di proposito, per giungere ordinatamente al fine dove tende il parlar nostro, narrar la causa dei successi ragiona

meuti. CAPO III.

Della città d'Urbino e de' suoi duchi Federico e Guid'Ubaldo di Montefeltro, e della duchessa Elisabetta Gonzaga. Esercizii, conversazione e gentiluomini di quella corte.

Alle pendici dell'Appennino, quasi al mezzo della Italia, verso il mare Adriatico, è posta (come ognun sa ) la piccola città d'Urbino, la quale, è tra monti sia e non così ameni come for

se alcun altri che veggiamo in molti luoghi, pur di tanto avuto ha il cielo favorevole che intorno il paese è fertilissimo e pieno di frutti; di modo che, oltre alla salubrità dell'aere, si trova abbondantissima d'ogni cosa che fa mestieri per lo vivere umano. Ma tra le maggior felicità che se le possono attribuire, questa credo sia la principale, che da gran tempo in qua sempre è stata dominata da ottimi signori, avvegnachè nelle calamità universali delle guerre della Italia essa ancor per un tempo ne sia restata priva. Ma non ricercando più lontano, possiamo di questo far buon testimonio con la gloriosa memoria del duca Federico, il quale a di suoi fu lume della Italia; mè mancano veri ed amplissimi testimoni che ancor vivono, della sua prudenza, della umanità, della giustizia, dell'animo invitto e della disciplima militare; della quale precipuamente fanno fede le sue tante vittorie, le espugnazioni de luoghi inespugnabili, la subita prestezza nelle espediziomi, l'aver molte volte con pochissime genti fugato numerosi e validissimi eserciti, nè mai essere stato perditore in battaglia alcuna; di modo che possiamo non senza ragione a molti famosi antichi agguagliarlo. Questo, tra l'altre cose sue lodevoli, nell'aspro sito d'Urbino edificò un palazzo, secondo la opinione di molti il più bello che in tutta Italia si ritrovi, e d'ogni opportuna cosa sì ben lo fornì, che non un palazzo, ma una città in forma di palazzo esser pareva; e non solamente di quello che ordinariamente si usa, come vasi d'argento, apparamenti di camere di ricchissimi drappi d'oro, di seta e d'altre cose simili, ma per ornamento v'aggiunse una infinità di statue antiche di marmo e di bronzo, pitture singolarissime, instrumenti musici d'ogni sorte; nè quivi cosa alcuna volle se non rarissima ed

trellente. Appresso con grandissima spesa adunò e gran numero di eccellentissimi e rarissimi li

agreci, latini ed ebraici, i quali tutti ornò d' oro

d'argento, estimando che questa fosse la su

rema eccellenza del suo magno palazzo. Costui riunque, seguendo il corso della natura, già di i sessantacinque anni, come era vissuto, così glosamente morì; ed un figliuolino di dieci anni, che solo maschio aveva e senza madre, lasciò sigiore dopo sè; il qual fu Guid'Ubaldo. Questi, ieme dello stato, così parve che di tutte le virtù poterne fosse erede; e subito con maravigliosa indole cominciò a promettere tanto di sè, quanto non parea che fosse lecito sperare da un uom mortale ; di modo che estimavano gli uomini, degli egregi fatti del duca Federico miuno esser maggiore che l'avere generato un tal figliuolo. Ma la fortuna invidiosa di tanta virtù, con ogni sua forza si oppose a così glorioso principio; talmente che, inon essendo ancor il duca Guido giunto alli venti inui, s'infermò di podagre, le quali con atrocissimi dolori procedendo, in poco spazio di tempo lalmente tutti i membri gl'impedirono, che nè stare in piedi nè muover si potea, e così restò un dei più belli e disposti corpi del mondo, deormato e guasto nella sua verde età; e non contesta ancor di questo la fortuna, in ogni suo disegno tanto gli fu contraria, ch'egli rare volte trasse ad effetto cosa che desiderasse ; e benchè in esso fosse il consiglio sapientissimo e l'animo invittissimo, parea che ciò che incominciava e melferme e in ogni altra cosa, o picciola o grande, sempre male gli succedesse: e di ciò fanno testimonio molte e diverse sue calamità, le quali esso con tanto vigor d'animo sempre tollerò, che mai la virtu dalla fortuna non fu superata, anzi sprezzando con l'animo valoroso le procelle di

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quella, e nella infermità, come sano, e nelle versità, come fortunatissimo, vivea con som dignità ed estimazione appresso ognuno : di m. che avvengachè così fosse del corpo infermo, litò con onorevolissime condizioni a servizio, serenissimi re di Napoli, Alfonso e Ferrando nore; appresso con papa Alessando vi, coi sigi, Veneziani e Fiorentini. Essendo poi asceso al p tificato Giulio II, fu fatto capitan della Chie nel qual tempo, seguendo il suo consueto sti sopra ogni altra cosa procurava che la casa fosse di nobilissimi e valorosi gentiluomini pie coi quali molto familiarmente viveva, godend della conversazione di quelli: nella qual cosa L era minor il piacer che esso ad altrui dava, quello che d'altrui riceveva, per esser dottissi nell'una e nell'altra lingua, ed aver insieme la affabilità e piacevolezza congiunta ancor la gnizione d'infinite cose; ed oltre a ciò, tanto grandezza dell'animo suo lo stimolava, che corchè esso non potesse con la persona eserc l'opere della cavalleria, come avea già fatto, i si pigliava grandissimo piacer di vederle in alti e con le parole, or correggendo, or lodando scuno secondo i meriti, chiaramente dimostra quanto giudizio circa quelle avesse; onde n giostre, nei torniamenti, nel cavalcare, nel man iare tutte le sorti d'arme, medesimamente no este, nei giuochi, nelle musiche, in somma tutti gli esercizi convenienti a nobili cavalie ognuno si sforzava di mostrarsi tale, che merita esser giudicato degno di così nobile commer Erano adunque tutte l'ore del giorno divise onorevoli e piacevoli esercizi, così del corpo, me dell'animo; ma perchè il signor Duca col nuamente, per la infermità, dopo cena assai tempo se n'andava a dormire, ognuno per o

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