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que che questa sera il giuoco nostro fosse, che ciascun dicesse di che virtù precipuamente vorrebbe che fosse ornata quella persona ch'egli ama; e poichè così è necessario che tutti abbiano qualche macchia, qual vizio ancor vorrebbe che in essa fosse; per veder chi saprà ritrovar più lodevoli ed utili virtù, e più escusabili vizii, e meno a chi ama nocivi ed a chi è amato. Avendo così detto il signor Gasparo, fece segno la signora Emilia a madonna Costanza Fregosa (1), per esser in ordine vicina, che seguitasse; la qual già s'apparecchiava a dire; ma la signora Duchessa subito disse: Poichè madonna Emilia non vuole affaticarsi in trovar giuoco alcuno, sarebbe pur ragione che l'altre donne participassero di questa comodità, ed esse ancor fossero esenti di tal fatica per questa sera, essendoci massimamente tanti uomini che non è pericolo che manchin giuochi. Così faremo, rispose la signora Emilia; ed imponendo silenzio a madonna Costanza, si volse a messer Cesare Gonzaga, che le sedeva a canto, e gli comandò che parlasse; ed esso così cominciò: Chi vuol con diligenza considerar tutte le no stre azioni, trova sempre in esse varii difetti ; e ciò procede, perchè la natura, così in questo come nell'altre cose varia, ad uno ha dato lume di ragione in una cosa, ad un altro in un'altra; però interviene che sapendo l'un quello che l'al. tro non sa, ed essendo ignorante di quello che i l'altro intende, ciascun conosce facilmente l'errore del compagno e non il suo, ed a tutti ci par esser molto savii, e forse più in quello in che più o siamo pazzi; per la qual cosa abbiam veduto in

(i) Costanza Fregosa, nipote, dal canto di madre, del duca Guidubaldo,

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questa casa esser occorso, che molti i quali al principio sono stati reputati savissimi, con processo di tempo si son conosciuti pazzissimi; il che da altro non è proceduto che dalla nostra diligenza. Che, come si dice che in Puglia circa gli altarantati (1) s'adoprano molti instrumenti di musica e con varii suoni si va investigando, fin che quello umore che fa la infermità, per una certa convenienza ch'egli ha con alcuno di quei suoni, sentendolo subito si muove, e tanto agita lo infermo, che per quella agitazion si riduce a sanità; così noi, quando abbiamo sentito qualche nascosa virtù di pazzia, tanto sottilmente e con tante varie persuasioni l'abbiamo stimolata e con si diversi modi, che pur al fine inteso abbiamo dove tendeva; poi, conosciuto lo umore, così ben l'abbiamo agitato, che sempre s'è ridotto a perfezion di pubblica pazzia : e chi è riuscito pazzo in versi, chi in musica, chi in amore, chi in danzare, chi in far moresche, chi in cavalcare, chi in giuocar di spada, ciascun secondo la miniera del suo metallo; onde poi, come sapete, si sono avuti maravigliosi piaceri. Tengo io adunque per certo, che in ciascun di noi sia qualche seme di pazzia, il qual risvegliato possa moltiplicar quasi in infinito; però vorrei che questa sera il giuoco nostro fosse il disputar questa materia; e che ciascun dicesse: Avendo io ad impazzir pubblicamente, di che sorte di pazzia si crede ch'io impazzissi, e sopra che cosa, giudicando questo esito per le scintille di pazzia che ogni dì si veg: gono di me uscire i il medesimo si dica di tutti gli altri, servando l'ordine del nostri giuochi, ed ognuno cerchi di fondarla opinion sua sopra qualche vero segno ed argomento; e così di questo

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nostro giuoco ritrarremo frutto ciascun di noi di conoscere i nostri difetti, onde meglio ce ne potrem guardare. Di questo giuoco si rise molto, nè alcun era che si potesse tener di parlare; chi diceva, Io impazzirei nel pensare, chi nel guardare; chi diceva, Io già son impazzito in amare, e tai cose. Ma la signora Emilia impose silenzio, e tra

passando la dama che ivi sedeva, fece segno

all'Unico Aretino al qual per l'ordine toccava ; ed esso, senza aspettar altro comandamento, Io, disse, vorrei esser giudice con autorità di poter con ogni sorte di tormento investigar di sapere il vero dai malfattori, e questo per iscoprir gl'inganni d'una ingrata ; la qual con gli occhi d'angelo e cor di serpente, mai non accorda la lingua con l'animo, e con simulata pietà ingannatrice, a niun'altra cosa intende, che a far anatomia dei cuori; nè si ritrova così velenoso serpe nella Libia arenosa, che tanto di sangue umano sia vago, quanto questa falsa; la qual non solamente con la dolcezza della voce e nelle melliflue parole, ma con gli occhi, coi risi, coi sembianti e con tutti i modi è verissima Sirena (1); però, poichè non m'è lecito, com'io vorrei, usar le catene, la fune o'l fuoco, per saper una verità, desidero di saperla con un giuoco, il quale è questo che ognun dica ciò che crede che significhi i" lettera S, che la signora Duchessa porta in ronte: perchè, avvengachè certamente questo ancor sia un artificioso velame per poter ingannare, per avventura se gli darà qualche interpretazione

(1) Le Sirene secondo la favola, erano tre mostri marini che colla dolcezza del canto tiravano a sè i naviganti e li divoravano. Ulisse dovendo passar vicino a loro, avvertito del pericolo dalla maga Circe, per evitarlo turò con cera gli orecchi dei suoi compagni, e fece legar stesso all'albero della nave. Ved. il cap. XIV.

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da lei forse non pensata, e troverassi che la fortuma, pietosa riguardatrice dei martirii degli uomini, l'ha indotta con questo piccol segno a scoprire non volendo l'intimo desiderio suo, di uccidere e seppellir vivo in calamità chi la mira o la serve, Rise la signora Duchessa, e vedendo l'Unico che ella voleva escusarsi di questa imputazione, Non, disse, non parlate, signora, che non è ora il vostro luogo di parlare. La signora Emilia allor si volse, e disse: Signor Unico, non è alcun di noi qui che non vi ceda in ogni cosa, ma molto più nel conoscer l'animo della signora Duchessa; e così come più che gli altri lo conoscete per lo ingegno vostro divino, l'amate ancor più che gli altri; i quali, come quegli uccelli debili di vista, che non affissano gli occhi nella spera del sole, non possono cosi ben conoscer quanto esso sia perfetto; però ogni fatica saria vana per chiarir questo dubbio, fuorche'i giudizio vostro. Resti adunqne questa impresa a voi solo, come a quello che solo può trarla al fine. L'Unico avendo taciuto alquanto, ed essendogli pur replicato che dicesse, in ultimo disse un sonetto sopra la materia predetta, dichiarando ciò che significava quella lettera S, che da molti fu estimato fatto all'improvviso; ma per esser ingegnoso e culto più che non parve che comportasse la brevità del tempo, si pensò pur che fosse pensato (1). Così dopo l'a

(1) Ecco il sonetto dell'Unico:

Consenti o mar di bellezza e virtute,
Ch'io servo tuo sia d'un gran dubbio sciolto,
Le S qual porti nel candido volto,
Significa mio Stento o mia Salute?

Se dimostra Soccorso o Servitute?
Sospetto o Sicurtà? Seereto o Stolto?
Se Speme o Strido? se Salvo o Sepolto?
Se le catene mie Strette o Solute?

ver dato un lieto applauso in lode del sonetto, ed alquanto parlato, il signor Ottavian Fregoso, al qual toccava, in tal modo, ridendo, incominciò: Signori, s'io volessi affermare non aver mai sentito passion d'amore, son certo che la signora duchessa e la signora Emilia, ancor che non lo credessero, mostrerebber di crederlo; e diriano, che ciò procede , perch'io mi son disfidato di poter mai indur donna alcuna ad amarmi; di che in vero non ho io insin qui fatto prova con tanta istanza, che ragionevolmente debba esser disperato di poterlo una volta conseguire; nè già son restato di farlo perch'io apprezzi me stesso tanto, o così poco le donne, che non estimi che molte ne sieno degne d'esser amate e servite da me, ma piuttosto spaventato dai continui lamenti d'alcuni innamorati, i quali pallidi, mesti e taciturni, par che sempre abbiano la propria scontentezza dipinta negli occhi; e se parlano, accompagnando ogni parola con certi sospiri triplicati, di null' altra cosa ragionano che di lagrime, di tormenti, di disperazioni e desiderii

di morte; di modo che se talor qualche scintilla

amorosa pur mi s'è accesa nel cuore, io subito sonomi sforzato con ogni industria di spegnerla, non per odio ch'io porti alle donne (come estimano queste signore), ma per mia salute. Ho poi conosciuti alcuni altri in tutto contrari a questi dolenti, i quali non solamente si laudano e contentano dei grati aspetti, care parole, e sembianti soavi delle lor donue, ma tutti i mali condi

Ch'io temo forte che non faccia segno
Di Superbia, Sospir, Severitate,
Strazio, Sangue, Sudor, Supplicio e Sdegno.

Ma se loco ha la pura veritate, -
Questo S dimostra, e con non poco ingegno,
Un SOL Solo in bellezza e crudeltate.

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