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Parmi, che 'l Sol non porga il lume usato,

Nè che lo dia si chiaro a sua sorella ,
Nè veggio almo pianeta, o vaga stella

Rotar lieto i bei rai nel cerchio ornato.
Non veggio cor più di valor armato:

Fuggito è il vero onor, la gloria bella ,
Nascosa è la virtù giunta con ella,

Nè vive in alber fronda, o fiore in prato :
Veggio turbide l' acque, e ľaer nero,

Non scalda il fuoco, nè rinfresca il vento,

Tutti han smarrita la lor propria cura:
D'allor, che 'l mio bel Sol fu in terra spento;

Och' è confuso l' ordin di Natura,
O il duol agli occhi miei nasconde il vero.

Nè più constante cor, nè meno ardente,

Più dolce suono, o men vivo desire,
Potran darmi giammai cotanto ardire,

Che a sì dubbia speranza erga la mente.
Nè men convien tra la perduta gente

Cercar rimedio al mio grave martire,
Nè tranquillarla già gli sdegni, e l' ire;

Molto è il mio Sol da lor tenebre assente. Ma se giova sperar in debil arte;

Di Fetonte l'ardir, d'Icar le piume,

Instormenti sariano al mio mal degni.
Da condurmi vicino a quella parte;

Ove soggiorna il mio fulgente lume;
Perch' ei d'alzarmi a miglior vol m'insegni.

Nodriva il cor d'una speranza viva,

Fondata, e tolta a sì nobil terreno,
Che 'l frutto produce a giocondo, é ameno;

Morte la svelse allor ch' ella fioriva.
Giunsero insieme i bei pensieri a riva,

Mutosse in notte oscura il dì sereno,
Il nettar dolce in amaro veleno,
Sol di tal ben non è la mente priva.

Ond' io d'interno amor sovente avampo,

Parmi udir l' alto suon delle parole

Giunger concento all' armonia celeste.
E vedo il folgorar del chiaro lampo,

Che dentro al mio pensier avanza il Sole,
Che fia vederlo fuor d' umana veste.

Qual digiuno augellin, che vede ed ode

Batter l' ali alla madre intorno, quando
Gli reca nutrimento, ond' egli amando

Il cibo e quella, si rallegra é gode;
E dentro al nido suo si strugge e rode

Per desio di seguirla anch' ei volando,
E la ringrazia in tal modo cantando,

Che par ch'oltra il poter la lingua snode:
Tal io, qualor il caldo raggio e vivo

Del divin Sole, onde nutrisco il core,

Più dell' usato lucido lampeggia ,
Movo la penna, mossa dall' amore

Interno; e senza ch' io stessa m' avveggia
Di quel ch' io dico, le sue lodi scrivo.

Qui fece il mio bel sole a noi ritorno 1

Di regie spoglie carco e ricche prede:
Ahi con quanto dolor l'occhio rivede

Quei lochi ove mi fea già chiaro il giorno! Di mille glorie allor cinto d' intorno,

E d'onor vero alla più altera sede
Facean dell'opre udite intera fede

L' ardito volto, il parlar saggio, adorno.
Vinto da' prieghi miei poi mi mostrava

Le belle cicatrici, e il tempo e il modo

Delle vittorie sue tante, e sì chiare.
Quanta pena or mi dà, gioja mi dava,

E in questo e in quel pensier piangendo godo
Tra poche dolci, e assai lacrime amare.

1 Alla stanza dello sposo.

AGNOLO FIRENZUOLA.

1493–1548.

CANZONE BURLESCA.

Nella Morte d' una civetta.
Gentile augello, che dal mondo errante

Partendo nella tua più verde etade,
Hai 'l viver mio d' ogni ben privo e casso;
Dalle sempre beate alme contrade, .
Là dove l' alme semplicette e sante
Drizzan, deposto il terren peso, il passo;
Ascolta quel, ch' assai vicino al sasso,
Che tien rinchiusa la tua bella spoglia,
Del partir tuo la notte e 'l dì si lagna,
E tutto il petto bagna
Di lagrime, ed il cor colma di doglia :
Che persi ogni piacer al viver mio
Quel dì ch' al ciel santa spiegasti 'l volo;.
Da indi in quà nè grassa nè gentile
Non ebbi cena mai, ma magra e vile,
Tal che sovente al mio desco m’involo,
E son venuto senza te in obblio
Ai pettirossi, ai beccafichi; ond' io
Dire qdo poscia, andando tralla gente:

Quel poverin divien magro sovente.
Oimè, che chiusi son quegli occhi gialli,

Che solean far di scudi e di doppioni
E del ben de banchier fede fra noi,
Spezzinsi adunque e brucinsi i panioni,
E secur per le fratte e per le valli
I pettirossi sene vadin, poi
Che la civetta mia non è con noi
Che con quello smontare e rimontare,
Ed ora in quà ed ora in là voltarsi,
Abbassarsi, e innalzarsi,
Fea tutti intorno a se gli augei fermare:
E lieta e vaga ognun tenea sospeso,
E giocolava con tal maraviglia,
Che quasi a marcia forza e lor dispetto
In sul vergon gli fea balzar di netto:
Dipoi lieta ver me volgea le ciglia ,
Quasi volesse dire: un ve n' è preso :
Mi tenea l' core in tanta gioja acceso,

Ch' io diceva tra me: mentre ella è viva,

Sarà la vita mia dolce e giuliva.
Non avea ancor il vago animaletto

Visto sei volte ben tonda la Luna,
Quando Morte crudele empia l' assalse;
Ed in un tratto con doglia importuna
Cotal le strinse il delicato petto,
Che d' erbe o di parol virtù non valse
A trarla delle mani invide e false :
Ond' ella del suo mal presaga, visto
Venir la morte a se con pronti passi,
Gli occhi tremandi e bassi
Mi volse e disse: ahi sconsolato e tristo
Sozio, con cui già tanti e tanti augelli
Fatt abbiam rimaner sopra i panioni;
Venut è l'ora, ch' io men voli in cielo.
Scarca del mio mortal terrestre velo:
E dove le civette, e i civettoni,
Gli allocchi, e i gufi leggiadretti e snelli
Si posan lieti, il guiderdon con elli
Delle fatiche mie possa fruire:

Rimanti in pace; e più non poteo dire. Qual rimas' io, quando primier m' accorsi

Del caso orrendo, spaventoso, e fiero!
E meraviglia è ben com' io sia vivo:
Qual padre vide mai destro e leggiero
Figliuol sopra un destrier feroce porse,
Dogni viltà, di ogni pigrizia schivo,
Mentre corre più lieto, e più giulivo,
Caderne a terra, e rimanerne morto;
Che cangiasse la fronte così presto,
Com' io veggendo questo?
E lungo spazio fuor d' ogni conforto;
E senza al pianto poter dar la via
Stetti; pur poi con voce assai pietosa,
Rivolto al Ciel, gridai, chiamai vendetta:
Aimè chi tolto m’ha la mia civetta?
Anzi la mia sorella, anzi la sposa,
Anzi la vita, anzi l' anima mia,
Quella, ch' a fare una buffoneria
Toglieva il vanto ai gufi e barbagianni

Degna di star fra noi mille e mill' anni. Che farò, lasso, il giorno adesso, quando

Sono i bei tempi, dopo desinare
Privato della mia dolce compagna ?

Che mi solea con essa sempre andare,
SE con un asinel mio diportando

Ora per questa or per quella campagna,
E u' cantando il lusignuol si lagna,
E dove sverna il gentil capinero,
E dove il mal accorto pettirosso
Alletta a più non posso,
E u' s ingraffa 1 il beccafico vero,
Tender l' insidie: e mentre io li prendeva,
Un mio servo carcava l'asinello
Di legne, per poter cuocer la sera
La caccia , e far con essa buona .cera.
Così lieto passava il tempo, e quello,
Che sopra ogni altra cosa mi piaceva,
Era il ben pazzo ch'ella mi voleva;
Or tutto il mio diporto e 'l mio riparo

È pianger la sua morte col somaro.
Canzon, se ben vedi acceso il desio

A far più lunga la tua rozza tela,
E la civetta mia porgerti 'I filo;
Stanca è la penna, e cotal fatto è 'I stilo,
Com' al soffiar de' venti una candela :
Però vo' poner fine al duro pianto,
Che ci sarà chi piangerà altrettanto,
Con stil più grave, più canoro, e bello,

Se non m'inganna il mio caro asinello.. Discreto asinel mio, che già portasti

Sopra gli omeri tuoi sì ricche piume,
Ed ogni sua maniera, ogni costume,
E le prodezze sue, tutti i suoi gesti
Già tante fiate lieto ti godesti;
Con quella voce tua chiara e distesa
Mostra quanto la morte sua ci pesa.

SONETTO.
Il primo dì, ch' Amor mi fe' palese

La viva neve, i rubin veri, e l'ostro,
Che beltà pose nel bel petto vostro,

Allorchè per suo albergo, e nido il prese, Il primo dì caldo disio m’ accese

Di tentar, se con carte, e con inchiostro
Io poteva mostrare al secol nostro,
Come vi è stato il ciel largo, e cortese.

afferrare, ficcar le unghie, le griffe o le graffe nella carne.

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