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usate dagli antichi Toscani; perchè quello è gran testimonio ed approvato dal tempo, che sian buone e significative di quello perchè si dicono; ed, oltre questo, hanno quella grazia e venerazion che l'antichità presta non solamente alle parole, ma agli edifizii, alle statue, alle pitture, e ad ogni cosa che è bastante a conservarla; e spesso solamente con quello splendore e dignità, fanno la elocuzion bella; dalla virtù della quale ed eleganma ogni soggetto, per basso che egli sia, può esser tanto adornato, che meriti somma lode. Ma questa vostra consuetudine, di cui voi fate tanto caso, a me par molto pericolosa, e spesso può esser mala; e se qualche vizio di parlar si ritrova esser invalso in molti ignoranti, non per questo parmi che si debba pigliar per una regola ed esser dagli altri seguitato. Oltre a questo, le consuetudini sono molto varie, nè è città nobile in Italia che non abbia diversa maniera di parlar da tutte l'altre. Però non vi ristringendo voi a dichiarir qual sia la migliore, potrebbe l'uomo attaccarsi alla bergamasca, così come alla fiorentina, e secondo voi non sarebbe error alcuno, Parmi adunque che a chi vuol fuggir ogni dubbio ed esser ben sicuro, sia necessario proporsi ad imitar uno, il quale di consentimento di tutti sia estimato buono, ed averlo sempre per guida e scudo contra chi volesse riprendere ; e questo (nel volgar dico) non penso che abbia da esser altro che il Petrarca e 'l Boccaccio; e chi da questi due si discosta, va tentoni, come chi cammina per le tenebre senza lume, e però spesso erra la strada. Ma noi altri siamo tanto arditi che non degniamo di far quello che hanno fatto i buoni antichi, cioe attendere alla imitazione, senza la quale estino io che non si possa scriver bene: e gran te. stimonio di questo parmi che ci dimostri Virgilio,

il quale, benchè con quello ingegno e giudizio tanto divino, togliesse la speranza a tutti i poster che alcun mai potesse ben imitar lui, volle però imitar Omero (1). Allor il signor Gaspar Pallavicino, Questa di sputazion, disse, dello scrivere, in vero è ben de gna d'esser udita; nientedimeno, più farebbe a proposito nostro se voi c'insegnaste di che modo debba parlar il cortigiano, perchè parmi che m'ab. bia maggior bisogno, e più spesso gli occorra il servirsi del parlare che dello scrivere. Rispose il Magnifico: Anzi a cortigiano tanto eccellente e così perfetto non è dubbio che l'uno e l'altro è necessario a sapere, e che senza queste due condizioni forse tutte l'altre sarebbero non molto degne di lode; però se il Conte vorrà soddisfare al debito suo, insegnerà al cortigiano non sola mente il parlare, ma ancor lo scriver bene. Al lor il Conte, Signor Magnifico, disse, questa im, presa non accetterò io già, chè grande sciocchezza sarebbe la mia voler insegnare ad altri quello che io non so; e, quando ancor lo sapessi, pensar di poter fare in così poche parole quello che con tanto studio e fatica hanno fatto appena uomini dottissimi, agli scritti de'quali rimetterei il nostro cortigiano, sè pur fossi obbligato d'insegnargli a scrivere e parlare. Disse M. Cesare: Il signor Magnifico intende del parlare e scrive volgare e non latino; però quelle scritture degli uomini dotti non sono il proposito nostro ; ma bisogna che voi diciate circa questo, ciò che ne sapete, che del resto v'avremo per escusato. Io già l'ho detto, rispose il Conte; ma, par.

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landosi della lingua toscana, forse più sarebbe debito del signor Magnifico, che d'alcun altro, il darne la sentenza. Disse il Magnifico: Io non posso, nè debbo ragionevolmente contraddir a chi dice che la lingua toscana sia più bella dell'altre. E ben vero che molte parole si ritrovano nel Petrarca e nel Boccaccio, che or sono tralasciate dalla consuetudine d'oggidì; e queste io per me non userei mai, nè parlando, nè scrivendo, e credo che essi ancor , se infin a qui vivuti fossero, non le userebbero più. Disse allor messer Federico: Anzi le userebbero; e voi altri signori Toscani dovreste rinnovar la vostra lingua, e non lasciarla perire come fate ; che ormai si può dire che minor notizia se n'abbia in Fiorenza, che in molti altri luoghi della Italia. Rispose allor M. Bernardo: Queste parole che non s'usano più in Fiorenza, sono restate nei contadini, e, come corrotte e guaste dalla vecchiezza, sono dai nobili

rifiutate. CAPO XI,

Altre regole intorno alla perfezion del parlare e dello scrivere. Varietà della lingua fra gli scrittori greci, che latini. Qual sia la buona consuetudine del parlare. Della imitazione. In che consista la bontà della lingua, ecc.

Allora la signora Duchessa, Non usciam, disse, dal primo proposito, e facciam che'l conte Lodorico insegni al cortigiano il parlare e scrivere bene, o sia o toscano o come si voglia. Rispose il Conte: lo già, signora, ho detto quello che ne so; e tengo che le medesime regole che servono ad insegnar fumo, servano ancor ad insegnar l'altro; ma poichè mel comandate, risponderò quello che m'occorre, a M. Federico, il quale ha diverso pa

rer dal mio ; e forse mi bisognerà ragionar un poco più diffusamente che non si conviene; ma questo sarà quanto io posso dire. E primamente dico, che (secondo il mio giudizio) questa nostra lingua, che noi chiamiamo volgare, è ancor tenera e nuova, benchè già gran tempo si costumi, perchè, per essere stata la ltalia non solamente vessata e depredata, ma lungamente abitata da barbari, per lo commercio di quelle nazioni la lingua latina s'è corrotta e guasta, e da quella corruzione son nate altre lingue, le quali, come i fiumi che dalla cima dell'Appennino fanno divorzio e scorrono nei due mari, così si son esse ancor divise, ed alcune tinte di latinità pervenute per diversi cammini, qual ad una parte e quale all'altra, ed una tinta di barbarie rimasta in Italia. Questa adunque è stata tra noi lungamente incomposta e varia, per non aver avuto chi le abbia posto cura, nè in essa scritto, ne cercato di darle splendor o grazia alcuna: pur è poi stata alquanto più colta in Toscana che ne gli altri luoghi della Italia; e per questo par che 'I suo fiore insino da que” " tempi qui sia rimasto, per aver servato quella nazione gentili accenti nella pronunzia, ed ordine gramaticale in quello che si convien, più che l'altre, ed aver avuti tre nobili scrittori, i quali ingegnosamente e con quelle parole e termini che usava la consuetudine dei loro tempi, hanno espresso i loro concetti; il che più felicemente che agli altri, al parer mio, è successo al Petrarca nelle cose amorose. Nascendo poi di tempo in tempo non solamente in Toscana, ma

in tutta la Italia, tra gli uomini nobili e versati

nelle corti e nell'arme e nelle lettere, qualche studio di parlare e scrivere più elegantemente che non si faceva in quella prima età rozza ed incolta;

quando l'incendio delle calamità nate da barbari

non era ancor sedato, sonosi lasciate molte parole così nella città propria di Fiorenza ed in tutta la Toscana, come nel resto della ltalia; ed in luogo di quelle, riprese dell'altre, e fattosi in questo quella mutazion che si fa in tutte le cose umane, il che è intervenuto sempre ancor delle altre lingue. Che se quelle prime scritture antiche latine fossero durate insino ad ora, vedremmo che altramente parlavano Evandro e Turno e gli altri Latini di quei tempi, che non fecero poi gli ultimi re romani e i primi consoli. Eccovi che i versi che cantavano i Salii, appena erano dai posteri intesi; ma essendo di quel modo dai primi institutori ordinati, non si mutavano per riverenza della religione. Così successivamente gli oratori e i poeti andarono lasciando molte parole usate dai loro antecessori; che Antonio, Crasso, Ortensio, Cicerone fuggivano molte di quelle di Catone; e Virgilio molte d'Ennio ( 1 ), e così fecero gli altri; che ancor che avessero riverenza all'antichità, non la estimavan però tanto, che volessero averle quella obbligazion che voi volete che ora le abbiam noi; anzi dove lor parea, la biasimavano; come Orazio che dice che i suoi antichi aveano scioccamente lodato Plauto e vuol poter acquistar nuove paro

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(1) Evandro venne d'Arcadia in Italia a stabilire una colo

nia sul Tevere 6o anni avanti la presa di Troia, cioè 49o prima della fondazione di Roma. – Turno regnava sopra i Rutali, popolo che abitava la parte marittima della Campagni di Roma, quando Enea approdò in ltalia, cioè 43o anni avanti che Roma si fabbricasse.

Abolito il governo dei re cominciarono i Consoli, anno di Roma 245.

I Salii sacerdoti di Marte furono istituiti da Numa secondo re di Roma, e detti Salii a saliendo, dal saltare, perchè celebravano le loro feste saltando e cantando per quella città.

Ennio fioriva un secolo e mezzo avanti che fiorisse Virtilio; Catone, il Censore, oratore, un secolo prima che Cicerone; poco anteriori a questo furono Antonio e Crasto, e quasi contemporaneo Ortensio, tutti e tre distinti nell'eloquenza.

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