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perchè, senza poterne render altra ragione, piaccion ed al senso proprio dell'orecchia par che portino soavità e dolcezza? e questa credo io che sia la buona consuetudine; della quale così possono essere capaci i Romani, i Napoletani, i Lombardi e gli altri, come i Toscani. E ben vero che in ogni

lingua alcune cose sono sempre buone come la

facilità, il bell'ordine, l'abbondanza, le belle sentenze, le clausole numerose, e, per contrario, l'affettazione e l'altre cose opposte son male. Ma delle parole son alcune che durano buone un tempo, poi s'invecchiano ed in tutto perdono la grazia; altre piglian forza e vengono in prezzo, perchè, come le stagioni dell'anno spogliano de'fiori e dei frutti la terra e poi di nuovo d'altri la rivestono, così il tempo quelle prime parole fa cadere, e l'uso altre di nuovo fa rinascere, e dà lor grazia e dignita, fin chè, dall'invidioso morso del tempo a poco a poco consumate, giungono poi esse ancora alla lor morte; perciocchè al fine e noi ed ogni nostra cosa è mortale. Considerate che della lingua osca non abbiamo più notizia alcuna. La provenzale, che pur mo (si può dir) era celebrata da nobili scrittori, ora dagli abitanti di quel paese non è intesa. Penso io adunque, come ben ha detto il signor Magnifico, che se il Petrarca e'l Boccaccio fossero vivi a questo tempo, non userebbero molte parole che vediamo ne' loro scritti. Però non mi par bene che noi quelle imitiamo. Lodo ben sommamente coloro che sanno imitar quello che si dee imitare; nientedimeno non credo io già che sia impossibile scriver bene ancor senza imitare, e massimamente in questa nostra lingua, nella quale possiam esser dalla consuetudine aiutati; il che non ardirei dir nella latina. Allor M. Federico, Perchè volete voi, disse, che più s'estini la consuetudine nella volgare che nella latina? Anzi dell'una e dell'altra, rispose il conte, estimo che la consuetudine sia la maestra. Ma perchè quegli uomini ai quali la lingua latina era così " come or è a noi la volgare, non sono più al mondo, bisogna che noi dalle loro scritture impariamo quello che essi aveano imparato dalla consuetudine; nè altro vuol dir il parlar antico, che la consuetudine antica di parlare; e sciocca cosa sarebbe amar il parlar antico, non per altro che per voler più presto parlare come si parlava, che come si parla. Dunque, rispose M. Federico, gli antichi non imitavano? Credo, disse il conte, che molti imitavano, ma non in ogni cosa. E se Virgilio avesse in tutto imitato Esio'o ( 1 ), non gli sarebbe passato innanzi; nè Cicerone a Crasso, nè Ennio ai suoi antecessori. Eccovi che Omero è tanto antico, che da molti si crede che egli così sia il primo poeta eroico di tempo, come ancor è d'eccellenza di dire: e chi vorrete voi che egli imitasse? Un altro, rispose M. Federico, più antico di lui, del quale non abbiamo notizia per la troppa antichità. Chi direte adunque, disse il Conte, che imitasse il Petrarca e i Boccaccio, che pur tre giorni ha (si può dir) che sono stati al mondo? Io nol so, rispose M. Federico; ma creder si può che essi ancor avessero l'animo indirizzato alla imitazione, benchè noi non sappiam di chi. Rispose il Conte: Creder si può che que che erano imitati, fossero migliori che quel che imitavano; e troppo maraviglia sarebbe che così presto il lor nome e la fama, se erano buoni, fosse in tutto spenta; ma il loro vero maestro cred'io che fosse l'ingegno ed il lor proprio giudizio naturale, e di questo niuno è che si debba maravigliare, perchè

2. (1ì Vedi intorno a Virgilio ed Esiodo, la Nota alla p. 84.

quasi sempre per diverse vie si può tendere alla sommità d'ogni eccellenza. Nè è natura alcuna che non abbia in sè molte cose della medesima sorte dissimili l'una dall'altra le quali però son tra sè di egual lode degne. Vedete la musica, le armonie della quale or son gravi e tarde, or velocissime e di nuovi modi e vie, nientedimeno tutte dilettano, ma per diverse cause, come si comprende nella maniera del cantare di Bii don la quale è tanto artificiosa, pronta, veemente, concitata e di così varie melodie, che gli spiriti di chi ode tutti si commovono e s'infiammano, e così sospesi par che si levino insino al cielo. Nè men commove nel suo cantar il nostro Marchetto Cara, ma con più molle armonia, che per una via placida e piena di flebile dolcezza intenerisce e penetra le anime, imprimendo in esse soavemente una dilettevole passione. Varie cose ancor egualmente piacciono agli occhi nostri, tanto che con difficoltà giudicar si può quai più lor son grate. Eccovi che nella pittura sono eccellentissimi Leonardo Vincio, il Mantegna, Raffaello, Michelangelo, Giorgio da Castelfranco; nientedimeno, tutti son tra sè nel far dissimili, di modo che ad alcun di . loro non par che manchi cosa aleuna in quella maniera, perchè si conosce ciascun nel suo stile essere perfettissimo. Il medesimo è di molti poeti greci e latini i quali, diversi nello scrivere, son pari nella lode. Gli oratori ancora hanno avuto sempre tanta diversità tra sè che quasi ogni età ha prodotto ed apprezzato una sorte d'oratori peculiar di quel tempo, i quali non solamente dai precessori e successori suoi, ma tra se sono stati dissimili; come si scrive nei greci, d'Isocrate, Lisia, Eschine e molt'altri, tutti eccellenti, ma a niun però simili, fuor che

a sè stessi. Tra i latini poi quel Carbone, Lelio, Scipione Africano, Galba, Sulpizio, Cotta, Gracco, Marcantonio, Crasso e tanti che sarebbe l'urago nominare, tutti buoni e l'un dall'altro diversissimi; di modo che, chi potesse considerar tutti gli oratori che sono stati al mondo, quanti oratori tante sorti di dire troverebbe. Parmi ancor ricordare che Cicerone in un luogo introduca Marcantonio dir a Sulpizio, che molti sono i quali non imitano alcuno e nientedimeno pervengono al sommo grado della eccellenza; e parla di certi i quali aveano introdotto una nuova forma e figura di dir bella ma inu sitata agli altri oratori di quel tempo, nella quale non imitavano se non sè stessi; però afferma ancor che i maestri debbano considerare la natura dei discepoli, e quella tenendo per guida, drizzarli e aiutarli alla via che lo ingegno Io, ro e la natural disposizion gl' inclina (7). Per gosto adunque, M. Federico mio, credo se l'uomo da sè non ha convenienza con qualsivoglia autore, non sia bene sforzarlo a quella imitazione; perchè la virtù di quell'ingegno s'ammorza e resta impedita, per esser deviata dalla strada nella quale avrebbe fatto profitto se non gli fosse stata precisa. Non so adunque come sia bene, in luogo d'arricchir questa lingua e darle " grandezza e lume, farla povera, esile, umile ed oscura e cercare di metterla in tante angustie che ognuno sia sforzato ad imitare solamente il Petrarca e 'l Boccaccio, e che nella lingua non si debba ancor credere al Poliziano, a Lorenzo de' Medici, a Francesco Diaceto, e ad alcuni altri, che pur sono Toscani, e forse di non minor dottrina e giudizio che si fosse il Pe o

(1) Cicerone de oratore, lib. II, cap. 23, lib. 9. . .

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tarca e 'l Boccaccio. E veramente gran miseria "e metter fine e non passar più avanti di quello che s'abbia fatto quasi il primo che ha scritto; e disperarsi che tanti e così nobili insegni possano mai trovar più che una forma bella di dire in quella lingua che ad essi è propria e naturale. Ma oggidì son certi scrupolosi, i quali quasi con una religion e misteri ineffabili di questa loro lingua toscana spaventano di modo chi gli ascolta, che inducono ancor molti uomini nobili e letterati in tanta timidità che non osano aprir la bocca, e confessano di non saper parlar quella lingua che hanno imparata dalle nutrici insino nelle fasce. Ma di questo parmi che abbiam detto purtroppo, Però seguitiamo ormai il ragionamento del Cortigiano. Allora M. Federico rispose : Io voglio pur ancor dir questo poco che è ch'io già non niego che le opinioni e gl'ingegni degli uomini non siano diversi tra sè, nè credo che ben fosse che uno da natura veemente e concitato, si mettesse a scriver cose placide, nè meno un altro, severo e grave, a scriver piacevolezze; perchè in questo parmi ragionevole che ognuno s'accomodi allo instinto suo proprio; e di ciò credo parlava Cicerone, quando disse che i maestri avessero riguardo alla natura dei discepoli, per non far come i mali agricoltori che talor nel terreno che solamente è fruttifero per le vigne vogliono seminar grano. Ma a me non può capir nella testa che d'una lingua particolare, la quale non è a tutti gli uomini così propria come i discorsi e i pensieri e molte altre operazioni, ma una invenzione contenuta sotto certi termini, non sia più ragionevole imitar quelli che parlan meglio, che parlare a caso; e che così come nel latino l'uomo si dee sforzar di assiCastiglione fasc. 104. 5

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